Referendum sull’indipendenza: quel no che accomuna la Scozia al Québec

Di Adriano Bomboi.

Correva il 1980, il Québec propose un referendum popolare sull’indipendenza dal Canada. Vinsero i no col 59,56% dei consensi, pari a 2.187.991 votanti, a fronte dei si, il 40,44% dei consensi, pari a 1.485.852 votanti. Ma l’indipendentismo non arrestò la sua marcia verso la libertà, e nel 1995 propose un nuovo referendum. Anche in questo caso gli esiti non furono dei migliori, ma videro un rapporto di sostanziale parità fra i contendenti: i no si attestarono sul 50,58%, pari a 2.362.648 votanti. I si al 49,42%, pari a 2.308.360 votanti. Meno di sessantamila persone impedirono democraticamente un nuovo corso storico alla confederazione canadese ed al popolo del Québec. Oggi, al referendum sull’indipendenza scozzese del 18 settembre hanno prevalso i no, col 55,4% dei consensi, rispetto ai si, con un risultato del 44,5%.

Quali lezioni trarne?
Essenzialmente quattro: la prima è che, nel caso del Québec, a dispetto di quanto riteneva il governo centrale, il fallimento degli indipendentisti e la concessione di maggiori autonomie non disinnescò la “minaccia” indipendentista stessa, che proprio grazie alle nuove competenze amministrative conseguite ha conquistato un rinnovato radicamento sociale e politico (ciò si è determinato recentemente anche a favore dei Catalani, grazie al loro nuovo Statuto autonomo, nei confronti di Madrid).

La seconda, come anticipato, è che la relativamente buona performance degli indipendentisti, sempre prossimi ad ottenere il 50% dei consensi della popolazione votante, ha indotto il governo centrale a non poter evitare dei negoziati per l’allargamento dell’autonomia in un consesso di tipo confederale. E con ogni probabilità ciò avverrà anche nei nuovi negoziati in agenda fra Edimburgo e Londra.

La terza lezione riguarda l’insegnamento del mondo libero all’Europa continentale: come ha ricordato Carlo Lottieri, nel momento stesso in cui un popolo ha la democratica facoltà di decidere se costruirsi un proprio Stato o rimanere nel vecchio, è già libero. E ciò lo si deve allo spirito liberale di istituzioni che storicamente hanno conosciuto una riforma protestante, e che fin dall’età moderna hanno saputo opporsi a poteri centrali, quali Chiesa e Monarchia (pensiamo allo sviluppo del parlamentarismo britannico, od alla Dieta elettiva federale dei principati tedeschi). Viceversa, ancora oggi purtroppo gli Stati dell’Europa meridionale continuano ad essere segnati da sistemi politici rigidi, le cui costituzioni negano il diritto dei popoli all’autodeterminazione.

La quarta e ultima lezione riguarda inevitabilmente l’autocritica che dovranno fare gli indipendentisti, poiché non sono riusciti a conquistare la maggioranza dei consensi degli elettori. Per stare nel contesto europeo, e scozzese, nei prossimi giorni sarà tempo di analisi per valutare in base a quali fattori lo Scottish National Party non sia riuscito a convincere la maggioranza degli indecisi. Buona parte della propaganda indipendentista si è basata nella presentazione di una alternativa maggiormente socialdemocratica rispetto al cosiddetto “neoliberismo” britannico. Petrolio o meno, sfortunatamente la mancata vittoria dei si non porterà il popolo scozzese a comprendere le difficoltà di gestire autonomamente un proprio welfare, sobbarcandosi le responsabilità che ne derivano. La storia ci insegna comunque che tutte le nazioni che hanno scelto l’indipendenza non sono mai tornate indietro rispetto a tale decisione. In rapporto al caso scozzese, è certa la possibilità di non poter replicare il modello scandinavo, così come prospettato dall’SNP nella fase pre-referendaria. Sia perché tale modello si basa su un’organizzazione sociale e politica di tipo corporativistico, ben diversa quindi dalla tradizione politica, culturale e commerciale anglosassone di matrice liberale. E sia perché in realtà, nel 2011 lo Scottish National Party non si è confermato al governo di Edimburgo con tematiche esclusivamente laburiste (aspetto su cui invece si è incentrato in occasione del referendum), ma seppe conquistare il voto anche nelle tradizionali circoscrizioni liberali. Nonché avvicinandosi alle tematiche proposte dalle classi produttrici del Paese, sollecitando una fiscalità meno onerosa. In questi termini il nostro indipendentismo Sardo ha ancora molto da imparare prima di poter immaginare un valido radicamento sociale nel territorio. Perché solo con la battaglia al fiscalismo ed alla cultura dell’assistenzialismo sarà possibile intaccare l’intelaiatura politica italiana che oggi rallenta lo sviluppo del nostro territorio.

Ci sarà una quinta lezione su cui riflettere? Ne riparleremo dopo il prossimo referendum indipendentista della Catalogna.

Anche su Sardegna Soprattutto, 20-09-14.

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