Rifiuti sulle strade? Come i danesi hanno sconfitto l’inciviltà – Parte 2

Di Adriano Bomboi.

Alcuni commentatori hanno espresso delle critiche sull’articolo che ha suggerito una possibile soluzione al problema dei rifiuti gettati per strada. L’articolo in questione parlava del cosiddetto sistema del reverse vending, alternativo ma non antagonista alla gestione pubblica dell’immondizia, in cui si viene pagati per conferire alluminio, vetro e plastica tramite distributori automatici diffusi a vari livelli presso vari Paesi UE. In primis Norvegia, Germania, Danimarca, Regno Unito, Svezia, Finlandia, Estonia ed altri. Nel mondo, ma non diffusamente, esiste anche in USA, Cina, Giappone, Emirati Arabi Uniti ed altri, con qualche isolata eccezione pure in Sardegna. Ma ecco le critiche principali:

1) “Non è vero che il settore privato ha sconfitto l’inciviltà, in Danimarca il conferimento dei rifiuti ha una prevalente gestione pubblica”.
2) “Chi ha detto che i privati hanno fatto meglio del pubblico? Sono solo forzature ideologiche per giustificare una linea liberista”.
3) “In Sardegna esistono, in proporzione, più privati che in Danimarca. Ci sono privati che lavorano bene e viceversa altri che lavorano male. E’ un problema di gestori, non di modello economico”.

Iniziamo a smontare un mito: anche in Danimarca e in vari Paesi nordici la spazzatura finisce per terra, certamente in quantità minori rispetto ai Paesi dell’Europa meridionale, per probabili dislivelli di educazione civica, ma il settore pubblico non è ovviamente riuscito a risolvere completamente il problema. Il privato invece si. Chi lo dice? Il settore pubblico! In vari Stati nordici la pratica del reverse vending è legge, anche dove il servizio di raccolta ha una preponderante caratura pubblica. In tutte le località in cui vige il reverse vending non esistono problemi di inciviltà, al punto che spesso è addirittura raro, se non impossibile, trovare lattine o bottiglie di plastica presso i cestini pubblici della spazzatura, men che meno per terra. Il motivo è ovvio: non si getta via ciò che viene pagato. Ecco perché sostenere, a torto, che il sistema privato non sia valido pur in presenza maggiore del pubblico equivale ad un ragionamento sempliciotto, privo di fondamento. Inoltre, visti i vantaggi ed i risparmi anche per i produttori, niente vieta di pensare che tale mercato potrebbe svilupparsi pure in assenza di una legislazione al riguardo.
La pratica citata è maggiormente presente nei centri commerciali distribuiti sul territorio e si articola, da Stato a Stato, in tre variabili principali:

A) Pagamento diretto: la macchina automatica riceve i vuoti a perdere, di vetro, plastica o alluminio, ed eroga il denaro all’utente.
B) Pagamento diretto con reso di cauzione: la macchina riceve vuoti a rendere non obbligatori ed eroga il denaro all’utente. La soluzione è più remunerativa della prima opzione in quanto l’utente recupera il valore in denaro di quanto aveva preventivamente pagato quando acquistò la birra, l’acqua, l’aranciata e qualsiasi altra bevanda il cui contenitore è reso riconoscibile nel circuito automatico del riciclo. L’utente non è obbligato a restituire il contenitore vuoto, ma se non lo facesse non guadagnerebbe soldi.
C) Pagamento indiretto tramite buoni spesa con reso di cauzione: la prassi è identica alle opzioni A e B, con la differenza che al posto del denaro si ricevono dei buoni da spendere nel supermercato, il risparmio però è elevato come nell’opzione B rispetto alla A.
Esistono poi casi misti di selezione delle opzioni.

Ma veniamo al cuore del vantaggio di questo sistema che ha spazzato via i 7 punti critici visti invece nell’articolo precedente con riferimento al contesto sardo. Il vantaggio, nella letteratura economica, si chiama “calcolo economico”. In cosa consiste? Nel legare il comportamento dell’utente alla motivazione dell’interesse. L’azione del conferire regolarmente la spazzatura piuttosto che gettarla per strada è determinata dal fatto che si viene pagati.
Questo rapporto diretto fra produttori, commercianti e acquirenti, di tipo circolare, annienta l’intermediazione politica presente invece nel contesto sardo e italiano. Il privato che opera in Sardegna infatti non paga direttamente l’utente per la spazzatura gratuita ottenuta ma riceve denaro pubblico dalle istituzioni per raccogliere dai cittadini i loro rifiuti. I privati che operano in Sardegna non agiscono in base ad un libero mercato ma con costi stabiliti da variabili riconducibili alla politica, la quale concede onerosi appalti in cambio di assunzioni mirate di personale, spesso in numero maggiore rispetto all’effettiva utilità del servizio. E soprattutto, senza il pagamento diretto dei rifiuti agli utenti, si determinano a cascata una serie di limiti:

- la spazzatura, non essendo inserita in una logica di mercato, si trasforma in un costo piuttosto che in un bene (il mercato, ridotto, riguarda solo i gestori della raccolta);
- più il costo tende a salire, più aumenta la percentuale di evasori e di pattume abbandonato nell’ambiente;
- l’assenza di riciclo comporta un aggravio dei costi energetici, delle emissioni inquinanti e delle materie prime utilizzate per la creazione dei contenitori distrutti;
- l’assenza diffusa del riciclo determina l’automatica assenza di una filiera industriale di trasformazione. Si perdono così posti di lavoro non assistenziali che avrebbero potuto operare nel settore, a vantaggio invece dei sovradimensionati posti di lavoro nell’ambito della raccolta, generando un indotto parassitario che non produce ricchezza ma la consuma, per mere ragioni politico-clientelari;
- si stabilizza la cultura dell’incenerimento anche in una località come quella sarda, ben lontana dai rigidi inverni danesi, dove si ricicla potenzialmente meno rispetto a ciò che si brucia. Anche in questo caso il fenomeno si determina per ragioni politico-clientelari sviluppate grazie al rapporto di intermediazione che interrompe la circolarità del calcolo economico prima descritto fra produttori e utenti.

Ecco quindi che sostenere che i problemi derivino unicamente dai gestori, o dal loro numero, e non dal modello economico con cui è strutturata socialmente la gestione dei rifiuti, è una grossolana teoria priva di fondamento. E con ogni probabilità, le voci critiche hanno l’unico obiettivo di tenere lo status quo.

- Online esistono numerosi articoli e video sul sistema del reverse vending, ad esempio: https://www.youtube.com/watch?v=eUoBajxNuOs

Iscarica custu articulu in PDF

U.R.N. Sardinnya ONLINE

Be Sociable, Share!

    2 Commenti

    • Ottimo! Fa il paio con una mia considerazione che covo da tanto tempo: ogni legge, regolamento o qualsiasi imposizione pubblica vwerso il cittadini avrà un successo applicativo se il legislatore avrà tenuto conto della natura umana! Mi spiego meglio nel caso dei rifiuti: se l’individuo paga e sente che il servizio costa in termini di denaro e di fatica, se può, tende ad eludere la norma. Per far si che il cittadino sia invogliato ad agire in modo civile, deve avere un ‘ritorno’ immediato! E’ il caso di questa pratica che Bomboi illustra nei suoi articoli. Altra linea applicativa potrebbe essere l’incremento alla selezione all’origine fatta direttamente dal cittadino. Il rifiuto diventa così un ‘merce’che il servizio (pubblico o privato che sia) contabilizza e remunera direttamente.
      Ad esempio la selezione fra carta bianca, cartone, pulita o sporca avrebbe certamente un valore. Altrettanto con la plastica separata per natura, pulizia e/o altro. I ‘proventi della vendita del rifiuto alleggerirebbero le tasche da una quota notevole dell’attuale odiosa tassa.

    • credo che il sistema migliore sia quello israeliano. non si fa la differenziata porta a porta…i rifiuti si autodifferenziano nei vasconi d’acqua per gravità.

    Commenta



    Per la pubblicazione i commenti dovranno essere approvati dalla Redazione.