L’indipendentismo di George Washington

George Washington riuscì a sconfiggere quella che all’epoca era la più grande potenza del mondo, l’impero britannico. E ciò avvenne alla guida di un esercito inferiore a quello avversario, e in rappresentanza di 13 colonie americane spesso divise tra loro.

Come fu possibile un’impresa del genere?

Vediamo i principali fattori che consentirono ad uno dei più celebri rivoluzionari della storia di conquistare la vittoria e di consolidarne i risultati. Un personaggio ispirato da principi liberali e colpevolmente assente nei libri italiani, che a differenza di tanti altri più osannati rivoluzionari non gettò le basi di una dittatura capace di affamare il proprio popolo.

Di Adriano Bomboi.

- Premessa storica: nel XVIII° secolo l’impero britannico si trovava al culmine della sua potenza, controllava numerosi territori dall’Asia sino al continente americano. Un ruolo garantito da uno degli eserciti più efficienti della storia, accompagnato da quella che alla fine dello stesso secolo sarà la più grande flotta navale del globo.

Ciò nonostante, al termine della guerra dei sette anni (1756-1763), in cui Londra uscì vittoriosa contro altre potenze europee per il controllo di vari domini territoriali, questa si trovò a fare i conti con una pesante crisi economica, che spinse il governo britannico a tassare maggiormente le colonie americane. Si pensi allo sugar act del 1764 ed allo stamp act del 1765, iniziative che portarono alla celebre protesta del Boston Tea Party (1773). In tale occasione, i coloni (sons of liberty), gettarono in mare il carico di thè trasportato da delle navi britanniche. Per tutta risposta, Londra reagì tramite le “leggi intollerabili”, una serie di norme volte a limitare l’autonomia amministrativa del Massachusetts, accusando inoltre di tradimento i promotori delle proteste, tra cui John Hancock e Samuel Adams. Il motto della ribellione, peraltro già diffuso da anni, fu alquanto semplice: “no taxation without rapresentation”.

Il parlamento britannico, secondo i coloni, non aveva il diritto di imporre le sue misure ad un popolo d’oltremare che di fatto non aveva rappresentanza presso la madrepatria.

- L’ascesa: la contesa militare per difendere tale autonomia partì nelle battaglie di Lexington e Concord (1775), al seguito delle quali, il Congresso continentale (organo deliberativo delle 13 colonie), nominò George Washington comandante supremo dell’esercito indipendentista. Questi, in qualità di colonnello dell’esercito coloniale, si era già distinto in passato sul campo militare per valore e capacità organizzative, e nonostante alcune battaglie di scarso successo, rappresentò il più formidabile anello di congiunzione tra le varie forze in campo, sia intellettuali che politiche e militari, che si opposero ai britannici.
L’anno seguente Thomas Jefferson scrisse la Dichiarazione d’indipendenza USA.

- Possiamo identificare quattro fattori essenziali alla base della vittoria indipendentista.

Sul piano militare Washington non fu uno stratega migliore o peggiore di terzi della sua epoca, comprese tuttavia immediatamente lo stato di inferiorità tecnica del suo esercito, delegando la sua strategia ad un approccio flessibile. Da un lato infatti cercò di evitare gli scontri diretti in campo aperto con l’avversario, la cui professionalità avrebbe potuto sovrastare le forze di un giovane e mal armato esercito, riservandosi attacchi mirati paragonabili a delle tattiche di guerriglia, o propedeutici alla buona riuscita di un intervento militare vero e proprio (vedere la traversata del Delaware nel 1776). Dall’altro, non a caso, si avvalse di una piccola ma importante struttura di intelligence capace di individuare la locazione dei mezzi e delle mosse degli avversari con largo anticipo, al fine di adottare le misure più opportune. Ma bisogna anche considerare l’imperdonabile stato di insubordinazione di cui si resero partecipi alcuni ufficiali inglesi nel corso di importanti momenti chiave della guerra. Basti pensare alla battaglia finale di Yorktown (1781), vinta da George Washington e dal marchese di La Fayette, contrassegnata da una serie di iniziative unilaterali del Lord britannico Cornwallis, che attuò tattiche proprie disobbendendo agli ordini del generale Clinton.
Tale vittoria portò al Trattato di Parigi del 1783, con cui Londra si arrese alle forze di Washington, chiudendo otto anni di guerra.

Sul piano politico bisogna considerare l’efficace ruolo di intermediazione svolto da Washington, fondamentale sia durante che dopo la guerra.
Nel momento in cui fu chiamato a ricoprire il ruolo di comandante dell’esercito continentale, egli aveva già ricoperto ruoli politici, eletto in Virginia. La sua vicinanza agli ideali liberali (peraltro ispirati da John Locke) dei vari intellettuali e politici della società americana, contribuì a forgiare una personalità capace di fare sintesi laddove le singole sensibilità di cui era circondato non avrebbero saputo fare di meglio. Washington infatti non fu mai avvezzo a voler primeggiare sul piano intellettuale con gli altri grandi del suo tempo. Da uomo pratico, complice la sua formazione professionale nel settore dell’agricoltura, badava alla concretezza dei risultati (in questo fu relativamente simile al patriota sardo Giovanni Maria Angioy, suo contemporaneo). L’americano, dal canto suo, fu animato da un’indole umile che gli consentiva di poter estrapolare dagli uomini i fattori unificanti che animavano la causa, al posto di quelli che avrebbero potuto alimentare le divisioni. Perché le divisioni non mancavano affatto, sia nelle 13 colonie (spesso alimentate dagli inglesi); sia presso il ceto dirigente che tra le milizie stesse (non molti ignorano che una guerra civile esplose già durante la guerra d’indipendenza, pensiamo alle azioni delle forze lealiste della Georgia). Né Washington mancò mai di marciare, con grande disciplina e coraggio, anche nei momenti in cui vari suoi soldati si diedero alla fuga, o mostrando attenzione verso le loro esigenze durante le difficili fasi della guerra.
Ma non solo, Washington fu determinante nell’offrire ad un Congresso che non aveva alcuna competenza militare importanti suggerimenti circa la situazione organizzativa delle operazioni belliche. In questi frangenti ebbe sempre l’accortezza di circondarsi dei consigli e della collaborazione di generali di provata esperienza, tra cui Horatio Gates (che battè gli inglesi nella battaglia di Saratoga), il francese La Fayette e il prussiano Von Steuben.

Sul piano internazionale fu fondamentale il quadro geopolitico emerso dopo la fine della guerra dei sette anni tra le potenze europee. Nel vecchio continente, in primis la Francia, vi era l’obiettivo di contrastare lo strapotere marittimo e coloniale della Gran Bretagna. Ciò spinse Parigi ad addestrare, finanziarie, rifornire e supportare attivamente (anche tramite un contingente navale) la guerra delle colonie americane contro gli inglesi.

Sul piano sociale si determinò una singolarità del tutto peculiare a supporto dell’indipendenza. Generalmente infatti ogni rivoluzione sorge con l’obiettivo di ribaltare l’ordine sociale ed economico esistente. Nel caso americano invece il movimento indipendentista, e così l’intero popolo, avevano l’obiettivo di tutelare l’autonomia conquistata rispetto alla madrepatria britannica, un’autonomia che, a seguito dell’accresciuto dispotismo inglese, non era più sufficiente a garantire gli interessi economici, le libertà civili ed amministrative richieste dalla società americana. Una società che a differenza di quella europea, succube del principio di sovranità, traeva invece la propria forza da diritti considerati naturali quali la tutela della proprietà privata e, in ultima istanza, con l’avversione ad ogni autorità o privilegio centrale.
Caratteristiche del tutto diverse rispetto ad altre battaglie rivoluzionarie, soprattutto quelle osservate nel corso del Novecento, che invece hanno seguito logiche opposte, e si sono distinte per aver dato luogo ad immani sciagure.

- La presidenza: dopo la guerra Washington fu eletto primo presidente degli Stati Uniti d’America per due mandati consecutivi (dal 1789 al 1797), inaugurando la tradizionale alternanza del potere che ancora oggi distingue una democrazia da altre discutibili soluzioni in cui la politica perpetua il proprio mandato a vita.

Il suo gabinetto fu totalmente incentrato nel consolidamento delle nuove istituzioni repubblicane, e si orientò su più fronti: da una parte si impegnò in una formula neutrale di politica estera, soprattutto impedendo un coinvolgimento USA nelle nuove mire militari della Francia contro il suo storico avversario (che invece a Parigi consideravano d’obbligo. Francois Guizot diede conto della missione diplomatica di Genet in America a tale scopo). Mentre al contempo si lavorò per ripristinare i commerci e ottenere maggiori riconoscimenti internazionali. Da un’altra parte si lavorò invece per stabilizzare il complesso quadro istituzionale interno, e non solo per attuare i nuovi principi costituzionali, ma soprattutto per sanare i vari deficit economici ereditati dalla guerra (anche esteri), che avevano coinvolto numerosi gruppi e istituzionali locali della federazione. I debiti vennero progressivamente assorbiti, non solo tramite la politica fiscale, ma grazie alla crescita, incentrata su produzione e commerci. Anche in quest’ultimo aspetto possiamo notare caratteristiche profondamente diverse rispetto alle misure attuate in patria da terzi rivoluzionari a seguito della presa del potere.

Inoltre, il lavoro dell’amministrazione Washington sulla coesione interna fu basato su due pilastri politici rappresentati dalle figure di Thomas Jefferson e di Alexander Hamilton: il primo, fautore di un governo subordinato al potere degli Stati federati, il secondo al suo opposto. Se è certo che Washington avesse l’unico obiettivo di consolidare la stabilità di un Paese così difficilmente pacificato, era altrettanto indubbio che le sempre maggiori frizioni tra i due contendenti avrebbero dato luogo a nuove configurazioni del potere quale quelle determinatesi più avanti negli anni, e ben oltre la presidenza Washington.

Del primo presidente americano rimasero inoltre aperte altre due controversie, ravvivate soprattutto nell’ultimo secolo: ossia la posizione sui nativi americani e quella verso gli schiavi.
Benché al governo USA non venga mai perdonato il trattamento verso le varie popolazioni native del nordamerica, sappiamo che tali tribù seguivano anch’esse logiche di natura imperialistica, non meno sanguinarie di quelle manifestate dalla colonizzazione europea. Diverse tribù erano infatti solite trucidare terze tribù avversarie per impossessari delle loro risorse, e combatterono persino su fronti opposti nel corso della guerra d’indipendenza USA. Ad esempio Oneida e Seminole combatterono dalla parte di Washington, mentre Cherokee e Odawa nella coalizione guidata dall’impero britannico.
In merito allo schiavismo, gli USA continuarono a far seguire fatti sostanzialmente diversi rispetto ai principi di eguaglianza, felicità e libertà enunciati dallo spirito del tempo. Lo stesso Washington fu detentore di schiavi, ma evitò di incrementarne il numero, né di venderli raggiunta la vecchiaia, il che diventò per lui un costo di cui farsi carico (perché all’epoca la vendita significava separare dei nuclei familiari, financo consegnare a un destino incerto, o direttamente alla morte, persone non considerate più idonee a prestare servizio).

George Washington rinunciò al potere e morì nel 1799 presso la sua tenuta agraria di Mount Vernon, in Virginia, l’ex colonia in cui nacque nel 1732, con la speranza di aver lasciato alle generazioni future un Paese migliore di quello che aveva trovato.

Su suo impulso e in suo onore, dal 1791 fu edificata la capitale degli Stati Uniti.

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