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	<title>Sa Natzione - U.R.N. Sardinnya ONLINE: Think tank d&#039;informazione e critica politica riformista di Sardegna</title>
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	<description>PORTALE di CRITICA, CULTURA, ECONOMIA e COMUNICAZIONE POLITICA RIFORMISTA di SARDEGNA</description>
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		<title>Anela lancia un museo cittadino. Che c&#8217;era già</title>
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		<pubDate>Sun, 14 Jun 2026 07:19:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[L'OPINIONE]]></category>
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		<description><![CDATA[Di Gianraimondo Farina. In merito all&#8217;inaugurazione del Museo di Anela sull&#8217;identità e la memoria (AIM), avvenuta sabato 6 giugno, vi sono alcuni aspetti da puntualizzare. E lo faccio da anelese, da storico e da emigrato. Intendiamoci, l&#8217;evento è stato positivo in se, e non possiamo che esserne felici.  Ricordando, però che il museo, allora denominato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="color: #0000ff;"><em><a href="https://www.sanatzione.eu/wp-content/archivio_media/uploads/2026/06/Anela.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-20367" title="anela" src="https://www.sanatzione.eu/wp-content/archivio_media/uploads/2026/06/Anela.jpg" alt="" width="605" height="387" /></a></em></span></p>
<p><span style="color: #0000ff;"><em>Di Gianraimondo Farina.</em></span></p>
<p>In merito all&#8217;inaugurazione del Museo di Anela sull&#8217;identità e la memoria (AIM), avvenuta sabato 6 giugno, vi sono alcuni aspetti da puntualizzare. E lo faccio da anelese, da storico e da emigrato.</p>
<p>Intendiamoci, l&#8217;evento è stato positivo in se, e non possiamo che esserne felici.  Ricordando, però che il museo, allora denominato &#8220;Museo del latte e delle culture pastorali e contadine del Gocéano&#8221;, ad Anela c&#8217;era già ed era stato voluto dalle precedenti amministrazioni. A partire da quella guidata da Tonino Dettori alla fine degli anni Ottanta e ripreso a metà degli anni Novanta.</p>
<p>Per chi non lo sapesse, e il sottoscritto era fra i pochi a frequentare come uditore quei consigli comunali, per riportarne le cronache su &#8220;Voce del Logudoro&#8221;, l&#8217;allora denominazione del Museo fu scelta a seguito di un approfondito dibattito svoltosi con interesse durante una mirata riflessione in consiglio. Dibattito che aveva messo a confronto gli intellettuali scelti per la curatela ed i consiglieri e gli assessori comunali di allora. Un museo che aveva, peraltro, l&#8217;obiettivo principale di riunire, ad Anela, fatto unico e raro, tutta la tradizione contadina e pastorale dell&#8217;Alta Valle del Tirso. E la scelta di Anela non avveniva per caso, essendo il paese sede della storica cooperativa lattiero casearia della zona su cui, personalmente, abbiamo scritto e siamo intervenuti in convegni scientifici internazionali (“Fra arretratezza, dinamismo e sviluppo. Il settore lattiero caseario nella storia economica e sociale di una subregione interna della Sardegna”, a cura di E. Ritrovato e G. Gregorini, in “Il settore agro-alimentare nella storia dell&#8217;economia europea”, Franco Angeli, 2019).</p>
<p><img class="alignleft" src="https://www.sanatzione.eu/wp-content/archivio_media/uploads/2016/05/SaNatzione.eu-URN-Sardinnya-Logo.jpg" alt="" width="196" height="200" />Ecco, siccome si parla e si racconta di &#8220;memoria&#8221; , sarebbe stato giusto ed onesto riconoscere i meriti di chi è passato prima. La memoria, così tanto declamata, è anche questo. Ricordo e riconoscenza.  L&#8217;evento, poi, giustamente, dalle foto pubblicate, è stato avvalorato dalla presenza della madrina Maria Giovanna Cherchi, grande artista e rappresentante della musica tradizionale sarda, dal vescovo di Ozieri mons. Corrado Melis, e da esperti e funzionari regionali e della Soprintendenza. Tranne gli storici. Ossia coloro che, come noi, ma non solo, da decenni, con indefesso impegno hanno fatto (e stanno continuando a fare) per la &#8220;memoria&#8221; di Anela. Da fuori. Ma con cuore e passione. Con associazioni di anelesi ed emigrati. Ultima, di grande rilievo, quella inter-territoriale sarda &#8220;del continente&#8221; dedicata a Giuseppe Sanna Sanna. Mai un circolo sardo di emigrati è stato dedicato ad un anelese. Noi, con determinazione e coraggio, da soli, contro tutto e tutti, ma con l&#8217;appoggio di amici e colleghi non sardi, ci siamo riusciti.</p>
<p>Dibattiti, convegni scientifici internazionali, pubblicazioni di prestigio, come la voce &#8220;Giuseppe Sanna Sanna&#8221; curata dal sottoscritto e pubblicata nel prestigioso dizionario &#8220;Scrittori italiani di economia del Regno d&#8217; Italia&#8221;, edizione ABI e coordinata dall&#8217;ex ministro Barucci, sono state il suggello di quest&#8217;azione. Per l&#8217;occasione sarebbe auspicabile che la Biblioteca di Anela acquistasse il monumentale Dizionario, unicum nel suo genere, in modo da far capire l&#8217;importanza del pensiero economico del suo grande figlio, confrontata con quella dei maggiori pensatori suoi contemporanei. Per non parlare della rivista internazionale italo-argentina Iustitia, in merito alle posizioni giurisdizionaliste di Sanna Sanna. Ebbene, la mancanza della parte storica all&#8217;evento è stata evidente. Avremmo potuto parlare, se si fosse solo accennato a Sanna Sanna, di colui che è stato il primo deputato sardo ad aver posto la questione sarda in seno al Parlamento italiano. L&#8217;occasione del recente evento avrebbe potuto valorizzarne la figura. Non è stato possibile. Ne abbiamo già parlato altrove. All&#8217;estero ed in continente. Ultima, in ordine di tempo, l&#8217;Università degli Studi di Catania che ricordava gli ottant&#8217;anni dello Statuto siciliano. &#8220;Nemo profeta in Patria&#8221;, si direbbe. Ma noi andiamo avanti. Con determinazione e coraggio. E dovrebbe occuparsene anche chi ha scritto che &#8220;la memoria non è nostalgia del passato, ma gratitudine per le radici che ci permettono di guardare lontano&#8221;.</p>
<p>No, la memoria è anche nostalgia. Ed è un&#8217;emozione complessa. E la nostalgia è una risorsa che permette di dare senso al nostro percorso, di integrare chi siamo stati con chi siamo oggi. A riconoscere che la nostalgia è &#8220;memoria attiva&#8221;. Perché, laddove non c&#8217;è nostalgia, non ci sono né memoria e né identità. E speriamo che quelle aule e stanze, che un tempo non troppo lontano avevano ospitato le scuole dell&#8217;infanzia e le elementari di Anela, &#8220;l&#8217;allora speranza&#8221; della comunità , ora siano veramente capaci di ospitare anche autentiche testimonianze e storie di anelesi che hanno reso grande ed onorato la comunità. è la nostalgia che diventa &#8220;memoria viva per il futuro&#8221;. Partendo da radici profonde.</p>
<p><strong>Redazione SANATZIONE.EU</strong></p>
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		<title>Un libro per un&#8217;incredibile vicenda culturale: il bias fenicio</title>
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		<pubDate>Tue, 26 May 2026 05:14:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[In Sardegna sopravvive ancora una curiosa moda &#8220;fenicia&#8221;, un retaggio, ereditato dagli albori dell&#8217;archeologia ottocentesca italiana, secondo cui tutti i grandi manufatti antichi dell&#8217;isola avrebbero origini nella scomparsa civiltà fenicia. Mentre oggi la storiografia e l&#8217;archeologia hanno superato questo limite. Ciò nonostante, il &#8220;bias fenicio&#8221; esiste ancora.   Antonello Gregorini e Marco Chilosi, assieme a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="color: #0000ff;"><a href="https://www.sanatzione.eu/wp-content/archivio_media/uploads/2026/05/Phoenician-Sidon-19mo-secolo.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-20357" title="phoenician-sidon-19mo-secolo" src="https://www.sanatzione.eu/wp-content/archivio_media/uploads/2026/05/Phoenician-Sidon-19mo-secolo.jpg" alt="" width="605" height="381" /></a></span></p>
<p><span style="color: #0000ff;">In Sardegna sopravvive ancora una curiosa moda &#8220;fenicia&#8221;, un retaggio, ereditato dagli albori dell&#8217;archeologia ottocentesca italiana, secondo cui tutti i grandi manufatti antichi dell&#8217;isola avrebbero origini nella scomparsa civiltà fenicia. Mentre oggi la storiografia e l&#8217;archeologia hanno superato questo limite.</span><br />
<span style="color: #0000ff;">Ciò nonostante, il &#8220;bias fenicio&#8221; esiste ancora.</span><br />
<span style="color: #0000ff;"> </span><br />
<span style="color: #0000ff;">Antonello Gregorini e Marco Chilosi, assieme a Silvano Tagliagambe e Fiorenzo Caterini, hanno pubblicato un libro a tema. Ne parliamo con gli autori.</span></p>
<p><span style="color: #0000ff;">L&#8217;idea che i sardi siano stati costantemente soggetti passivi di influenze levantine evidenzia il problema per cui il bias fenicio è un puro fattore culturale e non demografico. A cosa dobbiamo questa dinamica?</span></p>
<p>La Sardegna nuragica era una società coesa, integrata in una rete commerciale che da secoli collegava l&#8217;isola al Nord Europa, al Nordafrica, alla penisola iberica e al Mediterraneo orientale. Il collasso del XII secolo a.C., che travolse i regni del Levante, sull&#8217;isola lascia ferite minime: la rete commerciale anzi si rafforza, con Cipro come terminale orientale assai più che le città fenicio-cananee.<br />
C&#8217;è un dato che la paleogenomica recente ha reso evidente: lo studio Ringbauer-Krause su Nature (2025), basato su oltre duecento genomi antichi, ha mostrato che le popolazioni puniche — Cartagine inclusa — avevano un profilo prevalentemente siculo-egeo, con apporti nordafricani crescenti e contributi sorprendentemente esigui dal Levante.<br />
I sardi, in questo quadro, non furono &#8220;colonizzati&#8221;: furono protagonisti della rete. Adottarono l&#8217;alfabeto e quel &#8220;software&#8221; condiviso perché conveniva, non perché qualcuno lo avesse portato. Furono scelte consapevoli, non imposizioni.</p>
<p><span style="color: #0000ff;">Come può essere stato così persistente, questo bias?</span></p>
<p>Tutte le scienze, anche le più dure, hanno i loro bias: le equazioni di Boltzmann, di Einstein, di Dirac faticarono ad essere accettate finché non arrivò la dimostrazione empirica. Lo stesso meccanismo ha operato nella storiografia sulla Sardegna antica.<br />
Buon senso e modellazione degli insediamenti nuragici suggeriscono una società organizzata, capace di commerciare e di presidiare coste e risorse. Eppure la scarsità di ritrovamenti materiali — letta come &#8220;prova di assenza&#8221; anziché &#8220;assenza di prove&#8221; — ha alimentato a lungo l&#8217;immagine di sardi pseudo-trogloditi. Identico meccanismo per il bias fenicio.<br />
Eppure a Nora le murature fenicie non ci sono, e oggi si parla di &#8220;periodo fenicio/punico&#8221; fondendo due fasi palesemente diverse. Le guide continuano a raccontare di una fondazione fenicia, immaginando fondaci stagionali in legno: una tesi fragilissima, ancora oggi imposta alla narrazione locale. Abbiamo intitolato ai fenici territori e percorsi di studio per i quali l&#8217;evidenza scientifica, semplicemente, mancava.</p>
<p><span style="color: #0000ff;">Che ruolo ha avuto l&#8217;università sarda?</span></p>
<p>L&#8217;università sarda ha prodotto studiosi di primissimo livello — Lilliu, Ugas, Lo Schiavo, Bernardini — che hanno contribuito in modo straordinario alla documentazione della civiltà nuragica. Il &#8220;mito fenicio&#8221; non è una loro creazione: si è consolidato dentro un paradigma coloniale che ha dominato l&#8217;archeologia mediterranea per tutto il Novecento, da Moscati alle scuole francesi e anglosassoni.<br />
<img class="alignleft" src="https://www.sanatzione.eu/wp-content/archivio_media/uploads/2016/05/SaNatzione.eu-URN-Sardinnya-Logo.jpg" alt="" width="196" height="200" />Ciò che ha incrinato il quadro non è un cambio ideologico, ma tecnologico. E vale la pena sottolinearlo: i risultati paleogenomici più rilevanti per la Sardegna — quelli che documentano la straordinaria continuità della popolazione isolana — vengono proprio dalle università sarde e dal CNR, dal gruppo di Francesco Cucca. A questi si affiancano l&#8217;archeometria delle leghe metalliche, le analisi ceramologiche, e contributi di ricercatori esterni al circuito universitario, come Alfonso Stiglitz, che per via stratigrafica aveva formulato ipotesi che i dati genetici hanno poi corroborato.<br />
La lezione è chiara: il progresso interpretativo in archeologia, oggi, non avviene dentro una sola disciplina. Avviene nell&#8217;intersezione.</p>
<p><span style="color: #0000ff;">Il pamphlet esprime una domanda aperta: quali le prossime iniziative per approfondire la discussione?</span></p>
<p>Varie. Per esempio, dal 12 al 14 giugno a Villanovaforru e Gergei ospitiamo, in collaborazione con il prof. Mark Altaweel dello University College London, il workshop &#8220;Resilience and Vulnerability of the Nuragic Civilization&#8221; — dedicato al rapporto fra clima e società complesse nel Mediterraneo centrale. Fra i relatori, oltre ad Altaweel, Eric Cline (George Washington University), autore di &#8220;1177 a.C. – Il collasso della civiltà&#8221;; Anna Depalmas (Sassari); Emily Holt (Cardiff); Jesse Millek (Leiden); Andrea Squitieri (Padova); Andrea Columbu (Pisa); Juan Bernal-Wormull (Basel); Luca Lai (UNC Charlotte); Silvano Tagliagambe e Roberto Masiero. È un&#8217;occasione per collocare il caso sardo nel quadro mediterraneo, dove — nonostante la sua centralità materiale — la civiltà nuragica continua a comparire ai margini delle grandi sintesi. Lavoriamo perché smetta di esserlo.</p>
<p><span style="color: #0000ff;">Le amministrazioni locali sono consapevoli di questo limite culturale? E come si potrebbe invertire il trend?</span></p>
<p>Occorre una precisazione. Parlare di &#8220;limite culturale&#8221; rischia di essere ingeneroso. Il cosiddetto bias fenicio non nasce da pigrizia o errore: Moscati, Barreca, Bondi e gli archeologi che hanno costruito il paradigma della colonizzazione fenicia hanno fatto buona scienza, con i dati che avevano. Poi sono arrivati dati nuovi — paleogenetica, archeometria, sguardo postcoloniale sui reperti — che oggi rendono quel modello, nelle sue versioni più rigide, insostenibile. Questo si chiama progresso scientifico, non scandalo. E attenzione: la paleogenetica non chiude la partita, la riapre meglio.<br />
Detto questo: la consapevolezza istituzionale c&#8217;è, ma è parziale e disomogenea. E soprattutto, la filiera della narrazione storica non passa dalle amministrazioni locali.<br />
I manuali scolastici li fanno i grandi editori italiani, su un canone accademico costruito quasi tutto fuori dalla Sardegna. I musei e i siti rispondono al Ministero della Cultura tramite le Soprintendenze: la Regione può finanziare, promuovere, allestire — ma non può imporre una linea interpretativa che non sia già stata accreditata altrove. Risultato: uno studente sardo studia Tiro e Sidone, non le comunità nuragiche. Sui pannelli di Sulky c&#8217;è ancora scritto &#8220;fondazione tiria&#8221;, non per malafede, ma perché il sistema di validazione storica si muove più lento dei dati.<br />
C&#8217;è poi un nodo che si nomina poco: chi autorizza e finanzia le ricerche è spesso lo stesso soggetto che ne valida i risultati. Non è un&#8217;irregolarità, è una configurazione strutturale — ma una configurazione del genere tende, naturalmente, a rallentare l&#8217;emergere di ipotesi alternative. Riconoscerlo serve a capire perché il cambiamento sia così lento, anche di fronte a evidenze già mature.<br />
E dunque come si inverte la rotta? Agendo su più piani insieme, senza aspettarsi risultati nel breve termine.<br />
Sul piano scientifico, la Regione potrebbe finanziare in modo strutturale e pluriennale i poli di ricerca isolani. Sul piano formativo, esistono già spazi per percorsi curriculari di storia sarda: vanno esercitati con continuità. Sul piano narrativo, la Convenzione di Faro offre una chiave utile: il patrimonio vale per i significati che le comunità gli danno, non solo per i bolli accademici. Senza scivolare nell&#8217;opposto — l&#8217;uso identitario o nazionalista della storia — il mondo accademico sardo avrebbe tutto da guadagnare a uscire dalla torre d&#8217;Avorio e a costruire, insieme alla società civile, un racconto rigoroso ma non più ostaggio di un paradigma che i dati stanno smontando.<br />
La domanda vera, alla fine, è un&#8217;altra: esiste una classe dirigente disposta a investire in un processo che dà frutti?<br />
Quella è politica, non storia. E lì, la palla non è più nelle nostre mani.</p>
<p>- Chilosi, Gregorini &#8211; &#8220;Il bias fenicio&#8221; (Condaghes, Cagliari, 2026).</p>
<p><span style="color: #0000ff;"><em>A cura di Adriano Bomboi.</em></span></p>
<p><a href="https://www.sanatzione.eu/wp-content/archivio_media/uploads/2026/05/URN-Sardinnya-Cultura-e-Sotziedade-Intervista-sul-bias-fenicio.pdf" target="_blank">Scarica questo articolo in PDF</a></p>
<p><strong>U.R.N. Sardinnya ONLINE</strong></p>
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		<title>Bentu malu: nel nuovo libro di Tolu una nazione sarda a cavallo tra due mondi</title>
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		<pubDate>Tue, 19 May 2026 05:43:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Luca Tolu, già autore dell&#8217;importante saggio sulla storia di Sarroch, tra petrolchimica, ambiente e cultura locale, torna con un romanzo storico dalle forti tensioni sociali: &#8220;Bentu malu&#8221;. Ne parliamo con l&#8217;autore. Rieccoci Luca, qual buon vento, o meglio, quale cattivo vento ispira il tuo nuovo lavoro? «Questo lavoro nasce, in realtà, dall’incontro tra due progetti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><span style="color: #0000ff;"><a href="https://www.sanatzione.eu/wp-content/archivio_media/uploads/2026/05/Bentu-malus-cover.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-20347" title="bentu-malus-cover" src="https://www.sanatzione.eu/wp-content/archivio_media/uploads/2026/05/Bentu-malus-cover.jpg" alt="" width="605" height="454" /></a></span></em></p>
<p><em><span style="color: #0000ff;">Luca Tolu, già autore dell&#8217;importante saggio sulla storia di Sarroch, tra petrolchimica, ambiente e cultura locale, torna con un romanzo storico dalle forti tensioni sociali: &#8220;Bentu malu&#8221;.</span></em><br />
<em><span style="color: #0000ff;">Ne parliamo con l&#8217;autore.</span></em></p>
<p><span style="color: #0000ff;">Rieccoci Luca, qual buon vento, o meglio, quale cattivo vento ispira il tuo nuovo lavoro?</span></p>
<p>«Questo lavoro nasce, in realtà, dall’incontro tra due progetti che porto con me da tempo. Da un lato, l’idea di un saggio sulle istituzioni sociali, culturali e antropologiche della Sardegna campidanese; dall’altro, il desiderio di raccontare — attraverso lo strumento del romanzo — qualcosa che un saggio da solo non riesce a restituire fino in fondo: l’incontro, lo scontro e, in certi casi, la frattura tra due mondi.<br />
Parlo del mondo tradizionale de “su connottu”, con i suoi equilibri, le sue regole non scritte, la sua visione della comunità, e quello dell’Italia che arriva portando nuovi modelli, nuove istituzioni calate dall&#8217;alto e quindi nuove tensioni.<br />
Ho scelto di ambientare questa storia nell’Ottocento perché è forse l’ultimo secolo in cui la Sardegna conserva in maniera forte, riconoscibile, una propria purezza identitaria— se vogliamo usare questo termine con tutte le cautele del caso. È l&#8217;ultima fase prima che il Novecento introduca quella che molti studiosi hanno definito una vera e propria “catastrofe antropologica”, capace di trasformare profondamente la nostra società attraverso processi di assimilazione, sia diretti che indiretti, sia imposti che autoinflitti.<br />
“Bentu malu” nasce esattamente in questo spazio: nel punto di contatto — e di tensione — tra ciò che eravamo e ciò che stavamo per diventare.»</p>
<p><span style="color: #0000ff;">Ciò che stavamo per diventare o ciò che potevamo diventare?</span></p>
<p><img class="alignleft" src="https://www.sanatzione.eu/wp-content/archivio_media/uploads/2016/05/SaNatzione.eu-URN-Sardinnya-Logo.jpg" alt="" width="196" height="200" />«Se torniamo indietro di qualche decennio rispetto all’ambientazione del romanzo, direi senza dubbio “ciò che potevamo diventare”. La storia, da questo punto di vista, non è stata generosa con la nazione sarda. Anche l’ultimo grande sussulto di ribellione si è spento tra cappi al collo e repressione, con il fallimento del tentativo insurrezionale dei Moti di Palabanda, episodio che nel romanzo ritorna come eco e come ferita ancora aperta.<br />
Eppure, nonostante tutto, la “nazione” non scompare. Resta, resiste, sebbene messa a dura prova da un secolo e mezzo di politiche assimilazioniste che ne hanno progressivamente eroso alcuni tratti.»</p>
<p><span style="color: #0000ff;">Tra i tuoi impegni culturali non manca l&#8217;attenzione per la lingua sarda. Che ruolo ha nel nuovo libro?</span></p>
<p>«In Bentu Malu la voce narrante è in italiano, ma gran parte dei dialoghi è in lingua sarda, con una particolare attenzione — anche grazie alla revisione di Federica Picciau — alla ricerca di una parlata il più possibile autentica e priva di italianismi.<br />
L’idea di fondo era quella di offrire una sorta di fotografia antropologica della Sardegna ottocentesca. Per questo il sardo viene utilizzato ogni volta che, nel contesto sociale dell’epoca, sarebbe stato naturale parlare nella lingua nazionale dei sardi. Del resto, allora l’italiano era percepito da gran parte della popolazione quasi come una lingua straniera, un po’ come il francese nei territori d’outre-mer.»</p>
<p><span style="color: #0000ff;">Una curiosità che mi ha colpito del nuovo testo è la suddivisione dei capitoli nei mesi dell&#8217;anno. A che si deve questa scelta?</span></p>
<p>«Partendo dall’idea di offrire al lettore un ritratto il più possibile autentico della Sardegna ottocentesca, ho scelto di scandire il romanzo in dodici capitoli corrispondenti ai dodici mesi del calendario sardo, da Cabudanni fino ad Austu. Quel calendario rappresentava il modo stesso con cui le comunità organizzavano il tempo e davano senso al proprio mondo. Era insieme un calendario agricolo, liturgico e popolare: dentro quei mesi si intrecciavano il lavoro nei campi e nei pascoli, le feste religiose, i ritmi della natura, le paure, le attese e i riti comunitari.<br />
Attraverso i personaggi ho cercato di raccontare proprio questo universo umano, dove il tempo non era ancora quello caotico della modernità.»</p>
<p><span style="color: #0000ff;">Il ritmo è uno dei fili conduttori dell&#8217;opera, oltre il Sulcis costiero, come è variato a tuo avviso nella società sarda di ieri e in quella del presente?</span></p>
<p>«La Sardegna ottocentesca viveva ancora dentro un tempo lento, ciclico, profondamente legato alle stagioni. Era un ritmo che poteva essere duro, persino spietato, ma era comunque in armonia con l’ambiente circostante e con la dimensione comunitaria.<br />
Oggi quel ritmo si è spezzato. Non viviamo più “in rima” con le stagioni, con i tempi della natura o con quelli della comunità. Il popolo sardo ha subito un distacco molto traumatico da ciò che era: industrializzazione, assimilazione culturale, spopolamento e modernizzazione hanno prodotto una forma di alienazione che ci ha progressivamente disconnessi dai ritmi antichi.<br />
Attenzione: il cambiamento non si poteva fermare. La modernità sarebbe arrivata comunque, al di là di coloro che firmarono gli atti di governo. Nessuna società resta immobile e non è sintomo di intelligenza storica guardare con nostalgia al passato. Il problema, forse, è che troppo spesso abbiamo subito il nuovo ritmo senza decidere davvero come adattarlo a noi stessi.<br />
Ecco perché penso che oggi la sfida non sia tornare indietro — cosa impossibile — ma riprendere in mano il nostro presente. Essere noi sardi a scegliere quale rapporto vogliamo avere con il tempo, con il territorio e con la nostra identità di popolo. Ecco, c&#8217;è una Sardegna che non esiste più, ma che continua a parlarci.»</p>
<p>- <em>Disponibile in libreria, presso la casa editrice Catartica Edizioni, e nelle migliori piattaforme.</em></p>
<p><span style="color: #0000ff;">A cura di Adriano Bomboi.</span></p>
<p><a href="https://www.sanatzione.eu/wp-content/archivio_media/uploads/2026/05/URN-Sardinnya-Cultura-e-Sotziedade-Intervista-sul-nuovo-libro-di-Tolu.pdf" target="_blank">Scarica questo articolo in PDF</a></p>
<p><strong>U.R.N. Sardinnya ONLINE</strong></p>
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		<title>Vaccini e dermatite bovina in Sardegna: aggiornamenti</title>
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		<pubDate>Sun, 17 May 2026 06:32:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Al seguito, un intervento del dott. Alberto Laddomada, ex direttore dell&#8217;Istituto Zooprofilattico Sardo. Ed infine un intervento di Janez Dessì, tecnico del settore (Sarda Zootecnica). AL: «I focolai di dermatite bovina comparsi a metà aprile nel Sarrabus (Muravera e comuni vicini) sono stati una bruttissima sorpresa. Io per primo, lo ammetto, ero fiducioso che il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="color: #0000ff;"><em><a href="https://www.sanatzione.eu/wp-content/archivio_media/uploads/2026/05/VB.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-20330" title="vb" src="https://www.sanatzione.eu/wp-content/archivio_media/uploads/2026/05/VB.jpg" alt="" width="605" height="441" /></a></em></span></p>
<p><span style="color: #0000ff;"><em>Al seguito, un intervento del dott. Alberto Laddomada, ex direttore dell&#8217;Istituto Zooprofilattico Sardo.</em></span></p>
<p><span style="color: #0000ff;"><em>Ed infine un intervento di Janez Dessì, tecnico del settore (Sarda Zootecnica).</em></span></p>
<p>AL: «I focolai di dermatite bovina comparsi a metà aprile nel Sarrabus (Muravera e comuni vicini) sono stati una bruttissima sorpresa.<br />
Io per primo, lo ammetto, ero fiducioso che il virus non sarebbe ricomparso. Ma purtroppo la malattia si è rivelata ancor più insidiosa del previsto.<br />
Ad oggi i focolai confermati in altrettanti allevamenti bovini del Sarrabus sono sei, oltre ad un sospetto, che temo sarà presto confermato, in un altro piccolo allevamento della stessa zona.<br />
Questi focolai hanno portato ad una giustificata preoccupazione e a situazioni che si vorrebbe sempre evitare: mi riferisco in particolare agli abbattimenti di animali e alle restrizioni nelle movimentazioni e nei commerci dei bovini vivi.</p>
<p>Ma è già stata avviata la campagna di vaccinazione, tesa a rafforzare l’immunità “di popolazione” che costituisce una importantissima barriera contro la diffusione virale e che protegge i singoli capi vaccinati dalla malattia e dai suoi sintomi (i capi ammalati quest’anno sono stati pressoché esclusivamente vitelli di oltre tre-quattro mesi di età, in cui la protezione data dal colostro delle madri vaccinate era ormai “svanita”); oppure, capi che l’anno scorso non erano stati vaccinati (in un caso si è trattato di un allevamento del tutto non vaccinato, dove sono stati osservati sintomi di malattia molto gravi e da dove il virus si è probabilmente diffuso agli allevamenti vicini).</p>
<p>Quello che mi sembra opportuno sottolineare è che, pur molto spiacevole, la situazione verificatasi nell’ultimo mese in Sardegna è molto meno grave di quella osservata l’anno scorso dopo il primo mese dalla conferma della malattia tra fine giugno e fine luglio.<br />
Situazione meno grave sotto tutti i punti di vista, ricordo alcuni numeri e dati di fatto:</p>
<p>- molti meno i focolai (6/7 quest’anno, oltre 30 l’anno scorso, cioè circa uno al giorno);<br />
- molti meno i capi coinvolti e pertanto sottoposti ad abbattimento (circa 260 quest’anno, oltre 2mila l’anno scorso);<br />
- area interessata di ampiezza molto minore;<br />
- rapidità molto maggiore nell’attuazione delle misure di contenimento (abbattimenti) e di profilassi vaccinale;<br />
- buona parte della popolazione bovina gode ancora della protezione immunitaria indotta dalla vaccinazione dello scorso anno;<br />
- restrizioni alle movimentazioni meno severe in gran parte della Sardegna, con possibilità di commercializzare i bovini anche verso la penisola.<br />
Ad indurre alla massima prudenza però ci devono essere almeno due fattori:<br />
- siamo appena entrati nel periodo di massimo rischio di trasmissione della malattia per via della presenza di vettori (mosche e zecche in particolare);<br />
- continuano le attività di disinformazione che trovano spazio in almeno una parte del mondo allevatoriale, sia pure nettamente minoritaria; e abbiamo già visto, invece, quanto la convinta collaborazione di tutti gli allevatori sia di basilare importanza per contrastare efficacemente la malattia, in particolare relativamente alla vaccinazione.</p>
<p>Tuttavia, nel complesso, ci sono i presupposti per fare sì che i danni causati dalla malattia siano quest’anno di molto inferiori rispetto allo scorso anno.<br />
La raccomandazione a veterinari e allevatori è pertanto quella di continuare ad attuare con la massima scrupolosità tutte le misure previste dalle norme contro la dermatite bovina: se si riesce a limitare al massimo la circolazione virale nei prossimi mesi, e se l’adesione alla vaccinazione sarà anche maggiore di quella dell’anno scorso, le perdite e i costi della malattia saranno molto limitati e sarà molto più improbabile trovarsi, nel 2027, nella spiacevole situazione in cui ci si è trovati nell’aprile del 2026.»</p>
<p><img class="alignright" src="https://www.sanatzione.eu/wp-content/archivio_media/uploads/2016/05/SaNatzione.eu-URN-Sardinnya-Logo.jpg" alt="" width="196" height="200" />JD: «In merito a dubbi e paure sulla campagna di vaccinazione diffusi online, il punto tecnico fondamentale è questo:<br />
un animale vaccinato può risultare positivo ai test immunologici senza essere infetto né contagioso.</p>
<p>La differenza autentica è tra:</p>
<p>- positività vaccinale, dovuta alla risposta immunitaria al vaccino vivo attenuato;<br />
- positività da virus di campo &#8220;selvaggio&#8221;→ cioè presenza e circolazione reale del virus della Lumpy Skin Disease.</p>
<p>Oggi i laboratori non si limitano a dichiarare “positivo o negativo”.<br />
Utilizzano PCR specifiche e test cosiddetti “DIVA” che permettono di distinguere il ceppo vaccinale dal virus selvaggio circolante.<br />
Infatti anche il Ministero della Salute chiarisce che:<br />
“un animale vaccinato con eventuali reazioni post vaccinali non viene automaticamente considerato focolaio, perché i test PCR distinguono la positività vaccinale dall’infezione reale”.</p>
<p>Quindi:</p>
<p>- avere animali vaccinati “positivi” agli anticorpi non significa avere circolazione della malattia;<br />
- la perdita temporanea dello status sanitario dipende dalla gestione epidemiologica e normativa;<br />
- l’obiettivo della vaccinazione di massa è proprio bloccare la circolazione del virus di campo &#8220;selvaggio&#8221; per tornare più rapidamente allo status free.</p>
<p>È lo stesso principio usato in molte altre malattie animali:<br />
la sieropositività post vaccino indica immunità, non presenza di un focolaio attivo. Il focolaio viene attivato nel momento in cui nello stesso allevamento ci sono animali con PCR positiva al VIRUS di campo &#8220;selvaggio&#8221;.»</p>
<p><a href="https://www.sanatzione.eu/wp-content/archivio_media/uploads/2026/05/URN-Sardinnya-Lopinione-Aggiornamenti-su-Dermatite-Bovina.pdf" target="_blank">Scarica questo articolo in PDF</a></p>
<p><strong>Redazione SANATZIONE.EU</strong></p>
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		<title>Indipendentisti vincono in Scozia e Galles, mentre in Sardegna scompare il brand sardista</title>
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		<pubDate>Sat, 09 May 2026 20:41:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Che cosa sta succedendo? E che differenze ci sono tra isole britanniche e Sardegna? Nel Regno Unito l&#8217;indipendentismo europeista e pro-ucraino tiene a bada l&#8217;ondata populista di Reform UK: l&#8217;SNP scozzese ottiene la maggioranza contro le forze unioniste, e nel Galles gli indipendentisti del Plaid Cymru archiviano un secolo di governo locale laburista. La destra [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.sanatzione.eu/wp-content/archivio_media/uploads/2026/05/PC.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-20321" title="pc" src="https://www.sanatzione.eu/wp-content/archivio_media/uploads/2026/05/PC.jpg" alt="" width="605" height="496" /></a></p>
<p>Che cosa sta succedendo? E che differenze ci sono tra isole britanniche e Sardegna?</p>
<p>Nel Regno Unito l&#8217;indipendentismo europeista e pro-ucraino tiene a bada l&#8217;ondata populista di Reform UK: l&#8217;SNP scozzese ottiene la maggioranza contro le forze unioniste, e nel Galles gli indipendentisti del Plaid Cymru archiviano un secolo di governo locale laburista.</p>
<p>La destra di Farage vince inequivocabilmente in Inghilterra, sebbene oggi riesca ad affacciarsi sia a Edimburgo che a Cardiff, e con minore intensità nell&#8217;Irlanda del Nord guidata dagli indipendentisti dello Sinn Féin.</p>
<p>Paradossalmente, l&#8217;indipendentismo delle isole britanniche rappresenta l&#8217;ultimo muro di difesa contro il dilagare del populismo nazionalista anglocentrico.</p>
<p>Una difesa che, ancor più incredibilmente, riguarda i diversi contenuti programmatici promossi dagli indipendentisti, di cui faremo qualche cenno.</p>
<p>La situazione è decisamente diversa in Sardegna, dove il populismo dei 5 Stelle governa l&#8217;isola dal 2024 con la complicità del “laburismo” targato PD, mentre l&#8217;indipendentismo si trova falcidiato in due tronconi, entrambi elettoralmente alle corde.</p>
<p>L&#8217;indipendentismo “istituzionale”, ossia il Partito Sardo d&#8217;Azione, il più antico d&#8217;Italia, è addirittura scomparso dal Consiglio Regionale, rimanendo attivo solamente in diverse amministrazioni locali. Mentre le restanti sigle indipendentiste appaiono quasi del tutto assenti dal tessuto socio-politico isolano.</p>
<p>Quali sono le ragioni di questo disastro elettorale?</p>
<p>Invero, non è la prima volta che il sardismo alterna alti e bassi, e negli ultimi anni è passato da buoni successi (il ritorno nel Parlamento italiano con Christian Solinas e poi alla guida della Regione dopo decenni di assenza), ad una completa sparizione persino dall&#8217;opposizione consiliare. Mentre negli ultimi mesi una numerosa fronda interna al partito contesta a Solinas il flop elettorale e il mancato dibattito interno al problema.</p>
<p>Ed è su questo aspetto che cogliamo già le prime differenze rispetto al contesto britannico: il PSD&#8217;AZ, notate bene, non ha mai seriamente messo in discussione il bipolarismo inteso, non solamente in termini di legislazione elettorale, ma come pura strategia di raggiungimento e di detenzione del potere.<br />
Esso creava una propria lista nella fase storica in cui esisteva un sistema di voto proporzionale (come tra 1949 e 1994), salvo poi comunque allearsi con partiti italiani per comporre una giunta di governo. Successivamente, il PSD&#8217;AZ ha ritenuto “inevitabile”, nel quadro di un sistema maggioritario, presentarsi in coalizioni di centrodestra o centrosinistra italiane, pur di ottenere un posizionamento politico-amministrativo nelle istituzioni locali.</p>
<p>L&#8217;SNP ha invece governato interamente da solo la Scozia, sia come governo di minoranza (2007-2011) che con una maggioranza assoluta (2011-2016).</p>
<p><img class="alignleft" src="https://www.sanatzione.eu/wp-content/archivio_media/uploads/2016/05/SaNatzione.eu-URN-Sardinnya-Logo.jpg" alt="" width="196" height="200" />In altri termini, il sardismo interpreta il conseguimento del potere in un&#8217;ottica di esclusiva sottomissione strategica alla partitocrazia italiana, indipendentemente dalle leggi elettorali, mentre gli scozzesi hanno scelto una responsabilità identitaria, programmatica e amministrativa alternativa a quella unionista. Una scelta che oggi in Italia potrebbe essere intrapresa da forze liberali e moderate che si pongono in aperta polemica col bipolarismo italiano. Si pensi al “Partito Liberaldemocratico” di Marattin, ad “Azione” di Calenda o ad “Ora!”. Malgrado queste sigle non abbiano una precipua cultura federalistica del paese, e, come il sardismo, potrebbero necessitare di anni e fallimenti per accrescere i propri consensi.</p>
<p>Questa diversa dinamica ha spesso portato il nostro sardismo ad essere interpretato in termini analoghi alla Lega Nord: un partito puramente clientelare, e che &#8211; non a caso &#8211; anche nelle sue fasi di governo, ben raramente ha promosso, conseguito o attuato una qualche riforma dell&#8217;Autonomia locale.</p>
<p>Questa è anche la ragione principale per cui il brand sardista, ossia la storica bandiera dei 4 Mori listata a lutto, ha perso il suo proverbiale appeal presso l&#8217;elettorato sardo, che ha cessato di considerare il PSD&#8217;AZ come esclusivo e autorevole “partito dei sardi”. Un ideale che purtroppo sopravvive, per la maggiore, in una minoranza di elettori dai capelli bianchi, e che oggi si trova ad un bivio critico della propria storia, in cui dovrà ben valutare come posizionarsi per poter sopravvivere.</p>
<p>Ben più grave tuttavia la sorte delle altre minoritarie sigle indipendentiste sarde, i cui contenuti ricalcano spesso tematiche fotocopiate dalla sinistra radicale italiana, ed espongono contenuti totalmente diversi rispetto alle forze indipendentiste scozzesi e gallesi.</p>
<p>La maggior parte dei nostri indipendentisti appare chiaramente euroscettica, non ha una concreta politica di amministrazione del territorio (sanità, scuola o finanza pubblica); né una politica energetica definita (si abbina alla galassia NIMBY), e non ha neppure una credibile posizione di politica estera e di sicurezza (supporta dittature quali Russia, Iran e Cuba). Mentre gli scozzesi hanno maturato una linea pro-NATO ed a vantaggio dell&#8217;industria delle armi nel proprio territorio.<br />
Persino gli indipendentisti gallesi hanno espresso una posizione pro-Ucraina, e verosimilmente presto si allineeranno all&#8217;SNP (ma anche ai catalani) nella necessità di sviluppare credibili politiche di sicurezza per il proprio territorio.</p>
<p>Notare inoltre che l&#8217;SNP e i gallesi vincono contro Reform proponendo pure maggiore immigrazione come strumento in grado di contrastare sia l&#8217;invecchiamento demografico, che l&#8217;inaridimento del mercato del lavoro. Che posizione hanno invece al riguardo le sigle sarde? La domanda è retorica, non hanno una risposta o una proposta percorribile.</p>
<p>In conclusione, nonostante la democrazia britannica appaia ben più rodata di quella italiana, la sua cultura politica rende maggiormente possibile effettuare proposte oltre uno schema bipolare dell&#8217;agone politico. Mentre in Italia e in Sardegna manca ancora la capacità, l&#8217;audacia, la competenza (o il personale politico), per proporre una seria alternativa non ideologica al bipolarismo italiano.</p>
<p>Un&#8217;alternativa europeista, liberaldemocratica, filo-occidentale e progressista. Pensiamoci.</p>
<p><em><span style="color: #0000ff;">Adriano Bomboi.</span></em></p>
<p><a href="https://www.sanatzione.eu/wp-content/archivio_media/uploads/2026/05/URN-Sardinnya-Lopinione-Indipendentismo-tra-Galles-Scozia-e-Sardegna.pdf" target="_blank">Scarica questo articolo in PDF</a></p>
<p><strong>U.R.N. Sardinnya ONLINE</strong></p>
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		<title>L&#8217;altro 28 aprile: Giovanni M. Angioy, George Washington e Thomas Jefferson</title>
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		<pubDate>Tue, 28 Apr 2026 07:16:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Si celebra oggi la festa nazionale dei sardi, quando il 28 aprile di due secoli fa partirono dei moti popolari, il cui apice conclusivo fu l&#8217;idea di creare una Repubblica indipendente aperta allo sviluppo del commercio internazionale e in linea con lo spirito illuminista dei tempi. Un progetto, poi naufragato, che vide la partecipazione dell&#8217;intelligence [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.sanatzione.eu/wp-content/archivio_media/uploads/2026/04/AW.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-20305" title="aw" src="https://www.sanatzione.eu/wp-content/archivio_media/uploads/2026/04/AW.jpg" alt="" width="605" height="412" /></a></p>
<p>Si celebra oggi la festa nazionale dei sardi, quando il 28 aprile di due secoli fa partirono dei moti popolari, il cui apice conclusivo fu l&#8217;idea di creare una Repubblica indipendente aperta allo sviluppo del commercio internazionale e in linea con lo spirito illuminista dei tempi.<br />
Un progetto, poi naufragato, che vide la partecipazione dell&#8217;intelligence e del governo francese dell&#8217;epoca.</p>
<p>Tra i vari protagonisti che animarono quella stagione riformista, Giovanni Maria Angioy ne fu il più celebre, e incredibilmente la sua figura ha diversi connotati comuni con due ben più celebri protagonisti di fine Settecento: George Washington e Thomas Jefferson.</p>
<p>Cosa avevano in comune questi eminenti personaggi del passato?</p>
<p>Quella americana viene definita da vari storici come una “rivoluzione conservatrice”, nella misura in cui i coloni si batterono per preservare i propri liberi commerci rispetto alle pretese, anche e soprattutto fiscali, della Corona inglese. Circostanza per cui nacquero gli attriti.</p>
<p>Ed è su questi aspetti che subentrano le analogie col nostro Giovanni Maria Angioy, perché l&#8217;eroe sardo non è affatto – secondo alcuni luoghi comuni del presente – il classico rivoluzionario che dal basso si erge a rappresentare le istanze delle popolazioni oppresse.</p>
<p>Angioy era un magistrato della Reale Udienza, e venne persino insignito dal potere sabaudo della carica di Alternos, ossia capace di esercitare il potere vicereale. E ciò al fine di sedare e ricomporre i disordini popolari.<br />
Ma sarà proprio la progressiva conoscenza delle ragioni di quei disordini a portarlo alla testa stessa dei moti di rivolta.<br />
Angioy rappresenta dunque il potere e l&#8217;autorità dell&#8217;epoca, esattamente come George Washington, che fu deputato, giudice e militare. Due uomini che, muovendosi dall&#8217;alto, a un certo punto si fanno interpreti delle istanze socio-economiche del territorio. E nel caso USA sarà Thomas Jefferson una delle figure apicali di riferimento.</p>
<p>Perché? E cosa avevano in comune anche Jefferson con Angioy?</p>
<p>Si tratta di un aspetto molto interessante che attiene alle affinità e alle divergenze della struttura economica dell&#8217;epoca tra Regno di Sardegna ed ex Colonie americane.</p>
<p>Da un lato, il nostro Angioy, inizialmente sostenuto pure da dei feudatari, si rende conto che ampia parte dei problemi economici del territorio derivano proprio dal modello feudale; dall&#8217;altro lato, Jefferson si pone sulla stessa linea di pensiero: in Virginia, questi si rende conto che la ricchezza derivante dai commerci può essere preservata ed espansa abbattendo i retaggi feudali importati nelle Colonie dalle autorità inglesi.</p>
<p><img class="alignleft" src="https://www.sanatzione.eu/wp-content/archivio_media/uploads/2016/05/SaNatzione.eu-URN-Sardinnya-Logo.jpg" alt="" width="196" height="200" />Tanti ignorano infatti che, nonostante gli americani non avessero una struttura feudale sulla base di quelle ancora esistenti in larga parte d&#8217;Europa, sussistevano però diversi istituti e costumi di gestione delle terre di derivazione feudale. Qualche esempio contestato da Jefferson? Si pensi ai “quitrents”, che obbligavano i proprietari terrieri a versare una tassa di concessione o un pagamento diretto alla Corona per la titolarità della terra. O si pensi al cosiddetto “entail”, una clausola legale per cui non si potevano vendere o dividere i grandi latifondi, danneggiando lo sviluppo della proprietà privata e dunque degli investimenti, a vantaggio dei protetti della Corona. E ciò, ricordiamolo, avveniva in un&#8217;America che, a differenza dei sardi, aveva già conosciuto i vantaggi della proprietà privata e del libero commercio. In altre parole, del capitalismo.</p>
<p>Ed è a questo punto che le vicende di Angioy si separano da quelle di Washington e Jefferson, proprio a causa dei diversi fondamenti economici esistenti.</p>
<p>Perché a un certo punto i feudatari sardi comprendono che seguire Angioy sino in fondo significa perdere rendite economiche certe, in una realtà dove “su connottu” delle terre comuni prevale nella struttura economico-sociale del territorio. Ed ecco che Angioy inizierà a perdere la fiducia di quanti non compresero la lungimiranza delle sue idee, e che lo porteranno più tardi a morire da ospite in Francia.</p>
<p>Ben diversa la sorte di Washington e Jefferson, perché dove già si erano conosciuti i benefici della proprietà privata, alimentare una battaglia politica (e poi militare) contro i privilegi dell&#8217;aristocrazia coloniale portava benefici diffusi a chi già materialmente controllava le terre e commerciava manifatture legate ad esse, consentendo di ampliarne i successi economici.</p>
<p>Ma attenzione: i signorotti sardi giungeranno ad analoghe conclusioni di quelli americani diversi decenni dopo la fine dell&#8217;avventura angioyana. Avverrà all&#8217;epoca delle famose “chiudende”, che demoliranno il feudalesimo. Un processo che, tuttavia, non essendo gestito da un potere repubblicano, a differenza degli USA, si trasformerà in un parziale saccheggio delle terre pubbliche, con cui pochi riuscirono ad arraffare varie terre, forti delle posizioni di privilegio ereditate dal passato. Sarà comunque nell&#8217;Ottocento, con ampio e disastroso ritardo rispetto agli americani, che i sardi inizieranno a conoscere autonomamente i benefici del libero commercio derivante da una razionalizzazione privata dell&#8217;uso delle terre, e dall&#8217;export (anche internazionale) dei loro prodotti.</p>
<p>In definitiva, Angioy ai suoi tempi perde perché le sue istanze creano una cesura netta tra establishment e istanze di cambiamento, per cui tanti sardi preferiscono annaspare ne “su connottu”. Viceversa, Washington e Jefferson vincono invece perché le loro istanze sono già parte del DNA economico locale, e si tratta solamente di tutelarle espellendone le scorie che ne impediscono la crescita.</p>
<p>Notiamo dunque che entrambe le rivoluzioni, quella americana e quella mancata sarda, nascono su basi conservatrici, evolvendosi rapidamente su istanze riformiste e progressiste, ben diversamente dalla rivoluzione francese, che pure ispirò i sardi.<br />
E ciò perché i sardi non parlano subito di “Repubblica sarda”, inizialmente pongono solamente domande al potere regio d&#8217;oltremare per stabilire un riequilibrio senza mettere in discussione la titolarità della sovranità. Parimenti, anche gli americani non parlano immediatamente di indipendenza, chiedono al potere regio d&#8217;oltreoceano di ristabilire un equilibrio (“no taxation without representation”).</p>
<p>Le conseguenze di quegli eventi le conosciamo benissimo: gli USA sono divenuti la maggiore potenza al mondo, mentre i sardi non hanno neppure un PIL paragonabile a quello di altre note e sviluppate isole-Stato di fama internazionale.</p>
<p>- <span style="text-decoration: underline;">Una versione aggiornata di questo articolo è stata inoltre pubblicata in prima pagina sul quotidiano <em>L&#8217;Unione Sarda</em> in data 12-05-2026, visionabile ai seguenti link</span>: <a href="https://www.sanatzione.eu/wp-content/archivio_media/uploads/2026/05/Intervento-A.-Bomboi-su-LUS-del-12-05-2026.jpg" target="_blank">JPG</a> o <a href="https://www.sanatzione.eu/wp-content/archivio_media/uploads/2026/05/Intervento-Bomboi-su-LUnione-Sarda-del-12-05-2026.pdf" target="_blank">PDF</a>. In alternativa, ascolta il podcast dell&#8217;editoriale su <a href="https://radiolina.it/podcast/i-paralleli-con-angioy-di-adriano-bomboi/" target="_blank">Radiolina</a>.</p>
<p><em><span style="color: #0000ff;">Adriano Bomboi.</span></em></p>
<p><a href="https://www.sanatzione.eu/wp-content/archivio_media/uploads/2026/04/URN-Sardinnya-Cultura-e-Sotziedade-Il-28-aprile-di-Angioy-Washington-e-Jefferson.pdf" target="_blank">Scarica questo articolo in PDF</a></p>
<p><strong>U.R.N. Sardinnya ONLINE</strong></p>
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		<title>Oltraggio a Gramsci: revocare cittadinanza onoraria di Ales ad Angelo d&#8217;Orsi</title>
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		<pubDate>Sun, 26 Apr 2026 09:10:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Chiederemo la revoca della cittadinanza onoraria di Ales conferita oggi ad Angelo D&#8217;Orsi. Un&#8217;iniziativa, ricordiamolo, patrocinata pure dalla Regione Sardegna, che evidentemente avvalla la scelta della scriteriata amministrazione di Ales, paese natale di Gramsci. Perché scriteriata? Perché Angelo d&#8217;Orsi, prima che uno storico, è un noto propagandista delle tesi del regime russo volte a giustificare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.sanatzione.eu/wp-content/archivio_media/uploads/2026/04/DOSG.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-20299" title="dosg" src="https://www.sanatzione.eu/wp-content/archivio_media/uploads/2026/04/DOSG.jpg" alt="" width="605" height="406" /></a></p>
<p>Chiederemo la revoca della cittadinanza onoraria di Ales conferita oggi ad Angelo D&#8217;Orsi.</p>
<p>Un&#8217;iniziativa, ricordiamolo, patrocinata pure dalla Regione Sardegna, che evidentemente avvalla la scelta della scriteriata amministrazione di Ales, paese natale di Gramsci.</p>
<p>Perché scriteriata? Perché Angelo d&#8217;Orsi, prima che uno storico, è un noto propagandista delle tesi del regime russo volte a giustificare la guerra di aggressione contro l&#8217;Ucraina.<br />
Un propagandista, come ci ha ben ricordato il giornalista Francesco Nocco, presente ai gala di Putin a Mosca e presente nella sua TV di Stato, come quella condotta da Solovyev, seguace del pensiero duginiano e recentemente distintosi per gli insulti alle istituzioni italiane. In tale occasione d&#8217;Orsi diffamò i vertici europei definendo Kaja Kallas “erede biologica dei nazisti”.</p>
<p>Mentre scriviamo queste righe, altre donne, uomini e bambini ucraini sono morti nei quotidiani lanci di droni e missili del Cremlino contro la popolazione civile inerme. E mentre diversi russi si trovano oggi detenuti nelle prigioni postsovietiche del fascista russo, esattamente come Gramsci, che patì in prima persona la violenza di chi odia la libertà e la democrazia.<br />
<img class="alignleft" src="https://www.sanatzione.eu/wp-content/archivio_media/uploads/2016/05/SaNatzione.eu-URN-Sardinnya-Logo.jpg" alt="" width="196" height="200" />Ve lo dice un liberale, lontano tanto dal fascismo quanto dalle peggiori e sanguinarie espressioni del comunismo, di cui Gramsci, da grande intellettuale e cofondatore del PCI, non fece parte.</p>
<p>Ecco, conferire la cittadinanza ad un personaggio come d&#8217;Orsi, come se si possano distinguere i singoli (e presunti) meriti storiografici dai suoi miserabili e sistematici applausi a Putin, fa comprendere come il sindaco e la maggioranza di Ales abbiano una visione totalmente distorta dell&#8217;etica, del concetto di opportunità e del senso di misura che dovrebbe contraddistinguere una pubblica amministrazione che ha il dovere di promuovere i valori della democrazia.</p>
<p>Anche il centrosinistra è responsabile della situazione, poiché esercita la propria influenza sull&#8217;ANPI, che in Sardegna ha promosso il tour di d&#8217;Orsi. Un&#8217;associazione partigiana ormai tristemente svuotata della sua missione originaria, e troppo spesso – come mostrano le cronache italiane, incluso l&#8217;ultimo 25 aprile – foglia di fico di frange settarie, estremiste ed intolleranti che circolano indisturbate nelle nostre città. Un degrado culturale accompagnato da un chiaro e vergognoso supporto politico, in un&#8217;Italia peraltro chiaramente esposta all&#8217;influenza della criminalità russa nei media pubblici e privati.</p>
<p>E poco importa che Ales sia un piccolo paese di cui i sardi stessi, prima che gli italiani, conoscono poco, conta il messaggio politico e simbolico che consegniamo ai cittadini, e i valori che intendiamo offrire loro per un futuro migliore.</p>
<p><span style="color: #0000ff;"><em>Adriano Bomboi.</em></span></p>
<p><a href="https://www.sanatzione.eu/wp-content/archivio_media/uploads/2026/04/URN-Sardinnya-Lopinione-Bomboi-contro-cittadinanza-onoraria-a-dOrsi.pdf" target="_blank">Scarica questo articolo in PDF</a></p>
<p><strong>U.R.N. Sardinnya ONLINE</strong></p>
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		<title>Celebrazione angioyana a Parigi</title>
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		<pubDate>Mon, 13 Apr 2026 20:00:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Si è tenuto a Parigi, presso il cimitero di Père-Lachaise, un omaggio al patriota sardo Michele Obino, ed agli eroi della “sarda rivoluzione” contro l&#8217;oppressione feudale e sabauda del 1796, morti esuli e rifugiati in Francia. Per l&#8217;evento si è esibito il tenore Luca Sannai dell’Opéra national de Paris. Un lavoro di riscoperta e valorizzazione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.sanatzione.eu/wp-content/archivio_media/uploads/2026/04/ANSP.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-20283" title="ansp" src="https://www.sanatzione.eu/wp-content/archivio_media/uploads/2026/04/ANSP.jpg" alt="" width="605" height="454" /></a></p>
<p>Si è tenuto a Parigi, presso il cimitero di Père-Lachaise, un omaggio al patriota sardo Michele Obino, ed agli eroi della “sarda rivoluzione” contro l&#8217;oppressione feudale e sabauda del 1796, morti esuli e rifugiati in Francia.<br />
Per l&#8217;evento si è esibito il tenore Luca Sannai dell’Opéra national de Paris.</p>
<p>Un lavoro di riscoperta e valorizzazione storico-culturale portata avanti dall&#8217;impegno di Adriana Valenti Sabouret, con la collaborazione dell&#8217;Assemblea Nazionale Sarda.</p>
<p>Al seguito, l&#8217;intervento sull&#8217;emigrazione di Gianraimondo Farina, vicepresidente del circolo culturale sardo di Monza; Università Cattolica del Sacro Cuore, Dipartimento di studi storici e filologici.</p>
<p>Quel 1796 sardo fra rivoluzione, esilio ed emigrazione.</p>
<p>In sardo vi sono due termini che rendono molto bene i concetti di emigrazione. Entrambi validi e pertinenti. Il primo, naturalmente, emigratzione, più dolce, più accettabile. Indica, sostanzialmente, il “migrare” dalla tua terra, per poi, magari, in un futuro, tornarci.  E’, questa, anche, una connotazione economica. Diversa e più profonda è, invece l’altra accezione, riferita al termine disterru, molto in voga nella cultura e nella poesia sarda.  Termine in cui emerge chiaramente l’allocuzione alla recisione di ogni legame con la terra di origine.  Dis-terru, “fuori”, via dalla tua terra.   Termine più appropriato ad un distacco reale, ad un esilio, piuttosto che ad un’emigrazione strictu sensu economica. Si emigra per avere migliori opportunità di vita e di lavoro. Si và in esilio per motivi politici, per non più tornare. Portandosi seco il ricordo della Patria. Sempre più lontano, sempre più sbiadito ed intriso di nostalgia.<br />
Ecco il punto. Per cui, da ricercatore e cultore di Storia Economica, nonché da vicepresidente del Circolo Sardegna di Monza, Concorezzo e Vimercate, su invito della carissima amica e scrittrice Adriana Valenti Sabouret, dell’Assemblea Natzionale Sarda e dell’Associazione Sardos in Paris, che ringrazio, ho avuto l’onore quest’anno di svolgere la mia allocuzione storica su Sa Die de Sa Sardigna nel celebre cimitero monumentale di Parigi del Père Lachaise. Con queste mie righe che saranno lette sulla tomba di don Michele Obino, sacerdote, seguace ed amico di Giovanni Maria Angioy, esule e patriota sardo, il cui luogo di sepoltura è rimasto dimenticato per quasi due secoli dalla sua morte, avvenuta nel 1839. Ci sono volute la caparbietà, la sagacia e la determinazione di una donna, scrittrice e ricercatrice siciliana come Adriana Valenti Sabouret, sollecitata dallo stimato sociologo santulussurgese Niccolò Migheli, a “riportare in luce” la sua vicenda, scoprendone, quasi per caso e fortuitamente, il luogo di sepoltura. Salvato da un albero. Dentro il Père Lachaise. Giacché le ricerche sulla tomba di Angioy a Parigi, sebbene proseguano, da parte di Adriana, sembrano, ormai, aver assodato un punto di non ritorno: l’agognata sepoltura dell’Alternos, del Padre della Sardegna moderna, sarà difficile da trovare. La strada praticata da Adriana, sulle orme dei precedenti studi, su tutti, di Carlino Sole e Vittoria Del Piano, ci ha portato, da storici e sardi, a concludere che Giovanni Maria Angioy morì esule a Parigi il 23 febbraio 1808 presso la pensione di madame Catherine Dupont di Arces-sur-Gironde, residente a Parigi, che lo ospitò per ben nove anni, da emigrato e rifugiato. Adriana è riuscita a documentare tutto, giungendo anche al penultimo epilogo dell’esperienza terrena di Angioy, il suo funerale, celebrato nella famosa basilica di Saint Germain l’Auxerrois, a due passi dal Louvre. La chiesa dei re di Francia, luogo dell’ultimo transito terreno del capo dei patrioti sardi ribelli, emigrati ed esuli.</p>
<p><img class="alignleft" src="https://www.sanatzione.eu/wp-content/archivio_media/uploads/2016/05/SaNatzione.eu-URN-Sardinnya-Logo.jpg" alt="" width="196" height="200" />Ora, è sintomatico che, per ricordare il 28 Aprile, Sa Die de Sa Sardigna, Parigi ed i sardi la celebrino al cospetto della ritrovata tomba di don Michele Obino, sacerdote e patriota, fidato amico di Angioy. E’ un onore, pertanto, per il sottoscritto, redigere queste poche note.  Note in cui, oltre all’aspetto storico ed alla valenza centrale della Sarda Rivoluzione, mi piacerebbe riprendere il discorso sulla grande riflessione inerente la dicotomia fra esilio ed emigrazione/ disterru. Che, per noi sardi emigrati, non è “lana caprina”.  Dopo gli amici “Sardi del Quebec”, il Circolo Cuturale Sardegna di Monza, è il secondo circolo dell’emigrazione sarda nel mondo a rendere concreto omaggio alla tomba “simbolo” de Sa Sarda Rivolutzione.<br />
E’ importante, poi, che questo avvenga dopo l’intervento politico ed istituzionale dell’ANS- Assemblea Nazionale Sarda e la deposizione dei fiori da parte della Corona de Logu. Questo perché il mondo dell’emigrazione dovrebbe iniziare a riappropriarsi, decisamente e con coraggio, de Sa Die, che non è una festa “contro” qualcuno e “contro” qualcosa.  Sa Die è una ricorrenza “per”.</p>
<p>Innanzitutto, il 2026 assume valore per un anno, il 1796.  Due anni prima, 28 Aprile 1794, la cacciata dei funzionari piemontesi. Due anni dopo, 28 febbraio 1796, l’ingresso di Giovanni Maria Angioy a Sassari, mandato dal viceré per “tenere sotto controllo” il “Capo di Sopra” ed, invece, finito con il capeggiare ulteriormente la rivolta. Quel 1796 che, se in Sardegna, assume, appunto, i connotati politici della ribellione aperta prima al sistema feudale e, poi, alla monarchia sabauda, la cui repressione sarà durissima, nella penisola, per i sardi reduci, avrà i connotati dell’emigrazione e dell’esilio. Per la prima volta.  Angioy ed i suoi lasceranno la Sardegna, prima da emigrati, con l’intento, quindi, di ritornarci “sulla forza delle armi” francesi e, poi, svanita ogni speranza per la Sardegna, da esuli.  Perché, è bene ricordarlo, per noi sardi d’ Oltremare, queste due parole assumono un significato profondo e, spesso, intrinsecamente, collegato fra loro. Furono emigrati, certamente, Angioy, Obino, Mundula, Leo, Simon, Sanna Corda, Cillocco: il drappello di rifugiati sardi partiti “post” quel fatidico 1796.  O, meglio, quel giugno 1796, in cui il “sogno” angioyano, tradito, s’infrangeva e lui sarà costretto, con pochi suoi seguaci, a salpare definitivamente dalla Sardegna. Obino lo raggiungerà tre anni più tardi. A Parigi.  Angioy, giudice della Reale Udienza, alto magistrato del Regno di Sardegna, fino a quel momento   non aveva lasciato mai l’isola. Lo farà una volta per tutte, prendendo la via, prima, dell’emigrazione, nel resto della penisola italiana, “rincorrendo” Napoleone per perorare la causa isolana. Emigrazione si, perché l’Alternos, e con lui, quasi tutti i fuoriusciti, credevano che sarebbero ritornati sotto la protezione francese. E’ bello e significativo ricordare Angioy emigrato e fuoriuscito a Milano, nei primi e tumultuosi tempi della Cisalpina. Ma è altrettanto emblematico di come, falliti anche i tentativi di recarsi a Torino, quell’emigrazione, nel fatidico 1796, si tramuterà in esilio. Per sempre. E lo diverrà rocambolescamente. Da Casale Monferrato.  Angioy, ormai sotto controllo della polizia sabauda, riuscirà ad evadere dal convento agostiniano di quella città protetto dai suoi fedeli bonesi, don Felice Mulas Rubatta, cognato acquisito e gli allora giovani Salvatore Frassu (futuro sacerdote, parroco di Benetutti e canonico della Cattedrale di Oristano, nonché memoria di quegli eventi) ed Emanuele Crobu, futuro sindaco di Bono ed, al momento, segretario particolare di Angioy.  Per trasferirsi in Francia, a Marsiglia, assieme ad una lettera di raccomandazione per lui del Ministero delle Relazioni Estere francese a quello della Polizia generale di Parigi, in cui Angioy è definito come “cittadino rifugiato”.</p>
<p>E’ questo il momento “cruciale”, ben colto dalle scoperte recenti di Adriana Valenti Sabouret, in cui la Sarda Rivoluzione, da mero fatto “localistico” sardo e/o della penisola italiana, diventa, nel suo piccolo, una questione di respiro internazionale. Con il passaggio decisivo di Angioy da semplice emigrato e/o fuoriuscito a “cittadino rifugiato” ufficiale in Francia. Grazie, appunto, alla scoperta, da parte della Sabouret, del citato passaporto. Il 1796, la Sarda Rivoluzione, i concetti di emigrazione ed esilio, assumono, quindi, una nuova valenza anche agli occhi dei sardi di oggi. Dove, senza retorica, le “battaglie” del mondo dell’emigrazione, scevre da mere questioni “di bottega”, devono sempre essere battaglie politiche e sociali.  Per il bene della Sardegna e delle comunità dei sardi e delle loro famiglie emigrate. Ed è questo agire e pensare “in senso comunitario” che ha sempre contraddistinto il nostro essere sardi fuori. E che quegli esuli e patrioti del 1796, al seguito di Angioy, avevano ed, in gran parte, poi non rinnegarono.</p>
<p><a href="https://www.sanatzione.eu/wp-content/archivio_media/uploads/2026/04/URN-Sardinnya-Cultura-e-Sotziedade-Celebrazione-angioyana-a-Parigi.pdf" target="_blank">Scarica questo articolo in PDF</a></p>
<p><strong>Redazione SANATZIONE.EU</strong></p>
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		<title>A Budapest l&#8217;Europa caccia il trumputinismo</title>
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		<pubDate>Mon, 13 Apr 2026 05:55:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La clamorosa sconfitta di Orban in Ungheria porta implicazioni politiche enormi: ritorna l&#8217;Europa dei 27, che potrà parlare con una voce più decisa sull&#8217;agenda della politica estera comune, come sull&#8217;Ucraina. E inoltre assesta un destro contro i maldestri tentativi dell&#8217;amministrazione Trump di sostituirsi a Putin come cavallo di Troia da utilizzare per destabilizzare un potente [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.sanatzione.eu/wp-content/archivio_media/uploads/2026/04/TPO.png"><img class="aligncenter size-full wp-image-20274" title="tpo" src="https://www.sanatzione.eu/wp-content/archivio_media/uploads/2026/04/TPO.png" alt="" width="605" height="421" /></a></p>
<p>La clamorosa sconfitta di Orban in Ungheria porta implicazioni politiche enormi: ritorna l&#8217;Europa dei 27, che potrà parlare con una voce più decisa sull&#8217;agenda della politica estera comune, come sull&#8217;Ucraina. E inoltre assesta un destro contro i maldestri tentativi dell&#8217;amministrazione Trump di sostituirsi a Putin come cavallo di Troia da utilizzare per destabilizzare un potente competitor economico: l&#8217;Unione Europea.</p>
<p>Quest&#8217;ultimo flop rappresenta pure uno smacco per J. D. Vance, che dopo il recente fiasco ottenuto nei negoziati con l&#8217;Iran ad Islamabad, colleziona anche la sconfitta di Orban, per cui si era speso personalmente seguendo Trump nel suo recente disastro politico.</p>
<p>Ma attenzione, il nuovo leader ungherese emerso dalle elezioni, Péter Magyar, nasce e si forma nella stessa architettura politica dell&#8217;orbanismo, all&#8217;interno del partito populista Fidesz, in un paese sottoposto da anni a tonnellate di euroscetticismo, familismo, corruzione e propaganda russa, che non saranno facili da superare in tempi rapidi.<br />
<img class="alignleft" src="https://www.sanatzione.eu/wp-content/archivio_media/uploads/2016/05/SaNatzione.eu-URN-Sardinnya-Logo.jpg" alt="" width="196" height="200" />Il più grande antidoto ad una nuova deriva verso tale direzione rimane la democrazia, perché la maggioranza degli ungheresi, ben conscia delle subdole insidie di Mosca, ha scelto Bruxelles. Si stima che oggi ben due terzi dell&#8217;elettorato di Magyar sia liberale e progressista, tutt&#8217;altro che orbanista, con solo un 11% conservatore. Un centrodestra alquanto moderato, per cui milioni di ungheresi hanno votato Magyar, non per il suo passato politico, ma poiché rappresentava la miglior occasione per cacciare via Orban dal potere. Mentre in chiave europea, adesso bisognerà osservare se la piccola Slovacchia, con tutti i distinguo del caso e del suo minore peso politico, tenterà di aumentare i bastoni tra le ruote dell&#8217;Europa sulla base delle sue tendenze filorusse.</p>
<p>Ma l&#8217;esito delle elezioni ungheresi dovrà far riflettere anche il governo di Giorgia Meloni, democristianamente abituato a tenere i piedi in due staffe in nome di un supposto atlantismo: per buona parte con l&#8217;Europa, per ovvie ragioni, ma da un&#8217;altra parte col trumpismo, e da un&#8217;altra parte ancora parzialmente affascinato dalle tendenze filorusse.</p>
<p>Nel frattempo, la disastrosa situazione dello Stretto di Hormuz non accenna minimamente a placare, e l&#8217;Europa dovrà affrontare ancora importanti sfide, ma almeno per oggi possiamo tirare un sospiro di sollievo.</p>
<p><span style="color: #0000ff;"><em>Adriano Bomboi. </em></span></p>
<p><a href="https://www.sanatzione.eu/wp-content/archivio_media/uploads/2026/04/URN-Sardinnya-Esteri-A-Budapest-lEuropa-caccia-il-trumputinismo.pdf" target="_blank">Scarica questo articolo in PDF</a></p>
<p><strong>U.R.N. Sardinnya ONLINE</strong></p>
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		<title>Ci lascia Salvador Cocco, un imprenditore, un amico</title>
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		<pubDate>Sun, 12 Apr 2026 18:32:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Una brutta notizia: ci ha lasciato Salvador Cocco, valente imprenditore sardo a cavallo tra l&#8217;isola e gli Stati Uniti. Dimostratosi capace, con assoluta discrezione, di aver posto le basi per un importante segmento del nostro export nel settore agroalimentare, decretandone il successo. Ma soprattutto ci lascia un amico, un punto di riferimento con cui abbiamo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.sanatzione.eu/wp-content/archivio_media/uploads/2026/04/SC.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-20268" title="sc" src="https://www.sanatzione.eu/wp-content/archivio_media/uploads/2026/04/SC.jpg" alt="" width="605" height="453" /></a></p>
<p>Una brutta notizia: ci ha lasciato Salvador Cocco, valente imprenditore sardo a cavallo tra l&#8217;isola e gli Stati Uniti. Dimostratosi capace, con assoluta discrezione, di aver posto le basi per un importante segmento del nostro export nel settore agroalimentare, decretandone il successo.</p>
<p><img class="alignleft" src="https://www.sanatzione.eu/wp-content/archivio_media/uploads/2016/05/SaNatzione.eu-URN-Sardinnya-Logo.jpg" alt="" width="196" height="200" />Ma soprattutto ci lascia un amico, un punto di riferimento con cui abbiamo più volte analizzato i mali economici della nostra terra, i flussi della nostra bilancia commerciale e le tendenze di mercato. Senza scordare lo scenario internazionale, con cui dalla Florida non mancava di osservare un&#8217;America che stava cambiando, forse non sempre in meglio.</p>
<p>Una grave perdita, ma non scorderemo i suoi suggerimenti.</p>
<p>Nel gran mistero dell&#8217;esistenza, auguriamoci un giorno di poterlo rivedere.</p>
<p>Ai familiari il più caloroso abbraccio.</p>
<p><span style="color: #0000ff;"><em>Adriano Bomboi.</em></span></p>
<p><strong>Redazione SANATZIONE.EU</strong></p>
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