L’indipendenza della Sardegna oggi non è possibile

“L’indipendenza della Sardegna oggi non è possibile”. Il primo passo per costruire un indipendentismo moderno è quello di non raccontarsi frottole: ad oggi, 7 miliardi di finanziaria regionale bastano appena per sanità, sussidi vari e parte della pubblica amministrazione. La realtà? Abbiamo un residuo fiscale negativo pari a 4,2 miliardi di euro. Mancano soldi e viviamo in un contesto assistenziale. Urgono riforme e cultura economica, due temi che solo un sano realismo politico potrà affrontare – Di Adriano Bomboi.

Il piccolo dibattito sviluppato alcuni giorni fa sul social della giornalista Alessandra Carta ha evidenziato i soliti limiti dell’indipendentismo sardo. Come convertire un’economia inflazionata da 110mila dipendenti pubblici? O meglio: come rendere maggiorenni dei minori che bruciano ricchezza al posto di produrla? C’è chi ha parlato di cultura (come se da sola possa far sparire un total rate tax che supera il 70%); chi di ambiente (come se non toccarlo serva a far crescere il turismo, incluso quello archeologico); chi di pianificazione (nel più classico stile italico di peggiorare lacci e laccioli alle aziende); e chi della vertenza entrate (come se i 10 miliardi di euro di quest’ultima fossero sufficienti a stipendiare tribunali e pubblica sicurezza, ambiti del tutto ignorati).
Idee vaghe prive di un solido paradigma di riferimento, frutto di un indipendentismo maturato come sottoprodotto del Muro di Berlino.

Stando ai dati della CGIA di Mestre, al 2015, la Sardegna ha espresso un residuo fiscale negativo pari a  4,2 miliardi di euro l’anno. Ossia, ogni abitante riceve dallo Stato 2.566 euro: ricchezza che la Sardegna non produce. Si tratta di ricchezza che in realtà non produce neppure lo Stato, perché proviene dal gettito delle Regioni settentrionali più virtuose, tra cui, sul podio, Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna. La “Questione Sarda” è dunque indissolubilmente legata alla “Questione Settentrionale”. Spezzare questo circolo vizioso richiederebbe, da un lato, quello di chiudere i rubinetti che da anni foraggiano l’assistenzialismo e il clientelismo sardo; dall’altro, quello di liberare il nostro mercato, unico motore di ricchezza, dal peso di fisco, burocrazia e cultura italiana che limitano sviluppo e investimenti.

Giovanni Scanu osserva giustamente che la Sardegna non crescerà finché la politica, in particolare quella indipendentista, non comprenderà che al feticcio della “programmazione” politica (peraltro già abusata lungo tutto il corso della storia autonomistica), bisogna anteporre la cultura della competitività e dell’impresa. Vivere nell’Eden non sarà sufficiente: occorre tagliare la spesa pubblica, continuare ad importare e soprattutto lavorare per la crescita dell’export. Fattori che andranno necessariamente coniugati ad una graduale riforma del nostro statuto autonomo.
Ecco perché oltre ai tanti teorici di sociologia abbiamo bisogno di cultori del Diritto e dell’Economia.
Viceversa, nelle condizioni attuali, se per ipotesi da domani ci proclamassimo indipendenti, i nostri indipendentisti ci obbligherebbero a ricorrere ad un prestito del Fondo Monetario Internazionale per salvare l’isola dal baratro. Il tracollo sarebbe evidente anche con un rapido abbandono dell’euro, poiché avremmo un innalzamento dei tassi sul deficit e, con una moneta usata come “bancomat”, un probabile aumento dell’inflazione (vedere Venezuela).

Chiunque voglia rendere un servizio alla Sardegna, sia nel prossimo che nei futuri governi regionali, si renderà conto che la necessità di ridurre il peso del settore pubblico rispetto a quello privato sarà, non una suggestione, ma un tassello fondamentale nella formulazione delle politiche dei prossimi cinquant’anni. Unico vero passo verso l’indipendenza politica da uno Stato fallito.

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U.R.N. Sardinnya ONLINE

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    4 Commenti

    • Non sono d’accordo.
      Se seguiamo il modello irlandese, con tasse ad esempio al 20% per le imprese, all’indipendenza seguirebbe immediatamente un arrivo di imprese italiane/europee “italofone”.

      Attualmente abbiamo uno stato italiano che ti porta via il 70% dell’economia privata, per restituirla in assistenzialismo pubblico.
      Stare con l’italia peggiorerà la situazione in un travaso costante verso l’economia assistita e la perdita di tutta l’economia privata.

      Il danno maggiore è nella perdita di fiducia in noi stessi e nella perdita di know how imprenditoriale.

    • L’articolo non dice che l’indipendenza della Sardegna è impossibile, ma che è impossibile oggi proprio per la struttura di sudditanza in cui siamo inseriti. Non a caso si parla di riforma dello Statuto, di revisione della fiscalità (che è anche ciò che sta sostenendo lei) e di altri fattori.
      Grazie per l’attenzione.

      A.B.

    • Quindi sarebbe più correto dire che l indipendenza, richiede un processo lungo, ma che si o si bisognerà iniziare, metendo le mani su alcune riformr importanti come una riduzione dei dipendenti publici e un importante lavoro per aumentare l export e diminuire l import, e una riduzione del costo del lavoro per rendere le imprese Sarde finalmente competitive., nell articolo non si tiene conto delle acise 1,2 miliardi di euro che la saras non paga in Sardegna e dovrebbe, non si parla del 1,5 miliardi che lo stato tratiene dai tributi riscossi in Sardegna, e dell IRPEF che molte imprese con sede sociale fuori dalla Sardegna non pagano alla regione, quindi urge un cambio radicale, altrimenti lo stiamo vedendo tutti, la Sardegna sarà destinata a socombere. E poi siamo Sardi non italiani.

    • Nell’articolo c’è già scritto che: a) l’indipendenza sarà un lungo processo nel momento in cui spetterà ai prossimi governi regionali intervenire sui temi menzionati; b) i tributi regionali sono solo uno dei vari problemi (il passaggio dove si cita la vertenza entrate per 10 miliardi iniziali riguarda proprio questi importi). Da ciò deriva pure il discorso del gettito fiscale, da riformare. Non ci si può basare solo su ciò che dovrebbero pagare le aziende esistenti e che versano altrove i soldi, ma anche su quelle potenziali che non investiranno mai a causa dell’alta imposizione fiscale e burocratica.

      A.B.

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