Marchionne versus Maninchedda

Mentre i vari Paolo Maninchedda, Vincenzo De Luca e Pino Aprile d’Italia dormivano (e sognavano un nord che “spolpa” il meridione), Marchionne trasferiva la sede del gruppo FIAT da Torino verso Londra e Amsterdam. Da qualche decennio a questa parte il declino piemontese rischia di essere seguito da quello del lombardo-veneto, che oggi sta faticosamente cercando di ottenere la sua autonomia contro un Paese che non vuole cambiare.

C’è un’Italia ostile al federalismo e all’indipendentismo, ostile alle imprese, adagiata sul parassitismo fiscale che premia l’assistenzialismo ma che danneggia tanto il nord quanto il sud, e che sfoggia gli stessi argomenti usati da Madrid contro Barcellona.

Di Adriano Bomboi.

Mentre i vari Paolo Maninchedda, Vincenzo De Luca e Pino Aprile d’Italia dormivano (e sognavano un nord che “spolpa” il meridione), la buon’anima di Marchionne trasferiva la sede del gruppo FIAT da Torino verso Londra e Amsterdam. Da qualche decennio a questa parte il declino piemontese rischia di essere seguito dal lombardo-veneto, che oggi sta faticosamente cercando di ottenere la sua autonomia contro un Paese che non vuole cambiare.
C’è un’Italia ostile al federalismo e all’indipendentismo, ostile alle imprese, adagiata sul parassitismo fiscale che premia l’assistenzialismo ma che danneggia tanto il nord quanto il sud, e che sfoggia gli stessi argomenti usati da Madrid contro Barcellona. Che la produttività sia al palo non sembra interessare a nessuno, ma si trasforma in un vero e proprio incubo per tanti quando una parte della politica settentrionale reclama la possibilità di ridurre, se non tagliare, il residuo fiscale che oggi fluisce dalle tasche del nord verso una certa marmaglia politica meridionale.

Anche in Sardegna infatti la famosa “questione settentrionale” non viene messa in relazione con le famose questioni sarda e meridionale.
Il populismo sovranista, sia esso nella variante grillina o pseudoindipendentista sarda, tende a scaricare le colpe verso l’esterno, e così gli obiettivi diventano di volta in volta gli immigrati, i nordisti, i tedeschi o i chicaghisti. La colpa è sempre di qualcun altro, mai di chi moltiplica enti e carrozzoni pubblici come i pani e i pesci visti nella Bibbia.
L’idea di fondo che muove questa politica da quattro soldi, ferma ai tempi del pentapartito, è che sardi e meridionali dispongano di un grande bottino, una ricchezza nascosta da qualche parte e depredata dai malvagi nordisti, i quali invece, stando ai dati della CGIA di Mestre, sono costretti a dare circa 100 miliardi di euro l’anno per mandare avanti numerosi servizi.
Se per ipotesi domani si interrompesse questo flusso di denaro, che da Roma a Bruxelles segue vari percorsi, la Sardegna piomberebbe in una catastrofe sociale senza precedenti: i tribunali si fermerebbero, e così le auto di Polizia e Carabinieri, seguite dagli uffici INPS, e da buona parte dei trasporti e dei fondi europei destinati alle campagne (solo per citare le voci di spesa più in vista).

Nella realtà il nord non ha affatto un sistema fiscale calibrato sul proprio tessuto produttivo (benché lo stesso sistema fiscale produca effetti relativamente diversi nelle diverse aree produttive d’Italia, sigillando il mezzogiorno nella sua bulimica richiesta di welfare). Possiamo continuare a trattare una tossicodipendenza somministrando la droga che l’ha creata?

Al netto di problemi culturali che oggi affliggono anche il nord, da quelle parti sanno che la ricchezza non scende dal cielo ma è l’esito di un processo dinamico che richiede le migliori condizioni possibili con cui possa essere portato avanti. E non deve stupirci se qualche volta lo stesso nord cerca di conservare il proprio primato, e soprattutto di sganciarsi da quella pesante e costosa palla al piede chiamata Roma che finanzia aree del tutto improduttive del Paese.

Chiunque contesti il difficile processo autonomistico del settentrione, per ragioni elettoralistiche, si pone dalla parte sbagliata della storia. E anche il nostro Mauro Pili dovrebbe guardarsi bene dalla tentazione di ricorrere a questo strumento contro gli amici nordisti.

Sostenere il Veneto e la Lombardia nella loro battaglia non è solamente un fatto di dignità o di civiltà, ma rappresenta anche un atto di responsabilità per costruire una politica sarda meno conservatrice, meno subalterna a Roma, e più vicina alle nostre imprese. Perché l’unica riforma possibile per avvicinare l’isola all’indipendenza passa per la crescita di un sistema economico che sappia reggersi sulle proprie gambe, senza i soldi degli altri.

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