Indipendenza e liberalismo: ne parliamo in esclusiva col filosofo Carlo Lottieri

Di Adriano Bomboi.

Carlo Lottieri, classe 1960, è uno dei maggiori filosofi liberali contemporanei del nostro Paese. Studi a Genova, Parigi e Ginevra con nomi illustri. Docente di Dottrina dello Stato all’università di Siena, nonché di Filosofia del Diritto e di Filosofia delle Scienze Sociali in Svizzera. E’ autore di numerose pubblicazioni, fra cui “Il pensiero libertario contemporaneo” (Liberilibri, 2001), “Credere nello Stato?” (Rubbettino, 2011) e “Liberali e non. Percorsi di storia del pensiero politico” (La Scuola, 2013). Nel 2003 è uno dei fondatori dell’Istituto Bruno Leoni, ed oltre a curare una rubrica online per il quotidiano Il Giornale, assieme all’associazione Diritto di Voto si batte per i principi di libertà che animano tutti i movimenti indipendentistici democratici.

Partiamo da un dato di fatto: per sua stessa natura, la sovranità è incompatibile con la libertà. E allora perché noi liberali e libertari dovremmo sostenere l’indipendenza della Sardegna o del Veneto? Per sostituire uno Stato con un altro? Spieghiamo ai lettori di Sa Natzione che cosa anima la nostra passione politica.

La nozione di sovranità che è al cuore dello Stato moderno si basa sull’idea che qualcuno, che un sovrano individuale (un re) o collettivo (un parlamento), sia in condizione di disporre dell’intera società. In questo senso è vero che libertà e sovranità sono agli antipodi. Va però ricordato come nessun potere è onnipotente e assoluto, poiché deve fare i conti con il contesto in cui si colloca. In questo senso, negli Stati di piccole dimensioni si mettono in modo dinamiche più favorevoli alla libertà. In primo luogo c’è più trasparenza. In secondo luogo, vivere parassitariamente è meno agevole. In terzo luogo, e questo è cruciale, ogni ordinamento è costretto a competere con gli altri.
C’è poi un’ulteriore considerazione. I processi separatisti minano uno di quei pilastri del potere statuale che il nazionalismo ottocentesco ha ulteriormente rafforzato: l’idea di unità territoriale, la quale non dovrebbe mai essere messa in discussione e rinvierebbe a un’unità organica di territorio e popolazione. Noi siamo uomini liberi: discutiamo di tutto.

Con Piercamillo Falasca nel 2008 ha pubblicato il testo “Come il federalismo fiscale può salvare il mezzogiorno”. Che tesi veniva portata avanti? Possiamo ancora salvare le aree depresse della Repubblica con una seria devolution o bisogna passare oltre? In Sardegna il dibattito è aperto. Nonostante preoccupanti fenomeni di assistenzialismo, lo Stato non ha restituito l’intero gettito fiscale maturato dai contribuenti della nostra Autonomia regionale, mentre ospitiamo il 65% di tutte le basi militari d’Italia, con i danni economici e ambientali che possiamo immaginare.

Quel volume avanzava varie tesi. Forse la principale era che nessun aiuto pubblico è in grado di porre le premesse per una crescita su basi solide. In altre parole, l’assistenzialismo danneggia le aree che danno più di quanto non ricevano, ma anche quelle che in teoria dovrebbero essere “aiutate”. Nel dopoguerra la redistribuzione dal Nord al Sud ha danneggiato entrambi. Ma insistevamo molto anche sull’idea che la concorrenza è cruciale tanto nel mercato, dove le imprese competono per soddisfare al meglio i consumatori, quanto nella sfera politica. Quando per entrare in un altro regime di tassazione e regolazione basta muoversi di pochi chilometri, è chiaro che i governi sono portati a imporre meno imposte e offrire servizi migliori, proprio al fine di attrarre imprese e capitali. Un’Italia plurale sarebbe in grado di affrontare meglio molti dei suoi problemi: a partire dal disastro del Sud.
Per giunta, entro regimi politici fortemente accentrati sono in molti a sostenere, e con buone ragioni, di essere in vario modo penalizzati: come confermano le sue parole sull’autonomia regionale sarda. E d’altra parte non vi sono soldi che possano compensare la perdita della libertà di governarsi da sé.

Molti ignorano che in Sardegna abbiamo avuto uno dei primi libertari della storia contemporanea, fu l’autonomista Attilio Deffenu (1890-1918). La straordinaria attualità dei suoi scritti si rileva nel momento in cui denunciò la classe politica Sarda, ritenuta colpevole di ingannare i cittadini con il mito dell’onnipotenza statale. Cioè facendo credere loro che il governo centrale avrebbe calato dall’alto la soluzione all’indigenza economica dell’epoca. Ma oggi come si distinguono liberali e non?

Nel mio ultimo volume (Liberali e non) contrappongo autori che, a mio parere, sono davvero liberali e altri che, sempre a mio parere, non lo sono. E dalla lettura credo che si capisca piuttosto bene come per me il liberalismo è la filosofia politica che si preoccupa di eliminare o quanto meno minimizzare la coercizione, proteggendo la persona e quindi valorizzando al più alto grado la proprietà. In questo senso, un autore non è liberale se non è consapevole che lo Stato rappresenta oggi la peggiore minaccia per la libertà umana e che sono una decisa resistenza di fronte alle sue pretese può in qualche modo assicurare spazi d’azione alla società civile.

Uomini come Ludwig von Mises, Murray Rothbard e recentemente Hans-Hermann Hoppe, si resero conto che il centralismo di Stato può essere una seria minaccia ai diritti di una minoranza linguistica. E si tratta di un tema particolarmente caro a molti indipendentisti Sardi. Come potrebbe aiutarci il pensiero libertario su questo problema nella visione di una nuova Europa?

Le identità, anche linguistiche, non sono qualcosa di isolato dai contesti istituzionali: e quando assistiamo alla loro scomparsa dobbiamo comprendere che in troppi casi questo avviene a seguito del trionfo di un potere statale che non accetta le diversità. Il provenzale era una delle lingue più importanti d’Europa, con una letteratura formidabile, ma il potere parigino ha “normalizzato” e “francesizzato” la popolazione che l’utilizzava.
Il pensiero libertario sottolinea come in una società libera ognuno gestisce la propria vita, sviluppa le proprie attività, scrive e parla, intraprende e commercia senza che una qualche struttura possa usare la forza, come oggi fa lo Stato, per limitare la sua autonomia. La battaglia per la lingua – come quella a tutela di altre peculiarità – è e deve essere una battaglia per la libertà di tutti e contro la coercizione statale, la tassazione, la spesa pubblica.

Come vede l’indipendentismo dei popoli settentrionali d’Italia? Ritiene che la Lombardia, in un futuro non troppo lontano, abbia i numeri per unirsi alla grande famiglia indipendentista?

Credo nel Nord d’Italia vi siano alcune situazioni peculiari e assai calde: quella del Tirolo meridionale, quella di Trieste e quella del Veneto. Tutte e tre sono molto interessanti e molto differenti, interpretando una richiesta di indipendenza basata sulla lingua e sulla cultura, su argomenti primariamente storici e giuridici, sull’esigenza di sottrarsi alla “rapina territoriale”. Quest’ultimo tema è particolarmente importante in Veneto, che a mio parere può davvero essere “l’anello che non tiene”: quel punto in cui l’unità italiana può iniziare a dissolversi, a beneficio di tutti. In questo senso credo che tutti i veri liberali, i libertari e gli indipendentisti debbano fare il possibile per sostenere la battaglia dei veneti, che nei giorni scorsi hanno visto approvare dal Consiglio regionale una legge che istituisce un referendum consultivo sull’indipendenza.
Il caso della Lombardia è diverso. Tutti i dati dicono che non esiste al mondo una realtà ugualmente maltrattata dal governo centrale, se si considera che ogni famiglia – a causa del residuo fiscale – perde annualmente più di 20 mila euro (la differenza tra quanto versa allo Stato e quanto riceve in servizi locali e nazionali). Tutto questo però non si è mai tradotto in iniziativa politica o culturale, in rivolta, in opposizione, e la Lega da un lato ha screditato le tesi avverse al centralismo romano e dall’altro ha condotto una politica del tutto in linea con le logiche nazionali. Negli ultimi tempi però qualcosa sta iniziando a muoversi: stanno nascendo partiti autenticamente indipendentisti, associazioni, gruppi spontanei, iniziative di raccordo. È possibile che sulla scia della Catalogna e del Veneto anche la Lombardia inizi a chiedere il diritto a decidere sulla propria indipendenza.

Grazie.

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Articolo tradotto anche in Francia dal magazine culturale Contrepoints (PDF).

U.R.N. Sardinnya ONLINE

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