Nasce ‘Libe.r.u.’, (ennesimo) partito della sinistra indipendentista

Di Adriano Bomboi.

Il 7 maggio si è tenuta la presentazione della nuova sigla indipendentista: “Libe.R.U.”, acronimo di “Liberos, rispetados, uguales”, un progetto partecipativo guidato da Pier Franco Devias, in passato membro della disciolta “A Manca pro s’Indipendentzia” e del “Fronte Indipendentista Unidu”.

Tra i contenuti si nota un solo grande assente: il pluralismo.

Dei giovani nati vecchi riportano l’indipendentismo agli anni Ottanta, quando il movimento “Sardigna Natzione” di Cumpostu e Caria non era ancora nato, cercando, nel solo decennio successivo, di superare la parzialità ideologica dei vecchi progetti di sinistra radicale.

Ad onor del vero si trattava di una vocazione minoritaria mai superata: praticamente quasi tutti i movimenti indipendentisti sardi rimangono marginalizzati su programmi di sinistra, rendendo così alquanto velleitaria la proposta di Devias, di cui non si comprendono le differenze rispetto al restante panorama indipendentista. Poco conta infatti dichiararsi “di sinistra” in un ambiente politico tanto conservatore e restio a riformarsi: ampie fette del popolo sardo continuano a non essere rappresentate da proposte che, per quanto legittime e democratiche, si scontrano con le esigenze di imprenditori, commercianti, allevatori, medici, militari, agenti di pubblica sicurezza e tantissime altre categorie che – a differenza di partiti clientelari presenti nell’area sardista e sovranista -  non trovano alcun movimento plurale e pragmatico capace di intermediarne le istanze.

Ad esempio, che differenze ci sono tra “Libe.R.U.” e “ProgReS” in materia di trasporti o di energia? Oppure in cosa consistono le differenze tra “Libe.R.U.” e la sigla “AmpI” che l’ha preceduta? Al netto dei personalismi, per i quali si rischia di avere più sigle che elettori, appare impossibile fornire risposte esaurienti, soprattutto in rapporto al Partito Sardo d’Azione. L’unico vero partito sardo munito di radicamento in tutto il territorio dell’isola, ma che per primo, pur trovandosi all’interno delle istituzioni regionali, ha cessato da tempo di fare politica.

La situazione è alquanto grave: ci troviamo di fronte ad un’involuzione culturale della politica indipendentista. Contrassegnata, per un verso, da vere e proprie bande dotate di un leader ma incapaci di sviluppare capacità elettorali; per altro verso, da formazioni sardiste dotate di capacità elettorali ma prive di quelle politiche. Entrambe le semisfere del nazionalismo sardo si trovano così inadeguate a modificare le sorti dell’isola, perché nessuna appare in grado di avviare un processo di riforma istituzionale finalizzato a ridurre la dipendenza dell’isola dall’assistenzialismo romano e cagliaritano. Tale assistenzialismo rappresenta la più grave minaccia allo sviluppo della ricchezza e dell’indipendenza dell’isola. La cui spesa pubblica oggi raggiunge il 65% dei redditi degli occupati presenti in Sardegna (app. dati Crenos). I sardi consumano più ricchezza di quella che riescono a produrre.
Cosa significa? Che a differenza di quanto affermato da “Libe.R.U.”, ma anche da altre sigle indipendentiste in modo alquanto confuso e populistico, i problemi non derivano unicamente dalle istituzioni in sé, né dalla presenza, peraltro irrisoria, di aziende o banche multinazionali, ma dall’ampio interventismo economico della politica nell’alterazione del nostro mercato.

Pertanto, un indipendentismo incapace di leggere la situazione socio-economica reale sarà un indipendentismo totalmente inefficace, ed a tratti persino lesivo (nella sua dimensione sardista), poiché i suoi approcci amministrativi diventano parte del problema prima che della soluzione.

Non mi sento neppure di condividere l’ottimismo di Giuseppe Corongiu in relazione al fatto che “Libe.R.U.” potrebbe sottrarre elettorato alla sinistra italiana presente in Sardegna, e ciò per due ragioni fondamentali: la prima è che i sardi, a differenza dei catalani, non godono di una diffusa percezione sociale della propria nazionalità. La seconda è che proprio l’economia assistenziale di cui ho fatto menzione impedisce a tale nazionalismo di diffondersi, impermeabilizzando ipotetiche emorragie elettorali della sinistra italiana verso partiti della sinistra indipendentista. Questo perché i primi, a differenza dei secondi, sono caratterizzati da una dimensione clientelare. Si tratta cioè di gruppi sociali la cui appartenenza elettorale esiste solo in ragione dell’accesso alla spesa pubblica che concorrono ad amministrare (e sperperare).

Al contrario, la Sardegna avrebbe bisogno di una grande soggetto politico riformista, moderato, liberale, orientato alla riduzione della spesa pubblica, e quindi del fisco, della burocrazia, di enti e partecipate inutili. A favore di investimenti ed occupazione. Ed a favore della trasparenza, per la revisione della nostra Autonomia.
Ma forse prima sarà meglio partire da ciò che non ci serve: da dozzine di partitini identici e visionari che non governano, e dove governano, assieme a quelli italiani, accrescono i problemi piuttosto che ridurli.

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