Christian Solinas sarà l’erede di Mario Melis?

Christian Solinas è l’insostituibile candidato alla guida della Regione. Piaccia o meno, l’odierno connubio Lega-PSD’AZ interpreta al meglio il sentimento popolare rispetto ai tempi di Mario Melis, e ad un Partito dei Sardi candidato alla sconfitta. Vediamo perché, mentre il restante panorama indipendentista appare incagliato in utopici programmi decrescisti, brutta copia del sorismo e di un Movimento 5 Stelle che al momento appare privo di candidati di peso.

Di Adriano Bomboi.

Lo scorso 9 marzo Sa Natzione scrisse che il centrodestra si sarebbe affidato al Partito Sardo d’Azione per tornare alla guida della Regione, una previsione alquanto scontata. Il XXXIV° congresso sardista di Cagliari, accompagnato da Matteo Salvini e da un centrodestra unito, ha confermato la rotta. Nello schema del centrodestra italiano, il partito trainante dell’azione di governo, e nei fatti di un centrodestra che a livello regionale appare lontano dai 5 Stelle, non poteva che andare in questa direzione. A conferma dell’ottima strategia intrapresa da Christian Solinas nel saltare i vari ostacoli, anche interni al sardismo stesso, che si è trovato davanti: dapprima per diventare senatore e poi per ambire alla carica di governatore. Vecchia politica? Indubbiamente, ma efficace. Poco conta che qualche sondaggio dia il suo nome in leggero svantaggio rispetto alle liste della coalizione.

In questo scenario ci sono diverse considerazioni da fare: sul governo italiano, sui programmi, sul centrosinistra, sul Partito dei Sardi e su Autodeterminatzione.

La prima è che allo stato attuale l’esito elettorale di febbraio 2019 appare largamente scontato e a favore del duo Lega-PSD’AZ. La percezione dell’opinione pubblica sarda si identifica appieno nell’agenda politica leghista perché risponde al meglio ad alcune esigenze, in parte concrete, in parte immaginarie, che la preoccupano. Una di queste rappresenta la difficile condizione economica: il governo italiano è stato molto abile nello scaricare i mali strutturali dell’Italia (e della Sardegna) su Bruxelles, che invece dipendono tutti dalla nostra cultura politica (vittimistica, clientelare e assistenziale). Ma si tratta di un’abilità che i sardisti dovranno trattare con estrema moderazione: il disordine dei conti pubblici italiani, l’oggettiva impossibilità di soddisfare tutte le promesse elettorali e il generale deterioramento dei rapporti con l’Europa, oltre che l’andamento del generale ciclo economico, rischiano di far saltare questo consenso in tempi più rapidi di quelli che oggi possiamo immaginare. Difficile tuttavia che ciò si verifichi nel raggio di 3 mesi e questo offre ai sardisti tutto il tempo necessario per costruire una vittoria elettorale, e soprattutto per conservarla a posteriori, quando le cose andranno male.

Perché succederà, statene pur certi.

La Lega macina consensi anche sul tema immigrazione, del tutto irrilevante in Sardegna, ma avvertito come prioritario per un motivo del tutto comprensibile: non per ragioni razzistiche, ma perché per anni la sinistra, caso unico al mondo, ha promosso una linea “no borders”. Dove l’umana solidarietà ai migranti è stata trasformata in guerra tra poveri e in un’accusa di fascismo a chiunque pretendesse più controlli negli accessi. Ciò ha inevitabilmente polarizzato gli animi, infiammando aspre rivalità politiche anche nell’elettorato tradizionalmente più moderato, che in pochi mesi si è spinto verso la Lega.
Nonostante tutto, Christian Solinas ha l’opportunità di costruire qualcosa che vada oltre la contingenza politica su cui ha lavorato. Non è pensabile che una nuova giunta a trazione sardista non faccia le riforme che Mario Melis non portò avanti: oggi urge una revisione dello Statuto speciale; l’adozione di almeno uno dei punti franchi più facilmente realizzabili (il porto di Cagliari); la tutela della lingua sarda; una revisione della normativa urbanistica e paesaggistica, per agevolare la crescita del settore alberghiero e salvaguardare l’ambiente; il superamento della convenzione Tirrenia, che si avvia alla scadenza; infine una battaglia per l’abbattimento di fisco e burocrazia. Condizioni necessarie per salvare partite IVA, manifatture e quel poco di industria che ci resta, senza prestare fede alle sciocchezze di Claudio Borghi o Alberto Bagnai (chi volesse capirne di più ascolti le critiche dell’economista Michele Boldrin in un loro faccia a faccia: Link YouTube). L’attuale dirigenza sardista sia inoltre più flessibile nei confronti dell’opposizione interna, anche se dura.

In tutto ciò rimane da chiedersi quale sia il ruolo di Autodeterminatzione. Un indipendentismo che, stando al candidato Andrea Murgia, non affronta ancora con chiarezza alcuni temi sopra esposti, preferendo promuovere una linea più cara al vecchio Progetto Sardegna di Soru, e ai grillini, che all’economia sarda: pensiamo alla follia di voler impiegare più spesa pubblica a base di fondi europei (che già oggi rappresentano una parte del cancro assistenziale disseminato nell’isola); o alla volontà di dire no a tutto, a partire dal metano (l’antieconomicità di un metanodotto non dovrebbe tradursi in una difesa del gas in bombola, né in utopiche tecnologie da energie rinnovabili ancora inesistenti). Mentre si promuovono improbabili rilanci del settore più assistito e a più basso valore aggiunto dell’isola: l’agricoltura. Voi capite che si tratta di battaglie già perse in partenza, nocive per la collettività, e su cui servirebbe una grande rivoluzione culturale.

Ma a metà strada tra sardisti e indipendentisti c’è qualcun altro: il Partito dei Sardi. Paolo Maninchedda si è infilato da solo nel vicolo cieco di sedicenti “primarie nazionali”, snobbate dal centrosinistra di riferimento. Quest’ultimo infatti ha scelto di puntare tutto su Massimo Zedda come figura con cui sperare di limitare i danni di elezioni che modificheranno radicalmente la geografia politica del Consiglio regionale. Infatti, salvo nuove aperture del centrodestra, per la prima volta Maninchedda rischia di trovarsi all’opposizione, o addirittura fuori dalla Regione, vittima di un meccanismo che lui stesso ha contribuito ad oliare: pensiamo al suo costante ricorso alla spesa pubblica come strumento per la creazione di lavoro, ma che si è tradotto con l’accensione di nuovi debiti a carico della Regione e ovviamente nella tenuta di un’alta pressione fiscale a carico del nostro mercato, che ha agganciato poco e nulla la timida fase di ripresa dei mesi scorsi.

Nelle prossime settimane torneremo su questi argomenti.

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