Make Sardinia great again: l’ultima illusione di un popolo allo sbando
Tenete i bimbi lontani dalle finestre e chiudete le tende, il popolo degli algoritmi marcia in strada al passo dell’oca. Si odono latrati imperativi: “Vincere, e vinceremo!”. Mancano solo le torce in fiamme, al loro posto si usa la luce degli smartphone.
Prendo spunto da un’immagine satirica di Massimo Aresu per sviluppare un ragionamento sulla drammatica situazione politica che stiamo attraversando. Ma prima di parlare della Sardegna è necessaria una premessa.
Ricordo bene quando SaNatzione nel 2005 contestava il folk-ribellismo, invitando i politici indies ad indossare giacca a cravatta, ad aprire qualche libro e ad uscire da ideologie post-marxiste. Ma nell’era dei social MAGA, forze neppure troppo occulte operano per destabilizzare l’Europa: gli algoritmi penalizzano la stampa ed esaltano i reels dell’uomo qualunque che vanno in tutt’altra direzione. E ne avremo per almeno altri due anni o più.
L’uomo qualunque nella propria cameretta teorizza improbabili complotti di Bruxelles a danno del popolo vergine e immacolato.
Sedicenti congiure a base di “vaccini supportati da Bill Gates” contro uomini e bovini, orde di migranti africani sorosiani, pale eoliche “sioniste”, scie chimiche, riarmi “neonazisti” che sottraggono risorse alla sanità e vorrebbero colpire una “Russia pacifista” altrimenti disposta a regalarci gas per cucinare a fuoco lento i nostri prosciutti. Quelli che mettiamo sugli occhi tutti i giorni per fingere che non stia accadendo nulla di rilevante.
Solo in parte partono da problemi reali, amplificandoli e deviandone ogni idonea soluzione, o evitando problemi ben più prioritari.
Sul web dilagano gruppi, bot e pagine varie che incitano alla ribellione contro l’ordine costituito. Tra i titoli: “Uniamoci tutti!”, “Prendiamo i forconi” e altre stupidaggini senza pari. Rappresentano la chiamata alle armi per una media borghesia impoverita, e dei giovani senza futuro aggrappati alla spesa pensionistica dei loro tutori, e non certo a causa di qualche fantomatico complotto ebraico, ma dall’assenza di riforme e della capacità di rimanere competitivi con le economie più avanzate del globo. Economie che sarebbero abbastanza felici di disarticolare un big geopolitico come l’Unione Europea, pur di controllare meglio Stati altrimenti minori e alla loro mercé: chi per ragioni di imperialismo economico, e chi per ragioni di imperialismo militare a danno dei nostri vicini.
Ultimamente, persino l’Iran, la Cina e la Corea del Nord hanno iniziato ad impestare i nostri smartphone di contenuti “simpatici” sui loro paesi. Forme moderne di soft power.
I reels sul dramma di Gaza servono a coprire le impiccagioni dei giovani iraniani nelle pubbliche piazze, mentre quelli sulle donne nordcoreane che giocano a palla servono a coprire decenni di fame e dittatura tuttora presenti. Servono per incutere in noi il germe del dubbio e relativizzare i successi delle nostre democrazie rispetto ai disastri dei loro regimi.
Tutti lavorano per complicare la vita alle politiche moderate, centriste e riformiste del nostro vecchio continente, al fine di supportare i fondamentalisti di destra e sinistra che vivono tra noi, e che sfruttano questa fantastica finestra d’opportunità in termini di visibilità.
Una minaccia senza precedenti alla nostra stabilità e sicurezza che non si palesava neppure ai tempi della guerra fredda.
In questo quadro la Sardegna non viene affatto risparmiata, ma anzi, dato il nostro tasso di dispersione scolastica e di bassa alfabetizzazione in una varietà di argomenti, siamo divenuti la prima linea di questi attacchi ibridi al nostro territorio. Ci troviamo sul fronte di una nuova forma di guerra, ma non ce ne siamo ancora resi conto.
Gli influencer si moltiplicano come funghi, nascono gruppi più o meno interessati ad una determinata vertenza, totalmente privi di contenuti, ma utilizzati unicamente per diffondere chiasso e indignazione sociale, a prescindere dal tema trattato, giusto o sbagliato che sia.
Non conta come risolvere un problema, conta semplicemente esserci e inveire contro le autorità. E se il problema non c’è, o non esiste nei termini in cui lo si auspica, lo si crea a base di disinformazione. Basti pensare al progetto “Einstein Telescope” previsto a Lula, nel nuorese. Un progetto di caratura internazionale, i cui pro e contro andrebbero discussi, non con le bombe né simpatizzando con chi le mette, ma attorno ad una tavola rotonda tra esperti, amministratori e cittadini. Un lavoro che oggi cerca giustamente di argomentare Giuseppe Melis Giordano (UNICA), per disinnescare sciocchi complottismi.
Ultimamente si sta sviluppando persino un’avversione ad un progetto di Data Center nel Sulcis, ossia di infrastrutture fondamentali per la competizione globale, da cui non possiamo rimanere tagliati fuori. E c’è chi sta diffondendo la bufala che questi sarà costituito da “10 GW”, una dimensione colossale rispetto invece ai 100 MW previsti.
Il populismo nell’era della manipolazione digitale ha però un antico collante: il nazionalismo su base etnocentrica.
Non a caso, per il sardo medio che segue i vari Savonarola del XXI° secolo, qualsiasi investitore giunto dal mare va considerato un turpe “speculatore”. Si è richiamato l’antico adagio “furat chie benit dae su mare”.
E in un contesto del genere, non solo diventa molto difficile combattere democraticamente contro le consolidate consorterie politiche che hanno devastato il nostro territorio a suon di assistenzialismo, ma risulta ancor più difficile parlare di riforme nel momento in cui si moltiplicano questi nuovi demagoghi orientati a proporre lo stesso assistenzialismo e la stessa desertificazione economica, seppur in salsa identitaria.
Intendiamoci, i registi di queste operazioni non mirano necessariamente a portare i loro utili idioti nella poltrona più alta di un governo centrale o di un governo locale: mirano ad influenzare le logiche bipolari che sottendono al posizionamento elettorale. Non bisogna sostituirsi a partiti che viaggiano sul 20% dei consensi, conta semplicemente influenzarli affinché facciano o non facciano determinate scelte politiche. E le logiche NIMBY, nel nostro caso, possono riuscirci, frenando o arrestando del tutto un’evoluzione economica del nostro territorio.
Apro il video di un noto indipendentista sardo su Facebook, e questi dice: “Solo tramite la lotta del presidio territoriale possiamo condizionare la politica al rispetto dei nostri interessi”.
Il pensiero rappresenta un classico dell’ideologia movimentista che permea le sigle identitarie sarde.
Vi è l’idea, molto ingenua, che una manifestazione da sola possa risolvere problemi strutturali, i quali invece richiedono organiche riforme.
Una manifestazione potrebbe pure vincere una battaglia su un determinato argomento, come a Cala Finanza, ma la “guerra” si vince nella capacità di governare e di riformare la pubblica amministrazione, il fisco, la scuola, e soprattutto, i nostri poteri autonomistici.
Il movimentismo, pertanto, dovrebbe essere solamente un corredo ad un’ampia strategia riformista, e non l’elemento dominante della sua azione politica.
Lo scienziato cognitivo Donald T. Hoffman, nel suo saggio “The case against reality” (2019), ci ha insegnato che la natura ha impostato anche le percezioni umane nella capacità di ignorare dati e fatti reali. E questo spesso ci porta ad inseguire chimere, dedicando tempo ed energie a falsi problemi, o problemi secondari. Un fenomeno che nella prima linea della guerra ibrida subita in Sardegna conosciamo benissimo.
Movimenti come “Surra” e mille altre piccole formazioni collettive locali, nate per lo più sulla scia delle reti social, devono condurre un riesame al proprio interno, aprendosi alla responsabilità di usare la popolarità ottenuta senza diffondere fake news o messaggi insidiosi capaci di incendiare la già latente tensione sociale spingendola verso linee autolesioniste.
Agli osservatori esterni, invece, spetta il compito di elaborare proposte politiche in grado di incanalare il dissenso verso percorsi condivisi e riformistici.
Adriano Bomboi.
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