Bentu malu: nel nuovo libro di Tolu una nazione sarda a cavallo tra due mondi

Luca Tolu, già autore dell’importante saggio sulla storia di Sarroch, tra petrolchimica, ambiente e cultura locale, torna con un romanzo storico dalle forti tensioni sociali: “Bentu malu”.
Ne parliamo con l’autore.

Rieccoci Luca, qual buon vento, o meglio, quale cattivo vento ispira il tuo nuovo lavoro?

«Questo lavoro nasce, in realtà, dall’incontro tra due progetti che porto con me da tempo. Da un lato, l’idea di un saggio sulle istituzioni sociali, culturali e antropologiche della Sardegna campidanese; dall’altro, il desiderio di raccontare — attraverso lo strumento del romanzo — qualcosa che un saggio da solo non riesce a restituire fino in fondo: l’incontro, lo scontro e, in certi casi, la frattura tra due mondi.
Parlo del mondo tradizionale de “su connottu”, con i suoi equilibri, le sue regole non scritte, la sua visione della comunità, e quello dell’Italia che arriva portando nuovi modelli, nuove istituzioni calate dall’alto e quindi nuove tensioni.
Ho scelto di ambientare questa storia nell’Ottocento perché è forse l’ultimo secolo in cui la Sardegna conserva in maniera forte, riconoscibile, una propria purezza identitaria— se vogliamo usare questo termine con tutte le cautele del caso. È l’ultima fase prima che il Novecento introduca quella che molti studiosi hanno definito una vera e propria “catastrofe antropologica”, capace di trasformare profondamente la nostra società attraverso processi di assimilazione, sia diretti che indiretti, sia imposti che autoinflitti.
“Bentu malu” nasce esattamente in questo spazio: nel punto di contatto — e di tensione — tra ciò che eravamo e ciò che stavamo per diventare.»

Ciò che stavamo per diventare o ciò che potevamo diventare?

«Se torniamo indietro di qualche decennio rispetto all’ambientazione del romanzo, direi senza dubbio “ciò che potevamo diventare”. La storia, da questo punto di vista, non è stata generosa con la nazione sarda. Anche l’ultimo grande sussulto di ribellione si è spento tra cappi al collo e repressione, con il fallimento del tentativo insurrezionale dei Moti di Palabanda, episodio che nel romanzo ritorna come eco e come ferita ancora aperta.
Eppure, nonostante tutto, la “nazione” non scompare. Resta, resiste, sebbene messa a dura prova da un secolo e mezzo di politiche assimilazioniste che ne hanno progressivamente eroso alcuni tratti.»

Tra i tuoi impegni culturali non manca l’attenzione per la lingua sarda. Che ruolo ha nel nuovo libro?

«In Bentu Malu la voce narrante è in italiano, ma gran parte dei dialoghi è in lingua sarda, con una particolare attenzione — anche grazie alla revisione di Federica Picciau — alla ricerca di una parlata il più possibile autentica e priva di italianismi.
L’idea di fondo era quella di offrire una sorta di fotografia antropologica della Sardegna ottocentesca. Per questo il sardo viene utilizzato ogni volta che, nel contesto sociale dell’epoca, sarebbe stato naturale parlare nella lingua nazionale dei sardi. Del resto, allora l’italiano era percepito da gran parte della popolazione quasi come una lingua straniera, un po’ come il francese nei territori d’outre-mer.»

Una curiosità che mi ha colpito del nuovo testo è la suddivisione dei capitoli nei mesi dell’anno. A che si deve questa scelta?

«Partendo dall’idea di offrire al lettore un ritratto il più possibile autentico della Sardegna ottocentesca, ho scelto di scandire il romanzo in dodici capitoli corrispondenti ai dodici mesi del calendario sardo, da Cabudanni fino ad Austu. Quel calendario rappresentava il modo stesso con cui le comunità organizzavano il tempo e davano senso al proprio mondo. Era insieme un calendario agricolo, liturgico e popolare: dentro quei mesi si intrecciavano il lavoro nei campi e nei pascoli, le feste religiose, i ritmi della natura, le paure, le attese e i riti comunitari.
Attraverso i personaggi ho cercato di raccontare proprio questo universo umano, dove il tempo non era ancora quello caotico della modernità.»

Il ritmo è uno dei fili conduttori dell’opera, oltre il Sulcis costiero, come è variato a tuo avviso nella società sarda di ieri e in quella del presente?

«La Sardegna ottocentesca viveva ancora dentro un tempo lento, ciclico, profondamente legato alle stagioni. Era un ritmo che poteva essere duro, persino spietato, ma era comunque in armonia con l’ambiente circostante e con la dimensione comunitaria.
Oggi quel ritmo si è spezzato. Non viviamo più “in rima” con le stagioni, con i tempi della natura o con quelli della comunità. Il popolo sardo ha subito un distacco molto traumatico da ciò che era: industrializzazione, assimilazione culturale, spopolamento e modernizzazione hanno prodotto una forma di alienazione che ci ha progressivamente disconnessi dai ritmi antichi.
Attenzione: il cambiamento non si poteva fermare. La modernità sarebbe arrivata comunque, al di là di coloro che firmarono gli atti di governo. Nessuna società resta immobile e non è sintomo di intelligenza storica guardare con nostalgia al passato. Il problema, forse, è che troppo spesso abbiamo subito il nuovo ritmo senza decidere davvero come adattarlo a noi stessi.
Ecco perché penso che oggi la sfida non sia tornare indietro — cosa impossibile — ma riprendere in mano il nostro presente. Essere noi sardi a scegliere quale rapporto vogliamo avere con il tempo, con il territorio e con la nostra identità di popolo. Ecco, c’è una Sardegna che non esiste più, ma che continua a parlarci.»

- Disponibile in libreria, presso la casa editrice Catartica Edizioni, e nelle migliori piattaforme.

A cura di Adriano Bomboi.

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