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	<title>Sa Natzione - U.R.N. Sardinnya ONLINE: Think tank d&#039;informazione e critica politica riformista di Sardegna</title>
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	<description>PORTALE di CRITICA, CULTURA, ECONOMIA e COMUNICAZIONE POLITICA RIFORMISTA di SARDEGNA</description>
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		<title>Caro carburanti: La leggenda delle accise Saras sulla produzione</title>
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		<pubDate>Wed, 26 Aug 2026 19:21:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La guerra in Iran ha immancabilmente contribuito a generare un rialzo dei prezzi del carburante, soprattutto il diesel, necessario per tutte quelle attività produttive i cui trasporti sono una componente imprescindibile del proprio business. Gli effetti di questi costi sono resi ancor più gravi in un paese come l&#8217;Italia, in cui le accise rappresentano una [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.sanatzione.eu/wp-content/archivio_media/uploads/2026/08/Carburante.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-20456" title="carburante" src="https://www.sanatzione.eu/wp-content/archivio_media/uploads/2026/08/Carburante.jpg" alt="" width="605" height="425" /></a></p>
<p>La guerra in Iran ha immancabilmente contribuito a generare un rialzo dei prezzi del carburante, soprattutto il diesel, necessario per tutte quelle attività produttive i cui trasporti sono una componente imprescindibile del proprio business.<br />
Gli effetti di questi costi sono resi ancor più gravi in un paese come l&#8217;Italia, in cui le accise rappresentano una componente di peso nella formulazione del prezzo finale ai consumatori.</p>
<p>E in Sardegna è tornata di moda una vecchia leggenda metropolitana: l&#8217;idea che in qualche modo lo Stato stia “fregando ai sardi” le accise generate dalla produzione del petrolchimico Saras di Sarroch.</p>
<p>Iniziamo col dire che non c&#8217;è alcun complotto contro i sardi e nessuno sta sottraendo loro risorse al riguardo.</p>
<p>Il motivo è molto semplice: le “accise alla produzione”, pretese da molti indipendentisti, non esistono né in tutta Italia e né in Europa. Ed ovviamente nessun&#8217;altra raffineria italiana o straniera paga delle fantomatiche “accise alla produzione”.</p>
<p>Le leggi sono molto chiare: sia il <span style="text-decoration: underline;">Testo Unico delle Accise (D.Lgs. 504/1995)</span>, e successive modificazioni, e sia la <span style="text-decoration: underline;">Direttiva UE 2020/262</span>, con particolare riferimento alla <span style="text-decoration: underline;">Direttiva 2003/96/CE sui prodotti energetici</span>, precisano che l&#8217;accisa non si paga nel<br />
luogo in cui la risorsa viene estratta, lavorata o prodotta, ma esclusivamente nel luogo in cui il carburante viene immesso in consumo.</p>
<p>L&#8217;accisa è un&#8217;imposta che si manifesta unicamente nel luogo in cui il prodotto della raffinazione si mette in vendita, come per esempio nei distributori di carburante.</p>
<p>Questo vale per i sardi, per i siciliani (che a loro volta ospitano siti di raffinazione), e per tutti i cittadini delle regioni interessate dalla presenza di infrastrutture dedite alla lavorazione degli idrocarburi.</p>
<p>Pertanto, benché l&#8217;imposta nasca virtualmente nel momento della produzione, questa diventa concretamente esigibile solamente nel momento della vendita. Tutti i precedenti passaggi e trasporti vari, tra raffinerie e depositi fiscali, sia in Italia che in Europa, sono coperti da “sospensione dell&#8217;imposta”. Ossia, si tratta di fasi in cui non può essere pagata tale imposta. Ed ovviamente, nel nostro caso, il prodotto si esporta e si vende per la maggior parte oltre il solo piccolo mercato sardo, lasciando alla Regione Autonoma la sola propria quota regionale dei 9/10&#8242; di introiti che lo Statuto speciale sardo ci consente di trattenere. Sono i soldi derivanti dai consumatori locali e dai turisti che ogni anno si recano alla pompa nelle nostre stazioni di servizio.</p>
<p><img class="alignleft" src="https://www.sanatzione.eu/wp-content/archivio_media/uploads/2016/05/SaNatzione.eu-URN-Sardinnya-Logo.jpg" alt="" width="196" height="200" />Come aggirare questo presunto limite per ottenere pure i soldi di ciò che viene venduto nella penisola e nel resto d&#8217;Europa?</p>
<p>E qui arriviamo alla proposta degli amici indipendentisti di “A innantis”, secondo cui esisterebbe un sistema per aggirare tale normativa: Cherchi propone che la Saras “<em>dichiari tranquillamente il prodotto in commercio prima di imbarcarlo sulle navi.[...] Non c’è una norma che obblighi a farlo. Ma nemmeno che impedisca di farlo. […] Si tratta di anticipare la dichiarazione in commercio sull’isola, prima che i prodotti prendano il mare.</em>”</p>
<p>Sembra una bella favola, ma nel mondo reale non è possibile per alcune ragioni alquanto ovvie: per esempio, il proponente confonde “messa in commercio” con “immissione al consumo”. Ma un deposito a Sarroch non potrà mai dichiarare “in commercio” una nave di benzina in partenza per la penisola o per la Spagna, perché tecnicamente questa sarebbe già “immessa al consumo” in Italia.</p>
<p>Cosa significa esattamente?</p>
<p>Due ulteriori cosucce, forse di non poco conto:</p>
<p>- la prima è che la Saras, o qualsiasi altra raffineria e i loro clienti che dovessero avviare una simile iniziativa, andrebbero presto in bancarotta, perché:<br />
A) l&#8217;azienda dovrebbe pagare le imposte per un prodotto che non ha ancora venduto, magari profetizzando quando, quanto e quanti automobilisti useranno il suo carburante. E tutto ciò sborsando centinaia di milioni di euro con mesi di anticipo rispetto alla vendita finale del prodotto.<br />
B) Inoltre, i distributori che acquistano da Saras il carburante andrebbero anche loro in rovina, dovendo sborsare più soldi per ottenere il prodotto già compreso di accisa. Ed è ovvio che, per evitare il problema, costoro si rivolgerebbero a terze raffinerie che non praticano tale follia, abbandonando la Saras al proprio destino.</p>
<p>- La seconda motivazione è che, per esempio, il carburante esportato in Spagna diventerebbe invedibile e più costoso. Perché oltre alle accise italiane “già pagate”, si sommerebbero quelle dello Stato spagnolo, rendendo ogni litro alla pompa decisamente più oneroso di quello prodotto dai concorrenti. Bisogna infatti considerare che ogni Stato pratica un proprio regime di accise, ed è una delle ragioni per cui si effettua la sospensiva dell&#8217;accisa durante il trasporto verso il mercato di destinazione, per non parlare delle dogane nei mercati extra-UE.</p>
<p>In conclusione, A Innantis, ma anche SNI e Mauro Pili che trattarono il tema, dovrebbero pertanto orientare la loro comunicazione politica nella (legittima) pretesa di far ottenere ai sardi prezzi più bassi, in ragione dei costi ambientali decisamente presenti nel nostro territorio per tali siti produttivi, ma evitando questi improbabili giochini delle tre carte.</p>
<p>Per risollevare le sorti dell&#8217;isola non esistono trucchetti o ricette magiche, esiste solamente un&#8217;ardua strada costellata di riforme molto serie che non possiamo evitare: una riforma della scuola, una riforma del fisco, della burocrazia e di altri settori che incidono nella bassa produttività e nell&#8217;incompetenza del nostro tessuto aziendale, e della sua scarsa capacità di creare ricchezza.</p>
<p>Tutto il resto sono favole, e perdite di tempo ed energie dietro battaglie populiste e immaginarie, che purtroppo a noi sardi piacciono tantissimo.</p>
<p>Di questa e altre mitologie ne ho già ampiamente parlato nel libro “<a href="https://www.saribs.it/scheda.asp?id=SBS-978-88-7356-332-7&amp;ver=it&amp;currency=eur" target="_blank">Problemi economico-finanziari della Sardegna. L&#8217;isola può farcela da sola?</a>” (Condaghes, Cagliari 2019). Ne consiglio la lettura a chi ancora non l&#8217;avesse fatto, è la prima e rimarrà per lunghi anni a venire una bussola per l&#8217;agenda delle riforme da portare avanti. Soprattutto un vademecum per separare i luoghi comuni dalla serietà delle iniziative politiche che dobbiamo intraprendere.</p>
<p><span style="color: #0000ff;"><em>Adriano Bomboi.</em></span></p>
<p><a href="https://www.sanatzione.eu/wp-content/archivio_media/uploads/2026/08/URN-Sardinnya-Sa-Natzione-La-leggenda-delle-accise-Saras-alla-produzione.pdf" target="_blank">Scarica questo articolo in PDF</a></p>
<p><strong>U.R.N. Sardinnya ONLINE</strong></p>
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		<title>Agroalimentare: il Gambero Rosso prende un granchio</title>
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		<pubDate>Wed, 26 Aug 2026 15:39:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La celebre rivista enogastronomica italiana parla della nascita di una “Via della panada” in Sardegna, dedicata all&#8217;omonimo piatto tipico sardo, ma esiste già da tempo, e con tanto di studi scientifici alle spalle. L’antropologa Veronica Matta e il suo gruppo di ricerca contestano la ricostruzione proposta dal Gambero Rosso nell&#8217;articolo di Giulia Salis pubblicato il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.sanatzione.eu/wp-content/archivio_media/uploads/2026/08/Sa-Panada-e-il-Gambero-rosso.png"><img class="aligncenter size-full wp-image-20449" title="sa-panada-e-il-gambero-rosso" src="https://www.sanatzione.eu/wp-content/archivio_media/uploads/2026/08/Sa-Panada-e-il-Gambero-rosso.png" alt="" width="605" height="271" /></a></p>
<p>La celebre rivista enogastronomica italiana parla della nascita di una “Via della panada” in Sardegna, dedicata all&#8217;omonimo piatto tipico sardo, ma esiste già da tempo, e con tanto di studi scientifici alle spalle.</p>
<p>L’antropologa Veronica Matta e il suo gruppo di ricerca contestano la ricostruzione proposta dal Gambero Rosso nell&#8217;articolo di Giulia Salis pubblicato il 23 agosto e dedicato alla panada sarda.</p>
<p>Al centro della contestazione c’è soprattutto il riferimento alla nascita di una “Via della Panada” tra Assemini, Cuglieri e Oschiri. Secondo Matta e gli altri studiosi coinvolti nel progetto, quel percorso non rappresenta una nuova iniziativa, ma il risultato di un lavoro avviato molti anni fa attraverso l’inchiesta antropologica Panada on the road, i convegni scientifici, gli incontri con le comunità, le testimonianze raccolte e le attività di valorizzazione sviluppate nel territorio.<br />
“Quella Via l’abbiamo già fatta nascere noi, molti anni fa – sottolinea Matta –. È nata dalla ricerca Panada on the road, dal lavoro antropologico, dagli incontri con le comunità, dalle testimonianze raccolte, dai viaggi, dai progetti e dalle relazioni costruite nel tempo”. Il collegamento tra Assemini, Cuglieri e Oschiri, spiegano i ricercatori, è uno degli esiti centrali di quel percorso. Un progetto che, secondo il gruppo, era già stato elaborato, presentato pubblicamente e documentato dalla stampa, oltre a essere stato inserito nel portale Sardegna Turismo.<br />
“Non è un’idea. È una storia. E quella storia ha nomi, date, documenti e persone”, afferma Matta.</p>
<p><img class="alignleft" src="https://www.sanatzione.eu/wp-content/archivio_media/uploads/2016/05/SaNatzione.eu-URN-Sardinnya-Logo.jpg" alt="" width="196" height="200" />La richiesta di rettifica riguarda anche altri aspetti dell’articolo, che il gruppo chiede di verificare alla luce delle fonti precedenti: la mancata attribuzione della ricerca Panada on the road, il percorso che ha portato la panada di Cuglieri al riconoscimento come Prodotto agroalimentare tradizionale, la ricostruzione del culto di Santa Maria de la Panada e alcuni aspetti terminologici legati alla tradizione linguistica sarda.<br />
Rilievi che, precisano le ricercatrici, fanno parte di una questione più ampia: il riconoscimento delle fonti e della ricerca già svolta. “Ci ha lasciate incredule – commenta Rita Fenu, storica partner del progetto fin dalle prime iniziative. “Siamo rimaste basite leggendo che la Via della Panada starebbe nascendo oggi – afferma Fenu –. Dietro quel progetto ci sono anni di lavoro, persone, comunità, testimonianze e relazioni costruite nel tempo”.<br />
Con loro anche Sonia Angotzi, imprenditrice ed esponente di una nuova generazione impegnata nella valorizzazione della panada cuglieritana. “Noi raccogliamo oggi un’eredità costruita negli anni – dice Angotzi –. Il lavoro di ricerca e documentazione che ci ha preceduto è parte della storia che continuiamo a portare avanti”.</p>
<p>L’inchiesta Panada on the road, avviata da Matta come ricerca antropologica, è successivamente diventata un saggio dedicato alla panada e ai suoi legami culturali nel Mediterraneo, nato anche dal percorso di studi e dai convegni realizzati in Sardegna. “Non contestiamo a nessuno il diritto di raccontare la panada – conclude Matta –. Chiediamo semplicemente che venga riconosciuto il lavoro di chi quella storia l’ha costruita e documentata”. Il gruppo di ricerca ha chiesto al Gambero Rosso una rettifica e una verifica delle fonti. Al centro resta una precisazione: “La Via della Panada non sta nascendo. Ha già una storia”.</p>
<p><strong>Redazione SANATZIONE.EU</strong></p>
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		<title>Dal Trentino storica picconata allo Stato centrale, un esempio per tutti</title>
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		<pubDate>Thu, 20 Aug 2026 20:43:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Arriva il “principio dell&#8217;Intesa”: il Trentino-Alto Adige Sudtirol ha ottenuto una storica riforma autonomistica che riaccende le speranze federaliste per una futura riforma dello Stato. Mentre le attenzioni mediatiche dell&#8217;Italia erano tutte rivolte a faccende di secondo piano, dal caso Ranucci all&#8217;immobilismo della giunta 5 Stelle sarda, e l&#8217;indipendentismo sardo inseguiva delle pale eoliche, a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.sanatzione.eu/wp-content/archivio_media/uploads/2026/08/TAAS.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-20438" title="taas" src="https://www.sanatzione.eu/wp-content/archivio_media/uploads/2026/08/TAAS.jpg" alt="" width="605" height="402" /></a></p>
<p>Arriva il “principio dell&#8217;Intesa”: il Trentino-Alto Adige Sudtirol ha ottenuto una storica <a href="https://www.sanatzione.eu/wp-content/archivio_media/uploads/2026/08/TAAS-Contenuti-della-riforma-ITA.pdf" target="_blank">riforma</a> autonomistica che riaccende le speranze federaliste per una futura riforma dello Stato.</p>
<p>Mentre le attenzioni mediatiche dell&#8217;Italia erano tutte rivolte a faccende di secondo piano, dal caso Ranucci all&#8217;immobilismo della giunta 5 Stelle sarda, e l&#8217;indipendentismo sardo inseguiva delle pale eoliche, a Trento e Bolzano si siglava con Roma la prima destrutturazione del potere centrale.</p>
<p>Di cosa si tratta esattamente?</p>
<p>La novità non riguarda tanto le seppur importanti conquiste di nuove competenze in materie quali la tutela ambientale, il commercio e la valorizzazione delle minoranze linguistiche, quanto, notate bene, la limitazione delle prerogative statali nella vita giuridica e politica dell&#8217;autonomia territoriale.</p>
<p>Per la prima volta nella storia d&#8217;Italia è divenuto operativo il principio dell&#8217;intesa, che introduce un vero e proprio diritto di veto dell&#8217;Autonomia rispetto alle scelte dello Stato centrale.</p>
<p>Per capirne meglio la portata e i contenuti è necessario un piccolo excursus giuridico: lo scorso 23 giugno è entrata in vigore la Legge Costituzionale n. 2/2026 (&#8220;<em>Modifiche allo Statuto speciale per il Trentino-Alto Adige/Südtirol</em>&#8220;).</p>
<p>Al suo interno è stato reso operativo il principio dell&#8217;Intesa, introdotto, è bene precisare – più simbolicamente che sostanzialmente – nel lontano 2001, con l&#8217;allora riforma del Titolo V° della Costituzione, vedasi art. 116, comma terzo.</p>
<p>Con l&#8217;introduzione della clausola dell&#8217;intesa, la modifica dello Statuto richiede l&#8217;effettivo consenso degli organi territoriali (il Consiglio regionale del Trentino-Alto Adige e i Consigli provinciali di Trento e Bolzano). Di conseguenza, attenzione: oggi il Parlamento centrale non può più ridurre unilateralmente i livelli di autonomia senza l&#8217;accordo locale.</p>
<p>Cosa cambia dunque rispetto al passato?</p>
<p>Che il principio della sovranità inizia ad assumere concretamente basi condivise, perché se prima l&#8217;audizione delle autonomie territoriali era puramente consultiva, oggi diventa obbligatoria e vincolante, in quanto il loro consenso cancella l&#8217;unilateralità del legislatore statale. Lo Stato non potrà più procedere autonomamente rispetto alla volontà delle istituzioni locali.</p>
<p>Il lettore più attento avrà intuito che questo nuovo potere consentirà pure di superare più agevolmente lo scoglio della Corte Costituzionale di fronte a determinate controversie.</p>
<p>I nuovi poteri inoltre, nella fattispecie, si articolano su tre nuovi pilastri:</p>
<p>1. Eliminazione del limite delle &#8220;norme fondamentali delle riforme economico-sociali della Repubblica&#8221;.<br />
Come funzionava prima: Tradizionalmente, le leggi provinciali approvate nelle materie di competenza autonoma dovevano comunque rispettare i principi posti dalle leggi di riforma economico-sociale dello Stato. Questo rappresentava un forte vincolo, poiché lo Stato poteva limitare l&#8217;autonomia locale semplicemente qualificando una nuova legge statale come &#8220;riforma economico-sociale&#8221;.<br />
Cosa cambia adesso: Questo limite viene completamente eliminato. Lo Stato non potrà più usare la leva delle riforme economico-sociali per imbrigliare o scavalcare l&#8217;autonomia legislativa della Provincia.<br />
2. Riduzione del limite dei &#8220;principi dell&#8217;ordinamento giuridico&#8221; ai &#8220;principi generali&#8221;.<br />
Come funzionava prima: La Provincia doveva conformarsi all&#8217;insieme indistinto dei &#8220;principi dell&#8217;ordinamento giuridico dello Stato&#8221;, una nozione molto ampia che consentiva spesso alla Corte Costituzionale di annullare leggi provinciali ritenute non in linea con norme dello Stato.<br />
Cosa cambia adesso: Il vincolo viene circoscritto e ridotto ai soli &#8220;principi generali&#8221;. Si tratta di una formulazione più restrittiva e meno invasiva, che lascia maggiore margine di manovra e flessibilità al legislatore provinciale per approvare norme a misura del proprio territorio.<br />
3. Definizione della competenza primaria come &#8220;esclusiva&#8221;.<br />
Come funzionava prima: La potestà legislativa provinciale veniva solitamente definita come &#8220;potestà primaria&#8221;.<br />
Cosa cambia adesso: La competenza primaria viene esplicitamente qualificata dal punto di vista giuridico come &#8220;esclusiva&#8221;. Questo rafforza l&#8217;idea che, nelle materie di propria spettanza (come quelle elencate negli altri punti della riforma, ad esempio ambiente o commercio), la Provincia ha un dominio riservato e pieno in cui la legge statale ordinaria non può intervenire.</p>
<p>Tutto bene dunque?</p>
<p><img class="alignleft" src="https://www.sanatzione.eu/wp-content/archivio_media/uploads/2016/05/SaNatzione.eu-URN-Sardinnya-Logo.jpg" alt="" width="196" height="200" />Non proprio. Per due ordini di motivi: uno attinente alla cultura statale, ed uno attinente alla cultura del regionalismo italiano.</p>
<p>Il primo è chiaro a tutti, Roma è ancora ben lontana dall&#8217;immaginare una riforma dell&#8217;architettura dello Stato in chiave federale, anche se oggi ne ha posato un primo piccolo mattone.<br />
La cultura politica centralistica affonda le radici nella storia del nostro Paese e, per la maggiore, continua a prevalere l&#8217;idea che il successo delle nostre comunità passi inevitabilmente da uno Stato centrale forte in grado di coordinare ed imporsi nelle articolazioni periferiche. Queste ultime interpretate non come entità territoriali da valorizzare nella loro diversità, ma da omogeneizzare al centro. Un retaggio ottocentesco del nazionalismo italiano, come se da Bolzano a Lampedusa potessero funzionare ricette identiche partorite a Roma: fiscalità, contrattazioni collettive, ecc.</p>
<p>Il secondo attiene alla cultura politica delle classi dirigenti operanti nelle nostre regioni, che non vanno interpretate come un corpo distinto rispetto a quelle centrali, ma ne sono conseguenza e complemento.</p>
<p>In altri termini, non ignoriamo che oggi parte dei gravi problemi dell&#8217;Italia non derivano unicamente dalle scarse riforme centrali, incluse quelle mancate nella riqualificazione della spesa pubblica, ma nell&#8217;azione delle inefficienti e assistenziali politiche regionali.</p>
<p>La Sardegna esprime al meglio tutta l&#8217;evidenza di questo deficit di sviluppo, poiché la sua classe dirigente, di destra e sinistra, appare culturalmente protesa – non a lavorare su politiche di crescita della ricchezza e di limitazione dei trasferimenti di risorse dal centro – ma appare irresponsabilmente impegnata a conservarne il carattere assistenziale per tutelare il proprio potere.<br />
Uno Stato centrale produce inevitabilmente classi politiche locali deresponsabilizzanti nei confronti di imprese, servizi e cittadini, poiché le seconde non sono strutturalmente obbligate ad operare per un&#8217;allocazione più intelligente, e destinata al libero mercato, delle risorse pubbliche. Basti pensare, un settore su tutti, ai disastri della sanità, tra spaventose voragini di bilancio e pericolosi disservizi per la salute pubblica.<br />
O pensiamo ancora alla diffusa cultura NIMBY, dove le grandi infrastrutture vengono spesso osteggiate in nome di farfugliati particolarismi, ben poco utili sia all&#8217;economia locale che al generale benessere dei popoli della Repubblica.</p>
<p>A ciò si aggiunge anche la totale inconsistenza delle politiche “nazionaliste” locali, nella misura in cui, ben diversamente da catalani o scozzesi, gli esponenti del sardismo e dell&#8217;indipendentismo sardo, come ben osservato da Mario Carboni (PSD&#8217;AZ), tendono ad occuparsi di battaglie di retroguardia al posto di sviluppare un serio percorso riformista di governo.</p>
<p>Oggi l&#8217;azione dei sudtirolesi dimostra che gli spazi e i margini per un sano riformismo di governo esistono. Non è più utopico o improbabile pensare di approcciarsi con profitto alle grandi riforme.</p>
<p><span style="color: #0000ff;"><em>Adriano Bomboi.</em></span></p>
<p><a href="https://www.sanatzione.eu/wp-content/archivio_media/uploads/2026/08/URN-Sardinnya-Lopinione-Lottima-riforma-sudtirolese-dello-Statuto.pdf" target="_blank">Scarica questo articolo in PDF</a></p>
<p><strong>U.R.N. Sardinnya ONLINE</strong></p>
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		<title>Make Sardinia great again: l&#8217;ultima illusione di un popolo allo sbando</title>
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		<pubDate>Mon, 10 Aug 2026 05:36:20 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Tenete i bimbi lontani dalle finestre e chiudete le tende, il popolo degli algoritmi marcia in strada al passo dell&#8217;oca. Si odono latrati imperativi: “Vincere, e vinceremo!”. Mancano solo le torce in fiamme, al loro posto si usa la luce degli smartphone. Prendo spunto da un&#8217;immagine satirica di Massimo Aresu per sviluppare un ragionamento sulla [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.sanatzione.eu/wp-content/archivio_media/uploads/2026/08/MSGA.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-20422" title="msga" src="https://www.sanatzione.eu/wp-content/archivio_media/uploads/2026/08/MSGA.jpg" alt="" width="605" height="452" /></a></p>
<p>Tenete i bimbi lontani dalle finestre e chiudete le tende, il popolo degli algoritmi marcia in strada al passo dell&#8217;oca. Si odono latrati imperativi: “Vincere, e vinceremo!”. Mancano solo le torce in fiamme, al loro posto si usa la luce degli smartphone.</p>
<p>Prendo spunto da un&#8217;immagine satirica di Massimo Aresu per sviluppare un ragionamento sulla drammatica situazione politica che stiamo attraversando. Ma prima di parlare della Sardegna è necessaria una premessa.<br />
Ricordo bene quando SaNatzione nel 2005 contestava il folk-ribellismo, invitando i politici indies ad indossare giacca a cravatta, ad aprire qualche libro e ad uscire da ideologie post-marxiste. Ma nell&#8217;era dei social MAGA, forze neppure troppo occulte operano per destabilizzare l&#8217;Europa: gli algoritmi penalizzano la stampa ed esaltano i reels dell&#8217;uomo qualunque che vanno in tutt&#8217;altra direzione. E ne avremo per almeno altri due anni o più.<br />
L&#8217;uomo qualunque nella propria cameretta teorizza improbabili complotti di Bruxelles a danno del popolo vergine e immacolato.<br />
Sedicenti congiure a base di “vaccini supportati da Bill Gates” contro uomini e bovini, orde di migranti africani sorosiani, pale eoliche “sioniste”, scie chimiche, riarmi “neonazisti” che sottraggono risorse alla sanità e vorrebbero colpire una “Russia pacifista” altrimenti disposta a regalarci gas per cucinare a fuoco lento i nostri prosciutti. Quelli che mettiamo sugli occhi tutti i giorni per fingere che non stia accadendo nulla di rilevante.<br />
Solo in parte partono da problemi reali, amplificandoli e deviandone ogni idonea soluzione, o evitando problemi ben più prioritari.</p>
<p>Sul web dilagano gruppi, bot e pagine varie che incitano alla ribellione contro l&#8217;ordine costituito. Tra i titoli: “Uniamoci tutti!”, “Prendiamo i forconi” e altre stupidaggini senza pari. Rappresentano la chiamata alle armi per una media borghesia impoverita, e dei giovani senza futuro aggrappati alla spesa pensionistica dei loro tutori, e non certo a causa di qualche fantomatico complotto ebraico, ma dall&#8217;assenza di riforme e della capacità di rimanere competitivi con le economie più avanzate del globo. Economie che sarebbero abbastanza felici di disarticolare un big geopolitico come l&#8217;Unione Europea, pur di controllare meglio Stati altrimenti minori e alla loro mercé: chi per ragioni di imperialismo economico, e chi per ragioni di imperialismo militare a danno dei nostri vicini.<br />
Ultimamente, persino l&#8217;Iran, la Cina e la Corea del Nord hanno iniziato ad impestare i nostri smartphone di contenuti “simpatici” sui loro paesi. Forme moderne di soft power.<br />
I reels sul dramma di Gaza servono a coprire le impiccagioni dei giovani iraniani nelle pubbliche piazze, mentre quelli sulle donne nordcoreane che giocano a palla servono a coprire decenni di fame e dittatura tuttora presenti. Servono per incutere in noi il germe del dubbio e relativizzare i successi delle nostre democrazie rispetto ai disastri dei loro regimi.</p>
<p>Tutti lavorano per complicare la vita alle politiche moderate, centriste e riformiste del nostro vecchio continente, al fine di supportare i fondamentalisti di destra e sinistra che vivono tra noi, e che sfruttano questa fantastica finestra d&#8217;opportunità in termini di visibilità.<br />
Una minaccia senza precedenti alla nostra stabilità e sicurezza che non si palesava neppure ai tempi della guerra fredda.</p>
<p><img class="alignleft" src="https://www.sanatzione.eu/wp-content/archivio_media/uploads/2016/05/SaNatzione.eu-URN-Sardinnya-Logo.jpg" alt="" width="196" height="200" />In questo quadro la Sardegna non viene affatto risparmiata, ma anzi, dato il nostro tasso di dispersione scolastica e di bassa alfabetizzazione in una varietà di argomenti, siamo divenuti la prima linea di questi attacchi ibridi al nostro territorio. Ci troviamo sul fronte di una nuova forma di guerra, ma non ce ne siamo ancora resi conto.<br />
Gli influencer si moltiplicano come funghi, nascono gruppi più o meno interessati ad una determinata vertenza, totalmente privi di contenuti, ma utilizzati unicamente per diffondere chiasso e indignazione sociale, a prescindere dal tema trattato, giusto o sbagliato che sia.<br />
Non conta come risolvere un problema, conta semplicemente esserci e inveire contro le autorità. E se il problema non c&#8217;è, o non esiste nei termini in cui lo si auspica, lo si crea a base di disinformazione. Basti pensare al progetto “Einstein Telescope” previsto a Lula, nel nuorese. Un progetto di caratura internazionale, i cui pro e contro andrebbero discussi, non con le bombe né simpatizzando con chi le mette, ma attorno ad una tavola rotonda tra esperti, amministratori e cittadini. Un lavoro che oggi cerca giustamente di argomentare <a href="https://giuseppemelisca.wixsite.com/website/post/einstein-telescope-distinguere-i-fatti-dalle-narrazioni-non-%C3%A8-tradire-nessuna-causa" target="_blank">Giuseppe Melis Giordano</a> (UNICA), per disinnescare sciocchi complottismi.</p>
<p>Ultimamente si sta sviluppando persino un&#8217;avversione ad un progetto di Data Center nel Sulcis, ossia di infrastrutture fondamentali per la competizione globale, da cui non possiamo rimanere tagliati fuori. E c&#8217;è chi sta diffondendo la bufala che questi sarà costituito da “10 GW”, una dimensione colossale rispetto invece ai 100 MW previsti.</p>
<p>Il populismo nell&#8217;era della manipolazione digitale ha però un antico collante: il nazionalismo su base etnocentrica.<br />
Non a caso, per il sardo medio che segue i vari Savonarola del XXI° secolo, qualsiasi investitore giunto dal mare va considerato un turpe “speculatore”. Si è richiamato l&#8217;antico adagio “furat chie benit dae su mare”.<br />
E in un contesto del genere, non solo diventa molto difficile combattere democraticamente contro le consolidate consorterie politiche che hanno devastato il nostro territorio a suon di assistenzialismo, ma risulta ancor più difficile parlare di riforme nel momento in cui si moltiplicano questi nuovi demagoghi orientati a proporre lo stesso assistenzialismo e la stessa desertificazione economica, seppur in salsa identitaria.</p>
<p>Intendiamoci, i registi di queste operazioni non mirano necessariamente a portare i loro utili idioti nella poltrona più alta di un governo centrale o di un governo locale: mirano ad influenzare le logiche bipolari che sottendono al posizionamento elettorale. Non bisogna sostituirsi a partiti che viaggiano sul 20% dei consensi, conta semplicemente influenzarli affinché facciano o non facciano determinate scelte politiche. E le logiche NIMBY, nel nostro caso, possono riuscirci, frenando o arrestando del tutto un&#8217;evoluzione economica del nostro territorio.</p>
<p>Apro il video di un noto indipendentista sardo su Facebook, e questi dice: “<em>Solo tramite la lotta del presidio territoriale possiamo condizionare la politica al rispetto dei nostri interessi</em>”.</p>
<p>Il pensiero rappresenta un classico dell&#8217;ideologia movimentista che permea le sigle identitarie sarde.<br />
Vi è l&#8217;idea, molto ingenua, che una manifestazione da sola possa risolvere problemi strutturali, i quali invece richiedono organiche riforme.<br />
Una manifestazione potrebbe pure vincere una battaglia su un determinato argomento, come a Cala Finanza, ma la “guerra” si vince nella capacità di governare e di riformare la pubblica amministrazione, il fisco, la scuola, e soprattutto, i nostri poteri autonomistici.<br />
Il movimentismo, pertanto, dovrebbe essere solamente un corredo ad un&#8217;ampia strategia riformista, e non l&#8217;elemento dominante della sua azione politica.</p>
<p>Lo scienziato cognitivo Donald T. Hoffman, nel suo saggio “The case against reality” (2019), ci ha insegnato che la natura ha impostato anche le percezioni umane nella capacità di ignorare dati e fatti reali. E questo spesso ci porta ad inseguire chimere, dedicando tempo ed energie a falsi problemi, o problemi secondari. Un fenomeno che nella prima linea della guerra ibrida subita in Sardegna conosciamo benissimo.</p>
<p>Movimenti come “Surra” e mille altre piccole formazioni collettive locali, nate per lo più sulla scia delle reti social, devono condurre un riesame al proprio interno, aprendosi alla responsabilità di usare la popolarità ottenuta senza diffondere fake news o messaggi insidiosi capaci di incendiare la già latente tensione sociale spingendola verso linee autolesioniste.<br />
Agli osservatori esterni, invece, spetta il compito di elaborare proposte politiche in grado di incanalare il dissenso verso percorsi condivisi e riformistici.</p>
<p><span style="color: #0000ff;"><em>Adriano Bomboi.</em></span></p>
<p><a href="https://www.sanatzione.eu/wp-content/archivio_media/uploads/2026/08/URN-Sardinnya-Lopinione-Make-Sardinia-great-again-e-dintorni.pdf" target="_blank">Scarica questo articolo in PDF</a></p>
<p><strong>U.R.N. Sardinnya ONLINE</strong></p>
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		<title>Guerra in Ucraina: I generali Serino e Chiapperini e il dibattito con la società civile</title>
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		<pubDate>Fri, 07 Aug 2026 06:25:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Per comprendere l&#8217;impatto della guerra russo-ucraina sull&#8217;Europa e sul nostro futuro, denso di implicazioni politiche, economiche e di pubblica sicurezza, dobbiamo richiamare l&#8217;importante evento avvenuto a Chieti la scorsa estate, quando esperti e società civile si sono riuniti – occasione più unica che rara che in Italia – per discutere del problema. L&#8217;evento, promosso dalla [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.sanatzione.eu/wp-content/archivio_media/uploads/2026/08/SC25.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-20411" title="sc25" src="https://www.sanatzione.eu/wp-content/archivio_media/uploads/2026/08/SC25.jpg" alt="" width="605" height="343" /></a></p>
<p>Per comprendere l&#8217;impatto della guerra russo-ucraina sull&#8217;Europa e sul nostro futuro, denso di implicazioni politiche, economiche e di pubblica sicurezza, dobbiamo richiamare l&#8217;importante <a href="https://www.sanatzione.eu/2025/07/guerra-ibrida-dibattito-a-chieti/" target="_blank">evento</a> avvenuto a Chieti la scorsa estate, quando esperti e società civile si sono riuniti – occasione più unica che rara che in Italia – per discutere del problema.</p>
<p>L&#8217;evento, promosso dalla lungimiranza di Alessandro Sforza, Students for Liberty e PLD, raccoglieva i diffusi timori e le incognite su un conflitto ancora in corso su cui abbiamo il dovere di tenere alta l&#8217;attenzione.</p>
<p>In quell&#8217;occasione, un passaggio del mio <a href="https://www.sanatzione.eu/2025/07/guerra-ibrida-intervento-bomboi-per-chieti-19-07-2025/" target="_blank">intervento</a> ricordava anche che, al problema di un&#8217;eccessiva presenza di servitù militari in Sardegna da riqualificare, avvertito dalla popolazione locale, corrispondeva pure un fondamentale contributo in termini di sicurezza all&#8217;Italia e soprattutto all&#8217;Europa. Si pensi, tra le varie, all&#8217;esercitazione militare Joint Stars 2025, che ha consentito di fare il punto sullo stato della nostra Difesa. Per esempio, emerse con chiarezza l&#8217;ampia vulnerabilità di Cagliari nelle capacità di intercettazione rispetto a potenziali lanci “terroristici” nel quadrante meridionale del Mediterraneo. E il nostro dovere oggi è pure quello di far comprendere che la sicurezza non deve essere interpretata unicamente come “un peso” o qualcosa di “meno utile” di sanità o istruzione, temi con cui la propaganda russa e i suoi demagoghi locali macinano consensi.</p>
<p>Il generale Pietro Serino illustrò le direttrici su cui orientare il dibattito sulla guerra, secondo un&#8217;ottica liberaldemocratica, perché il conflitto ha rappresentato per noi una drammatica sveglia nell&#8217;opportunità di sviluppare i seguenti aspetti:</p>
<p>1) La guerra ha inequivocabilmente mostrato che non si combatte solamente per Kyiv, ma anche per il futuro dell&#8217;Europa. Un&#8217;eventuale vittoria di Putin, oggi sempre più improbabile, costituirebbe un incremento delle pratiche di destabilizzazione ai nostri Paesi, pratiche peraltro già in atto.</p>
<p>2) Il conflitto ha poi evidenziato la stringente necessità di ripensare alla coesione europea, anche e soprattutto in termini di Difesa, in cui, attenzione, la prevenzione da un conflitto futuro più ampio passa anche per il miglioramento delle nostre capacità in termini di guerra convenzionale.<br />
Essere militarmente competitivi e più forti rispetto all&#8217;avversario significa sviluppare una maggiore deterrenza anche sul piano politico.</p>
<p>3) Ma la guerra, visti i mutamenti politici in atto negli USA, ha costituito pure una riflessione per reinventare il nostro rapporto atlantico con gli Stati Uniti, al fine di riequilibrare la collaborazione tra Washington e l&#8217;Europa.</p>
<p>4) Infine, ma non meno importante, il rafforzamento della coesione politica e militare dell&#8217;Europa appare altresì fondamentale per far comprendere agli avversari, e soprattutto a Mosca, che nessuno può più arrogarsi il diritto di decidere per conto di un paese vicino, e che il diritto di autodeterminazione deve prevalere rispetto alla volontà di considerarlo un mero vassallo dei propri interessi.</p>
<p><img class="alignleft" src="https://www.sanatzione.eu/wp-content/archivio_media/uploads/2016/05/SaNatzione.eu-URN-Sardinnya-Logo.jpg" alt="" width="196" height="200" />L&#8217;intervento del generale Chiapperini ha poi fatto il punto sull&#8217;evoluzione del contesto storico-politico che orbita attorno alla guerra russo-ucraina.</p>
<p>Pensiamo che l&#8217;Ucraina ai tempi dell&#8217;URSS ebbe anche un proprio seggio all&#8217;ONU autonomo, seppur dipendente, da Mosca. Ed anche in ragione della sua strenua lotta al nazismo.</p>
<p>Chiapperini ci ha ricordato che la sconfitta del Cremlino si è palesata sin dai primi giorni del conflitto, ben prima di quella effettiva militare, poiché Putin non è riuscito a piegare immediatamente l&#8217;Ucraina com&#8217;era invece nei suoi piani, costringendolo così ad un logorante impegno che prosegue ancora oggi, con possibilità di vittoria sempre più incerte.</p>
<p>Ma ciò in cui la Russia continua ad eccellere è l&#8217;incredibile grado di pervasività della sua propaganda, dove diversi suoi temi sono riusciti a penetrare l&#8217;opinione pubblica. E ciò è avvenuto per una commistione di fattori: sia per la palese ignoranza del nostro tessuto sociale sul tema; sia per la saldatura del collaborazionismo politico di numerosi italiani con gli ambienti del pacifismo italiano. Un pacifismo ignavo ed egoista, dall&#8217;empatia selettiva sulle grandi crisi internazionali. Il tutto accompagnato da un esercito di bot che sui social hanno amplificato e corroso ulteriormente il dibattito, assieme ad un evidente tracollo della qualità media del giornalismo del nostro Paese.</p>
<p>Come Serino, anche Chiapperini ha posto l&#8217;accento sulla necessità di contrastare le minacce della guerra ibrida russa aumentando i nostri investimenti in dissuasione, soprattutto militare, ma anche nelle capacità di contrastare la guerra cibernetica russa, i sabotaggi ed altri azioni orientate ad indebolirci.</p>
<p>E dunque, come combattere queste minacce alla nostra sicurezza?<br />
Non solo attraverso un attivo volontariato, come ci ha ricordato Carlo Ferrari col suo impegno sul campo, ma anche tramite la necessità di non abdicare ai nostri valori di libertà e democrazia, da rinsaldare assieme ai nostri partner internazionali.</p>
<p><span style="color: #0000ff;"><em>Adriano Bomboi.</em></span></p>
<p><a href="https://www.sanatzione.eu/wp-content/archivio_media/uploads/2026/08/URN-Sardinnya-Cultura-e-Sotziedade-Lanalisi-di-Serino-e-Chiapperini-sul-conflitto-ucraino.pdf" target="_blank">Scarica questo articolo in PDF</a></p>
<p><strong>U.R.N. Sardinnya ONLINE</strong></p>
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		<title>Angioy, un&#8217;avventura sarda &#8211; Intervista alla saggista Adriana Sabouret</title>
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		<pubDate>Mon, 29 Jun 2026 05:55:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Adriana Valenti Sabouret è la protagonista della riscossa storiografica della Sardegna. Il suo lavoro ed i suoi libri hanno incredibilmente svelato decenni di inerzia attorno alle vicende avvenute tra Parigi e l&#8217;isola sulla fallita rivoluzione sarda e gli eventi di portata internazionale che la riguardarono, tra Settecento ed Ottocento. Per oltre due secoli in Francia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="color: #0000ff;">Adriana Valenti Sabouret è la protagonista della riscossa storiografica della Sardegna.</span><br />
<span style="color: #0000ff;">Il suo lavoro ed i suoi libri hanno incredibilmente svelato decenni di inerzia attorno alle vicende avvenute tra Parigi e l&#8217;isola sulla fallita rivoluzione sarda e gli eventi di portata internazionale che la riguardarono, tra Settecento ed Ottocento.</span></p>
<p><span style="color: #0000ff;">Per oltre due secoli in Francia sono rimasti depositati importanti documenti che testimoniano i rapporti diplomatici, politici e di intelligence intercorsi tra i protagonisti di quei moti, il governo francese e la società parigina, inerenti la lotta al feudalesimo e al potere sabaudo. Una battaglia evolutasi sino all&#8217;idea di creare un&#8217;autentica repubblica sarda, ma tramutatasi in esilio per Giovanni Maria Angioy e la sua cerchia.</span><br />
<span style="color: #0000ff;">Diverse le iniziative di presentazione del lavoro di Sabouret già intraprese, tra cui quella al Circolo Culturale “Sardegna” di Monza, e quelle nelle città di Sassari e Bono.</span></p>
<p><span style="color: #0000ff;">Ne parliamo con l&#8217;autrice, a cura di Adriano Bomboi e Gianraimondo Farina.</span></p>
<p><a href="https://www.sanatzione.eu/wp-content/archivio_media/uploads/2026/06/Angioy-in-Paris-SaNatzione-Cover-online.png"><img class="aligncenter size-full wp-image-20397" title="angioy-in-paris-sanatzione-cover-online" src="https://www.sanatzione.eu/wp-content/archivio_media/uploads/2026/06/Angioy-in-Paris-SaNatzione-Cover-online.png" alt="" width="605" height="412" /></a></p>
<p><em><span style="color: #0000ff;">- Quando pensiamo al tramonto di Giovanni Maria Angioy, una vecchia bibliografia ci ha abituati a pensare ad un uomo perito in esilio e in solitudine. </span></em><br />
<em><span style="color: #0000ff;">Cosa accadde realmente?</span></em></p>
<p>Allorché Angioy ottenne il passaporto per la Francia, che gli fu rilasciato dalla Repubblica di Genova, era un uomo di quarantadue anni già provato dagli eventi della Sarda rivoluzione conclusisi con la sua fuga dall’Isola.<br />
Giunto a Parigi dopo varie soste in Italia e nel sud della Francia, divenne il responsabile dei rifugiati politici sardi in Francia. Il Direttorio gli concesse un assegno da capo dei patrioti sardi, assegno che gli bastava appena per sopravvivere. A Parigi, Angioy non cessò di redigere memoriali per chiedere al Direttorio e a Napoleone Bonaparte un intervento militare in Sardegna al fine di abbattere il feudalesimo e la monarchia per costituire una Repubblica sarda sotto il protettorato francese.<br />
Intessè e rinforzò altresì relazioni diplomatiche e politiche con personaggi di spicco come Talleyrand, Coffin, Ginguené… Nel frattempo, gli giungevano dalla Sardegna drammatiche notizie come il fallimento dell’audace impresa del sacerdote di Torralba Francesco Sanna Corda, cappellano della madre di Napoleone, e del notaio cagliaritano Francesco Cillocco. Entrambi furono trucidati e perirono come martiri.<br />
L’amarezza per la feroce repressione sabauda dei suoi seguaci ad opera del giudice Giuseppe Valentino in Sardegna era grande e contribuì a rendere tristi i suoi ultimi anni di vita.<br />
A Parigi, Angioy visse in armonia con la maggior parte dei rifugiati sardi nella capitale francese. Aiutò finanziariamente personaggi come il grande professore in medicina nativo di Arbus Pietro Antonio Leo.<br />
Fu a sua volta aiutato da una giovane vedova francese, Catherine Dupont, che gli anticipò molte spese di vitto, alloggio, medicinali e fatture infermieristiche, senza dimenticare i costi del suo funerale e della sua tomba, sempre da lei sostenuti.<br />
Non mancarono momenti difficili e cocenti delusioni.<br />
Angioy morì sereno ma allettato e reso cieco dalla malattia. Le sue ultime parole furono dedicate alla sua amata Sardegna.</p>
<p><em><span style="color: #0000ff;">- Proprio su questi temi, il suo libro &#8220;Rivoluzionari sardi in Francia&#8221; è un capolavoro di aggiornamento storiografico sulla &#8220;sarda rivoluzione&#8221; e sul tramonto, in terra francese, dei personaggi che la animarono. </span></em><br />
<em><span style="color: #0000ff;">Uno degli uomini chiave, che funse da raccordo coi nostri connazionali, fu indubbiamente Antoine Coffin. Che ruolo ebbe in quegli eventi?</span></em></p>
<p>Ringrazio, innazitutto, per il lusinghiero apprezzamento sul mio saggio. E anche per aver evocato un personaggio, Antoine François Constantin Joseph Coffin, di cui sarebbe bello saperne di più. Fu Console francese a Cagliari, ammirò e strinse legami di amicizia con Giovanni Maria Angioy, al punto da diventarne l’esecutore testamentario. Molto attivo nella vita politica francese, fu oggetto di una campagna denigratoria, in quanto giacobino, volta a distruggergli la carriera.<br />
Coffin, che aveva conosciuto bene la Sardegna, perorò la causa di Angioy e dei suoi seguaci, redigendo un Memoriale che ho rinvenuto presso gli archivi della città di Lyon, negli incartamenti del cardinale Fesch, zio di Napoleone Bonaparte, insieme al Memoriale di Francesco Sanna Corda.<br />
Ritroviamo le tracce di Coffin, come preannunciato, nel testamento di Angioy che lo definisce suo amico e lo prega di accettare, quale suo ricordo, un diamante del valore di settantadue franchi.<br />
Angioy, alla sua morte, lasciò alla vedova Catherine Dupont tutte le sue carte che la donna fece recapitare all’esecutore testamentario Coffin.<br />
Quest’ultimo, tuttavia, si spense nello stesso anno &#8211; il 1808 &#8211; a soli 39 anni, appena 9 mesi dopo la morte di Angioy. E nulla sappiamo della sorte delle preziose carte angioyane.<br />
Il 2 marzo del 1808 Coffin dedicò al suo amico sardo un commosso e vibrante elogio che traduco dal francese: «<em>Signore</em> &#8211; scriveva rivolgendosi al redattore del “Courrier de l’Europe et des spectacles“- <em>ho appena perso un amico sincero, la società un uomo virtuoso, la Sardegna un distinto cittadino, che ha sacrificato i suoi beni e la sua vita per migliorare la sorte della sua Patria</em>».<br />
Per concludere, Coffin fu uno dei personaggi-chiave che introdusse Angioy in Francia, insieme ai “cittadini“ Belleville, Faypoult, Ginguéné, Jacob, Laurier, Guys, Thainville, Saliceti, Pietri e parecchi altri. Tutti loro si fecero garanti presso la Repubblica francese, del grande senso civico di Angioy, degl’immensi sacrifici che aveva prodigato per la Sardegna, al fine di procurare la libertà alla sua amata patria.<br />
Senza il sostegno e l’appoggio di tali personaggi, la vita di Angioy e degli altri esuli a Parigi sarebbe stata ancora più grama.<br />
Alla morte del capo carismatico della Sarda rivoluzione, Catherine Dupont dichiarò di aver inviato la partecipazione di morte contenente l’invito a partecipare ai funerali e alla sepoltura di Angioy, ai numerosi “ministri“ che gli avevano recato visita durante la malattia e l’agonia. Fra questi, il nome di Coffin avrà senza dubbio spiccato.</p>
<p><em><span style="color: #0000ff;">- Segnaliamo che in questo periodo arriva la sua ultima fatica letteraria, cosa ci attende nel nuovo libro?</span></em></p>
<p>Il mio nuovo romanzo è la storia di Pietro Antonio Leo, un bambino precoce e di raro acume che, grazie alla sua intelligenza e alla forza di volontà, trascese le tradizioni agricole dei genitori e di Arbus, per assurgere a professore di Medicina nella Cagliari sabauda.<br />
Il romanzo, come indicato dal titolo, illustra i viaggi da lui compiuti “in continente“ e in Francia, tracciando la storia dei progressi medici in epoca illuminista.<br />
Nel romanzo, l’intimo incontra la storia poiché ogni notizia è il frutto di ricerche storiche archivistiche.<br />
Numerosi i temi affrontati come l’amicizia, l’amore, la libertà, i conflitti interiori, la medicina, il progresso sociale&#8230;<br />
Il libro contiene la descrizione delle molteplici città visitate dal Leo, ma il paesaggio principale è quello dell’anima che ho esplorato tentando di fornire un’interpretazione della condizione umana.<br />
Mi auguro di aver saputo dosare il lirismo e la verità storica per offrire una piacevole lettura a chi desidererà accostarvisi.</p>
<p><em><span style="color: #0000ff;">- Facciamo un passo indietro, in che modo è venuta a contatto per la prima volta con la Sardegna?</span></em></p>
<p><img class="alignleft" src="https://www.sanatzione.eu/wp-content/archivio_media/uploads/2016/05/SaNatzione.eu-URN-Sardinnya-Logo.jpg" alt="" width="196" height="200" />Il mio primo contatto fisico con la Sardegna risale al 2007, data di un viaggio alla scoperta dell’isola che mi incantò istantaneamente. Provai la sensazione ambivalente di scoprire un luogo nuovo con un’anima antica, un’anima che mi combaciava alla perfezione. La Sardegna piacque anche alla mia famiglia e, da allora, tornammo ogni anno fino a fissarci ad Alghero. Dal punto di vista letterario, lessi molti libri sulla Sardegna, classici e contemporanei, ne studiai la storia, visitai anche e soprattutto i luoghi studiati e non battuti dai sentieri turistici.<br />
Così, dal 2007, la Sardegna fa parte integrante della mia vita: mi informo, ne scrivo, frequento amici sardi. A Parigi, partecipo attivamente alla vita dell’associazione Sardos in Paris con cui co-organizzo eventi relativi alle mie ricerche; naturalmente, partecipo alle loro interessanti manifestazioni culturali il cui scopo è creare un ponte fra l’Isola e la Francia.<br />
In Sardegna, sono legata a molte altre associazioni, fra le quali Assemblea Natzionale Sarda che ha molto a cuore la Sarda rivoluzione.</p>
<p><em><span style="color: #0000ff;">- Torniamo ad Angioy: ritiene plausibile un futuro ritrovamento della tomba di Angioy? Come si è sviluppata sinora la sua ricerca storica negli archivi francesi?</span></em></p>
<p>Considerando il numero di anni che ho dedicato alla ricerca della sepoltura di Angioy, mi sento in grado di dire che il ritrovamento della tomba di Angioy sarebbe quasi un evento miracoloso.<br />
Ciò che posso affermare, invece, alla luce dei documenti rinvenuti e delle ricerche effettuate, è che Giovanni Maria Angioy non fu mai sepolto al Père-Lachaise, in quanto esistono i registri cimiteriali per l’anno 1808.<br />
Data l’area geografica parigina in cui si spense, il cimitero di riferimento potrebbe essere Montmartre, ma i registri di quest’ultimo cominciano solo a partire dal 1825.<br />
La mia ricerca storica si è effettuata in forma del tutto personale e volontaria.<br />
Gli Archivi, le biblioteche, i registri parrocchiali e cimiteriali da me visitati e interrogati sono molto numerosi e indicati proprio nella bibliografia del mio saggio “Rivoluzionari sardi in Francia. Personaggi e documenti“.</p>
<p><em><span style="color: #0000ff;">- In mancanza della salma dell&#8217;Alternos, sarebbe opportuno portare a Parigi eventi come &#8220;In sos logos de Angioy&#8221;? E a suo avviso in che modo le vicende del nostro celebre esule potrebbero essere valorizzate dal mondo dell&#8217;emigrazione sarda?</span></em></p>
<p>Sì, ritengo che iniziative come “In sos logos de Angioy“ troverebbero a Parigi un luogo assolutamente adatto, poiché sia Angioy che molti altri esuli sardi, suoi amici e seguaci, vi vissero gli ultimi anni di vita, agendo per la Sardegna, e vi morirono.<br />
Il mondo dell’emigrazione sarda va coinvolto &#8211; proprio come i sardi che vivono ancora nella propria isola &#8211; in tutte le iniziative concernenti la memoria storica della Sarda rivoluzione. Celebrazioni, eventi letterari, festeggiamenti per Sa Die de Sa Sardigna, convegni&#8230;dovrebbero coinvolgere tutti i Circoli e le Associazioni sarde sparse nel mondo in modo da mantenere viva la memoria storica della Sardegna anche fra le nuove generazioni.</p>
<p><em><span style="color: #0000ff;">- Ritiene che il pensiero ed il movimento angioyano possano essere d&#8217;attualità per la Sardegna e l&#8217;Italia del presente?</span></em></p>
<p>Domanda molto stimolante, grazie.<br />
Benché l’attualizzazione di un pensiero e movimento del passato risulti spesso operazione difficile da realizzare, ritengo che, nel caso di Angioy e dei suoi seguaci, sia<br />
possibile.<br />
Studiando il Memoriale del capo carismatico della Sarda rivoluzione, sono sempre stata colpita da una sua citazione che vi sintetizzo: <em>«La Sardegna ben amministrata sarebbe uno degli Stati più prosperi d’Europa.»</em><br />
Ai tempi di Angioy, ciò significava che, malgrado le numerose risorse dell’Isola vantate<br />
nello stesso Memoriale del 1799, il feudalesimo ostacolava lo sviluppo dell’agricoltura, dell’industria e del commercio, opprimendo il popolo.<br />
Ai nostri giorni, è possibile continuare ad affermare che la Sardegna possieda grandi risorse che andrebbero rispettate, curate e valorizzate tramite una maggiore conoscenza dell’Isola, dei suoi abitanti e delle loro esigenze e priorità.<br />
Traslando la riflessione su un piano più prettamente morale, il valore di giustizia sociale e di uguaglianza che tanto preoccupavano Angioy, rimangono temi attuali e dibattuti nel cuore della politica, direi anche mondiale. La stessa critica al governo che attribuiva gl’impieghi di lavoro più prestigiosi ai piemontesi potrebbe essere comparata al nepotismo che affligge la politica odierna.<br />
L’amore, l’abnegazione che Angioy e i suoi seguaci mostrarono alla Sardegna e ai sardi, sacrificando le famiglie, il benessere morale e materiale e le loro stesse vite, sono valori che ancora oggi ammiriamo.<br />
Angioy e la maggior parte dei suoi sodali lottarono per una classe sociale a cui non appartenevano, avendo come scopo il progresso della Sardegna.<br />
Considero quindi il pensiero angioyano estremamente moderno e applicabile oggi, momento storico in cui si desidera più che mai una classe politica sensibile, attenta ai bisogni del popolo e mirante al progresso sociale del Paese.</p>
<p><a href="https://www.sanatzione.eu/wp-content/archivio_media/uploads/2026/06/URN-Sardinnya-Cultura-e-Sotziedade-Intervista-ad-Adriana-Valenti-Sabouret.pdf" target="_blank">Scarica questo articolo in PDF</a></p>
<p><strong>U.R.N. Sardinnya ONLINE</strong></p>
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		<title>Bachisio Bandinu e l&#8217;Università Cattolica, un excursus</title>
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		<pubDate>Sun, 28 Jun 2026 06:51:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Di Gianraimondo Farina. Vi è un legame, poco esplorato, del grande antropologo sardo recentemente scomparso con l&#8217;Ateneo dei cattolici italiani. Di Bachisio Bandinu, saggista e giornalista sardo, si sono scritte tante cose. Egli è stato un “esploratore dell’umano” e dell’essenzialità antropologica, con un forte radicamento religioso. Un credente socialmente impegnato. E, questa sua visione è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="color: #0000ff;"><em><a href="https://www.sanatzione.eu/wp-content/archivio_media/uploads/2026/06/Bachisio.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-20391" title="bachisio" src="https://www.sanatzione.eu/wp-content/archivio_media/uploads/2026/06/Bachisio.jpg" alt="" width="605" height="457" /></a></em></span></p>
<p><span style="color: #0000ff;"><em>Di Gianraimondo Farina.</em></span></p>
<p>Vi è un legame, poco esplorato, del grande antropologo sardo recentemente scomparso con l&#8217;Ateneo dei cattolici italiani.</p>
<p>Di Bachisio Bandinu, saggista e giornalista sardo, si sono scritte tante cose. Egli è stato un “esploratore dell’umano” e dell’essenzialità antropologica, con un forte radicamento religioso. Un credente socialmente impegnato. E, questa sua visione è stata fondamentale nella sua formazione. La famiglia, certamente, il “microcosmo- mondo” della sua Bitti, terra di grandi passioni culturali e politiche, gli studi “travagliati” ginnasiali e liceali per lui che era e si definiva “figlio di pastore”. E l’Università a Cagliari, con la laurea in lettere e tesi sul modernismo fogazzariano.</p>
<p>Ma dopo un breve periodo d’insegnamento in Sardegna, arriva la “svolta”. Con l’emigrazione in terra lombarda. Prima per lavorare, come docente, nelle scuole dell’Insubria. E, poi, per formarsi, in Università Cattolica a Milano. Saranno gli incontri ed i momenti decisivi che lo aiuteranno a leggere tutta la sua vita ed esperienza successiva. Bandinu inizia a frequentare il massimo Ateneo dei cattolici italiani in un periodo convulso della sua storia. Sono appena finite alle spalle le lotte sessantottine, e sono i primi anni di rettorato di Giuseppe Lazzati. Lazzati, il cui rettorato durò dal 1968 al 1983, fu chiamato a “normalizzare” la situazione.</p>
<p><img class="alignleft" src="https://www.sanatzione.eu/wp-content/archivio_media/uploads/2016/05/SaNatzione.eu-URN-Sardinnya-Logo.jpg" alt="" width="196" height="200" />Bandinu entrò a contatto con questo clima e con la figura carismatica del rettore, esponente vivente di un cattolicesimo impegnato e dialogante. Cosi come conobbe la visione dell’allora assistente ecclesiastico generale, il sardo (bonorvese) mons. Enea Selis, chiamato, da vescovo (primo caso in Cattolica) ad assurgere all’importante ruolo nel proprio nel triennio 1968- 1971. In Cattolica frequenterà, poi, la prestigiosa Scuola Superiore delle Comunicazioni Sociali, conseguendo il diploma in Giornalismo nel 1971, discutendo una tesi sul Montale giornalista e, nel 1973, il diploma in Radio e Televisione. Scuola di Giornalismo, quest’ultima, fondata nel 1961 a Bergamo, per conto dell’Alma Mater ambrosiana, da Mario Apollonio (1901- 1971), grande critico teatrale, docente e, soprattutto, resistente ed ex partigiano cattolico, molto legato a Teresio Olivelli, Giovanni Barbareschi e David Maria Turoldo. Apollonio morirà nel 1971, anno del trasferimento della Scuola a Milano.</p>
<p>È proprio questo percorso di studi accademici che permetterà a Bandinu di porre le basi per la sua carriera editoriale, che lo vedrà collaborare con il Corriere della Sera, fino ad arrivare ad assumere la direzione del primo quotidiano sardo, L’Unione Sarda. Bandinu frequentava la Cattolica per formarsi professionalmente. E per arricchire la sua visione sarda dell’umano, de s’omine e de su justu. In una struttura antropologica barbaricina, laica, a cui si univa la sua formazione religiosa. Tre formazioni confluite perfettamente in lui. Utili per capirne il pensiero successivo e le sue analisi sociologiche sulla Sardegna contemporanea, studiate alla scuola di Mario Apollonio e del suo “cattolicesimo ribelle e progressista”, attento alla condizione umana integrale.  Che lui, Bandinu, aveva vissuto in toto: da docente lavoratore, emigrato sardo ed uomo di Fede impegnato.</p>
<p><strong>Redazione SANATZIONE.EU</strong></p>
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		<title>Bachisio Bandinu, lo scrittore Luca Tolu ricorda l&#8217;intellettuale scomparso</title>
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		<pubDate>Sat, 27 Jun 2026 06:36:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.sanatzione.eu/wp-content/archivio_media/uploads/2026/06/Bandinu.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-20381" title="bandinu" src="https://www.sanatzione.eu/wp-content/archivio_media/uploads/2026/06/Bandinu.jpg" alt="" width="605" height="454" /></a></p>
<p>Arriva, prima o poi, il momento in cui si legge un libro, si ascolta una conferenza o si sbatte il muso addosso a un pensiero che provoca una scossa interiore e ci costringe a guardare le cose da una prospettiva diversa. Bachisio Bandinu (1939-2026), come Michelangelo Pira, Placido Cherchi, Nereide Rudas e pochi altri, ha avuto questa straordinaria capacità: dare la giusta chiave di lettura, da una prospettiva sardocentrica, ai fenomeni sociali che hanno caratterizzato la Sardegna prima, durante e dopo la grande catastrofe antropologica che ha investito l&#8217;isola nel secondo dopoguerra.</p>
<p>Ricordo ancora oggi che, al termine di un percorso universitario tipicamente italocentrico – e, proprio per questo, incapace di raccontare la Sardegna, quasi cancellata dai manuali e dagli approfondimenti accademici – avvertivo un bisogno profondo: comprendere l&#8217;anima e la memoria della terra sulla quale i miei piedi camminavano, così come avevano camminato quelli dei miei avi nei secoli passati.<br />
Fu allora che scoprii Bachisio Bandinu. Scoprii il suo pensiero sull&#8217;identità, sull&#8217;autodeterminazione, sul rapporto tra modernità e tradizione. Iniziai a vedere con occhi diversi: quelli di chi acquisisce la consapevolezza di appartenere a una comunità storica e culturale, a una nazione.<br />
Bachisio era un pensatore raro. Scriveva in modo semplice, rendendo accessibili a tutti concetti complessi e profondi. Ha studiato le contraddizioni e i mutamenti della società sarda, il passaggio da un mondo pastorale e contadino a una realtà fatta di città, fabbriche e turismo di massa. Fu fortemente critico nei confronti del modello Costa Smeralda, inizialmente, e del Piano di Rinascita, individuandone i limiti e le conseguenze sul tessuto antropologico e culturale dell&#8217;isola, dove una visione manichea della modernità è stata spesso utilizzata come strumento di egemonia culturale per recidere i sardi dalle proprie radici e delegittimare il loro passato.<br />
Una critica che, però, non era mai fine a se stessa o costruita per il gusto di alzare polveroni. Bachisio Bandinu non era per il «no» a tutto, ma per portare nelle mani dei sardi il governo dei fenomeni complessi.</p>
<p>Parlando di paesaggio, affermava che la sua tutela non equivaleva a bloccare tutto, perché il paesaggio è anche antropico e non soltanto quello destinato a cartoline e fotografie.<br />
Bachisio era sì un vero indipendentista, ma non un demagogo aizzatore di folle. Non cedette mai alla tentazione di vestire l&#8217;indipendentismo con le sue mode ideologiche. Era, in fondo, un liberal-democratico, un realista, un pragmatico. Uno di quegli uomini che, oltre a incantare con la parola e con il tono della voce, cercavano sempre di indicare una strada concreta, un percorso possibile dentro le istituzioni, finalizzato al bene comune.</p>
<p>Era anche una persona profondamente inclusiva. Agiva per unire, per ricomporre e per pacificare, come aveva tentato di fare ancora negli ultimi anni, promuovendo tavole rotonde sul tema degli investimenti energetici (o speculazione, a seconda delle sensibilità).</p>
<p><img class="alignleft" src="https://www.sanatzione.eu/wp-content/archivio_media/uploads/2016/05/SaNatzione.eu-URN-Sardinnya-Logo.jpg" alt="" width="196" height="200" />L&#8217;ultima volta che ci siamo visti mi espresse tutta la sua preoccupazione per il futuro della nazione sarda, lacerata dai fazionalismi e priva di una visione condivisa capace di salvarla dalla definitiva omologazione e dall&#8217;alienazione.<br />
Bachisio sarebbe stato un ottimo assessore alla Cultura della Regione Sardegna. Dovremmo interrogarci seriamente sul perché ciò non sia mai avvenuto, nemmeno nei periodi in cui i sardisti hanno ricoperto ruoli di governo. Probabilmente un intellettuale del suo spessore sarebbe stato scomodo, difficile da gestire: molto più conveniente affidarsi a qualche ras locale capace di controllare pacchetti di preferenze.<br />
Del resto, gli uomini come lui sono spesso scomodi. Persino nei luoghi che dovrebbero custodire il sapere, come l&#8217;Università. Come ha opportunamente ricordato Andrea Pili, Bachisio Bandinu fu messo ai margini e le sue opere furono sostanzialmente ignorate, perché in certi ambienti autoreferenziali, se non appartieni a loro, semplicemente non esisti.<br />
Lo stesso Bandinu aveva spiegato in La scena nascosta il concetto del «semus paris»: un egualitarismo esasperato che porta una comunità a non riconoscere il valore di chi emerge per capacità, visione e virtù. Meglio accogliere, come un salvatore, chi viene da fuori che riconoscere i propri talenti. Un fenomeno antimeritocratico che consuma il capitale umano sardo e rappresenta una delle più grandi zavorre alla nostra autodeterminazione.<br />
Paradossalmente, Bachisio è forse entrato di più nella scuola che nell&#8217;Università. Lui, che nella scuola aveva insegnato sia in Lombardia sia a Cagliari, ha lasciato ai giovani pagine straordinarie come Lettera a un giovane sardo, nelle quali racconta, con il linguaggio limpido che gli era proprio, i temi dell&#8217;identità, della lingua e dell&#8217;appartenenza, invitando le nuove generazioni a sentirsi legittimamente cittadini del mondo, ma forti della propria sardità.<br />
Sono parole che, a distanza di quasi trent&#8217;anni, conservano intatta la loro attualità. Io stesso le ho proposte quest&#8217;anno ai miei studenti, anche nella loro lingua madre, all&#8217;interno di un modulo di educazione civica.</p>
<p>Potremmo dire tanto su Bachisio e tanti, giustamente, ne stanno tessendo le lodi; eppure, in fondo, basterebbe un solo termine. Bachisio è stato e sarà sempre un «babbu mannu» della cultura sarda, capace di plasmare il pensiero di intere generazioni di sardi. Nei due libri che ho scritto l&#8217;ho citato e ringraziato per l&#8217;ispirazione che mi ha dato.<br />
C&#8217;è una scena di Bentu Malu in cui il protagonista, don Mariano, si sogna nuovamente bambino al cospetto del nonno, tziu Efis, suo grande maestro di vita e di cultura pastorale e contadina. Gli insegnamenti che escono dalla bocca di tziu Efis sono, in realtà, i concetti che Bachisio ha espresso ne Il re è un feticcio e in Pastoralismo in Sardegna. Glielo avevo anche raccontato l&#8217;ultima volta che ci siamo visti a Sarroch, durante un&#8217;illuminante conferenza sul rapporto tra uomo, ambiente e turismo lento.<br />
Adesso, però, lui non c&#8217;è più e, in qualche modo, ci guarda dall&#8217;alto, certamente consapevole dell&#8217;unanime stima che gli viene attribuita. Anche da parte di chi, in vita, lo aveva osteggiato.<br />
Ma, del resto, tutti i limiti del «semus paris» durano soltanto il tempo di una vita. Dopo si entra nell&#8217;olimpo dei grandi.<br />
Ed è lì che Bachisio Bandinu merita di stare: nel pantheon dei grandi sardi, nella piena compiutezza del suo pensiero, del suo profilo politico e culturale e della sua instancabile testimonianza di intellettuale e indipendentista.</p>
<p>C&#8217;è un prima e un dopo nella vita di tanti sardi, nel loro percorso di autocoscienza e di riscoperta di sé. Chi siamo? Cosa siamo stati? Cosa potremmo ancora essere? Per molti di noi, questo spartiacque porta il nome di Bachisio Bandinu.</p>
<p><a href="https://lucatolu.substack.com/p/bachisio-bandinu-su-babbu-mannu-de" target="_blank"><em>Luca Tolu</em></a>.</p>
<p><strong>Redazione SANATZIONE.EU</strong></p>
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		<title>La faccenda del Putin &#8216;magnanimo&#8217;</title>
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		<pubDate>Thu, 18 Jun 2026 06:17:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Si dice spesso: “Senza Putin, potrebbe arrivare uno peggiore di lui”. È un tema che ci ha sfiorato tutti, un dubbio che assale tanto i liberali occidentali, quanto gli stessi tifosi del neofascismo russo. I primi perché forse temono (l&#8217;assolutamente improbabile) uso dell&#8217;atomica su vasta scala; i secondi, perché dall&#8217;alto della loro dabbenaggine credono realmente [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.sanatzione.eu/wp-content/archivio_media/uploads/2026/06/VP.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-20372" title="vp" src="https://www.sanatzione.eu/wp-content/archivio_media/uploads/2026/06/VP.jpg" alt="" width="605" height="438" /></a></p>
<p>Si dice spesso: “Senza Putin, potrebbe arrivare uno peggiore di lui”.</p>
<p>È un tema che ci ha sfiorato tutti, un dubbio che assale tanto i liberali occidentali, quanto gli stessi tifosi del neofascismo russo.<br />
I primi perché forse temono (l&#8217;assolutamente improbabile) uso dell&#8217;atomica su vasta scala; i secondi, perché dall&#8217;alto della loro dabbenaggine credono realmente alla favola del Putin “generoso e illuminato”, che starebbe conducendo una sedicente “guerra di difesa dalle provocazioni occidentali, senza infierire sul povero popolo ucraino, che però un po&#8217; se l&#8217;è cercata”.</p>
<p>Tra le ultime vittime della grandiosa “generosità” putiniana abbiamo una donna ultraottantenne, colpita volontariamente da un drone russo mentre si trovava sulla propria sedia a rotelle. Il personale medico ucraino ha dovuto faticare non poco per raccogliere i resti della sfortunata donna, che per gli imperialisti russi appariva evidentemente come un “prioritario obiettivo militare da abbattere”.</p>
<p>Pertanto, al Cremlino potrebbe realmente arrivare qualcuno in grado di alzare ancora l&#8217;asticella della barbarie di un tritacarne che sta perdendo?<br />
Un&#8217;altra delle ragioni che muovono il dubbio infatti riguarda proprio le difficoltà dell&#8217;aggressore, il quale &#8211; si dice &#8211; “se messo alle strette, alla fine potrebbe optare per soluzioni estreme”. Anche dopo un ipotetico attentato mortale a Putin.</p>
<p>Iniziamo col dire che si tratta di pura teoria. Non esiste alcuna certezza nel sostenere che un sostituto al Cremlino possa fare peggio dell&#8217;attuale dittatore.</p>
<p>Chiunque abbia un minimo di competenza sulla dottrina della deterrenza sa bene che un eventuale attacco atomico della Federazione Russa ai paesi NATO avrebbe una risposta automatica e devastante. Mentre l&#8217;ipotetico impiego di una “atomica tattica”, nella sola Ucraina, avrebbe ben poco valore operativo e non fermerebbe Kyiv, prolungando il pantano russo.</p>
<p>Razionalmente parlando, se osserviamo gli insegnamenti storici, notiamo semmai che i governi che ereditano una sconfitta di guerra, o una sconfitta in corso, tendono ad uscire dal contesto di crisi che il regime stesso aveva determinato.<br />
Un po&#8217; perché chi è rimasto nei palazzi del potere ha l&#8217;esigenza di garantirsi una posizione futura, un po&#8217; perché lo stesso Paese colto dalla crisi ha la necessità di ricostruire il proprio futuro: che si basa inevitabilmente nel ripristino e nella distensione dei rapporti nelle relazioni internazionali. Anche nell&#8217;ottica di rimuovere o limitare le sanzioni raccolte durante la fase bellica.</p>
<p>Vale anche per la Russia. Pensiamo al Trattato di Brest-Litovsk del 1918, con cui Mosca esce stremata dalla prima guerra mondiale e riconosce l&#8217;indipendenza di vari Stati, tra cui l&#8217;Ucraina, la Polonia e i Baltici, ammettendo la vittoria degli imperi centrali, tra cui l&#8217;Impero Tedesco.</p>
<p>Idem nel terremoto degli anni 1989-1991, quando l&#8217;URSS russocentrica abbandonò l&#8217;Afghanistan e la sua presa sugli ex Stati satelliti, tra cui, ancora l&#8217;Ucraina.</p>
<p>Epoche, contesti e uomini diversi ovviamente. Ma con alla base una costante: la presa di coscienza, da parte degli apparati dello Stato, del progressivo deperimento delle risorse utili a gestire lo scenario bellico, e la necessità di non rovinare oltremodo le finanze pubbliche. Un rischio che potrebbe altrimenti portare a conseguenze ben più gravi, come il caos della dissoluzione dello Stato centrale, soprattutto tra le rovine di un ex impero multietnico, dove le spinte centrifughe e nazionalistiche locali potrebbero essere più forti.</p>
<p>Insomma, sul piano oggettivo, abbiamo più ragioni per ritenere che una fine di Putin possa portare, non necessariamente ad uno scenario peggiore, ma ad una distensione, potenzialmente articolata in due opzioni:</p>
<p><img class="alignright" src="https://www.sanatzione.eu/wp-content/archivio_media/uploads/2016/05/SaNatzione.eu-URN-Sardinnya-Logo.jpg" alt="" width="196" height="200" />- un nuovo uomo di regime: c&#8217;è chi immagina un alcolista come Medvedev al comando, ma questi non è altro che un&#8217;emanazione del ventennio putiniano, il quale verrebbe probabilmente messo da parte da qualcuno in grado di raccogliere concretamente il testimone. In termini di adattamento, potrebbe emergere un oligarca oggi ritenuto di basso profilo, oppure ancora un altro uomo derivante dai servizi di sicurezza dello Stato, formatosi sotto il regime di Putin, ma interessato a ricostruire la stabilità della nazione.<br />
Notate bene che anche all&#8217;epoca del tramonto di Eltsin non si vedeva alcun nome valido all&#8217;orizzonte, eppure dal cilindro sbucò Putin, che seppe conquistarsi la fama di stabilizzatore del caos emerso dagli anni &#8217;90, e seppe proiettarsi sulla scena internazionale;</p>
<p>- un nuovo esperimento democratico: benché gli oligarchi abbiano costruito la propria fortuna sulle spalle della fragile democrazia eltsiniana e poi nell&#8217;allineamento al regime putiniano, hanno negli anni diversificato e investito il proprio business anche all&#8217;estero e nei mercati occidentali. Con un eventuale crollo del regime di Putin e dei suoi tirapiedi, non si può escludere che possano promuovere un proprio uomo come volto di rinnovamento democratico (e magari in realtà per preservare in qualche modo il proprio potere economico in patria, e lustrare la propria immagine all&#8217;estero dopo anni di sanzioni e di congelamento dei propri asset esteri).</p>
<p>In definitiva, il futuro ha ancora molte incognite al riguardo e non possiamo prevedere con certezza che cosa accadrà.</p>
<p>Sappiamo però cosa sta accadendo nel mondo della disinformazione russa: numerosi bot di Mosca sui social hanno iniziato a ripetere i nostri stessi dubbi da occidentali, “e se dopo Putin arrivasse un leader russo più spietato?”</p>
<p>Un chiaro sintomo di debolezza del Cremlino, in cui Putin teme probabilmente per la propria vita ed ha iniziato a diffondere lo slogan del “potenziale successore peggiore” per tutelare la propria posizione. E ciò, sia in chiave interna che esterna alla Russia.</p>
<p>Perché?</p>
<p>Perché Putin sa benissimo che non sopravviverebbe all&#8217;indizione di una mobilitazione generale della popolazione in un conflitto perdente. Come lo sa qualunque eventuale successore.<br />
Metterebbe in discussione il primato razziale su cui si basa il colonialismo russo. Mandare al fronte l&#8217;uomo bianco di Mosca e San Pietroburgo, al posto degli sperduti uomini delle Steppe, accelererebbe la sua fine.</p>
<p>Al contempo, per Putin lo slogan contribuisce a tenere vivo tale interrogativo in Occidente, con l&#8217;obiettivo di continuare a proporsi come “l&#8217;interlocutore necessario e insostituibile” per porre a termine il conflitto in Ucraina e allo stesso tempo per tenere l&#8217;ordine sociale in Russia. Questa posizione verrà probabilmente corredata da ulteriori “misteriosi” omicidi a Mosca e dintorni, con militari e gerarchi di alto rango che potrebbero continuare a volare dalle finestre, nel più classico stile mafioso che contraddistingue la criminalità del dittatore.</p>
<p>Il dubbio che possa profilarsi qualcosa di più grave all&#8217;orizzonte non è dunque il mezzo della cyberwar, ma il fine stesso dell&#8217;azione di disinformazione, la quale, come è stato ben delineato anche da Roberto Di Nunzio nel corso di un convegno dell&#8217;Istituto Germani di Studi Strategici (2015), il nemico, nella sua azione di manipolazione, non ha l&#8217;obiettivo di instillare una verità alternativa, ma semplicemente quello di propagare il dubbio, affinché gli altri reagiscano poco e nulla ai suoi attacchi. Si tratta di una forma di deterrenza cognitiva, in cui si infiltra l&#8217;infosfera dell&#8217;idea che, “col leader supremo bisogna andarci cauti”.<br />
Ecco perché con Putin dobbiamo fare esattamente l&#8217;opposto.</p>
<p><span style="color: #0000ff;"><em>Adriano Bomboi.</em></span></p>
<p><a href="https://www.sanatzione.eu/wp-content/archivio_media/uploads/2026/06/URN-Sardinnya-SaNatzione-Esteri-La-faccenda-del-Putin-magnanimo.pdf" target="_blank">Scarica questo articolo in PDF</a></p>
<p><strong>U.R.N. Sardinnya ONLINE</strong></p>
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		<title>Anela lancia un museo cittadino. Che c&#8217;era già</title>
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		<pubDate>Sun, 14 Jun 2026 07:19:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[L'OPINIONE]]></category>
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		<description><![CDATA[Di Gianraimondo Farina. In merito all&#8217;inaugurazione del Museo di Anela sull&#8217;identità e la memoria (AIM), avvenuta sabato 6 giugno, vi sono alcuni aspetti da puntualizzare. E lo faccio da anelese, da storico e da emigrato. Intendiamoci, l&#8217;evento è stato positivo in se, e non possiamo che esserne felici.  Ricordando, però che il museo, allora denominato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="color: #0000ff;"><em><a href="https://www.sanatzione.eu/wp-content/archivio_media/uploads/2026/06/Anela.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-20367" title="anela" src="https://www.sanatzione.eu/wp-content/archivio_media/uploads/2026/06/Anela.jpg" alt="" width="605" height="387" /></a></em></span></p>
<p><span style="color: #0000ff;"><em>Di Gianraimondo Farina.</em></span></p>
<p>In merito all&#8217;inaugurazione del Museo di Anela sull&#8217;identità e la memoria (AIM), avvenuta sabato 6 giugno, vi sono alcuni aspetti da puntualizzare. E lo faccio da anelese, da storico e da emigrato.</p>
<p>Intendiamoci, l&#8217;evento è stato positivo in se, e non possiamo che esserne felici.  Ricordando, però che il museo, allora denominato &#8220;Museo del latte e delle culture pastorali e contadine del Gocéano&#8221;, ad Anela c&#8217;era già ed era stato voluto dalle precedenti amministrazioni. A partire da quella guidata da Tonino Dettori alla fine degli anni Ottanta e ripreso a metà degli anni Novanta.</p>
<p>Per chi non lo sapesse, e il sottoscritto era fra i pochi a frequentare come uditore quei consigli comunali, per riportarne le cronache su &#8220;Voce del Logudoro&#8221;, l&#8217;allora denominazione del Museo fu scelta a seguito di un approfondito dibattito svoltosi con interesse durante una mirata riflessione in consiglio. Dibattito che aveva messo a confronto gli intellettuali scelti per la curatela ed i consiglieri e gli assessori comunali di allora. Un museo che aveva, peraltro, l&#8217;obiettivo principale di riunire, ad Anela, fatto unico e raro, tutta la tradizione contadina e pastorale dell&#8217;Alta Valle del Tirso. E la scelta di Anela non avveniva per caso, essendo il paese sede della storica cooperativa lattiero casearia della zona su cui, personalmente, abbiamo scritto e siamo intervenuti in convegni scientifici internazionali (“Fra arretratezza, dinamismo e sviluppo. Il settore lattiero caseario nella storia economica e sociale di una subregione interna della Sardegna”, a cura di E. Ritrovato e G. Gregorini, in “Il settore agro-alimentare nella storia dell&#8217;economia europea”, Franco Angeli, 2019).</p>
<p><img class="alignleft" src="https://www.sanatzione.eu/wp-content/archivio_media/uploads/2016/05/SaNatzione.eu-URN-Sardinnya-Logo.jpg" alt="" width="196" height="200" />Ecco, siccome si parla e si racconta di &#8220;memoria&#8221; , sarebbe stato giusto ed onesto riconoscere i meriti di chi è passato prima. La memoria, così tanto declamata, è anche questo. Ricordo e riconoscenza.  L&#8217;evento, poi, giustamente, dalle foto pubblicate, è stato avvalorato dalla presenza della madrina Maria Giovanna Cherchi, grande artista e rappresentante della musica tradizionale sarda, dal vescovo di Ozieri mons. Corrado Melis, e da esperti e funzionari regionali e della Soprintendenza. Tranne gli storici. Ossia coloro che, come noi, ma non solo, da decenni, con indefesso impegno hanno fatto (e stanno continuando a fare) per la &#8220;memoria&#8221; di Anela. Da fuori. Ma con cuore e passione. Con associazioni di anelesi ed emigrati. Ultima, di grande rilievo, quella inter-territoriale sarda &#8220;del continente&#8221; dedicata a Giuseppe Sanna Sanna. Mai un circolo sardo di emigrati è stato dedicato ad un anelese. Noi, con determinazione e coraggio, da soli, contro tutto e tutti, ma con l&#8217;appoggio di amici e colleghi non sardi, ci siamo riusciti.</p>
<p>Dibattiti, convegni scientifici internazionali, pubblicazioni di prestigio, come la voce &#8220;Giuseppe Sanna Sanna&#8221; curata dal sottoscritto e pubblicata nel prestigioso dizionario &#8220;Scrittori italiani di economia del Regno d&#8217; Italia&#8221;, edizione ABI e coordinata dall&#8217;ex ministro Barucci, sono state il suggello di quest&#8217;azione. Per l&#8217;occasione sarebbe auspicabile che la Biblioteca di Anela acquistasse il monumentale Dizionario, unicum nel suo genere, in modo da far capire l&#8217;importanza del pensiero economico del suo grande figlio, confrontata con quella dei maggiori pensatori suoi contemporanei. Per non parlare della rivista internazionale italo-argentina Iustitia, in merito alle posizioni giurisdizionaliste di Sanna Sanna. Ebbene, la mancanza della parte storica all&#8217;evento è stata evidente. Avremmo potuto parlare, se si fosse solo accennato a Sanna Sanna, di colui che è stato il primo deputato sardo ad aver posto la questione sarda in seno al Parlamento italiano. L&#8217;occasione del recente evento avrebbe potuto valorizzarne la figura. Non è stato possibile. Ne abbiamo già parlato altrove. All&#8217;estero ed in continente. Ultima, in ordine di tempo, l&#8217;Università degli Studi di Catania che ricordava gli ottant&#8217;anni dello Statuto siciliano. &#8220;Nemo profeta in Patria&#8221;, si direbbe. Ma noi andiamo avanti. Con determinazione e coraggio. E dovrebbe occuparsene anche chi ha scritto che &#8220;la memoria non è nostalgia del passato, ma gratitudine per le radici che ci permettono di guardare lontano&#8221;.</p>
<p>No, la memoria è anche nostalgia. Ed è un&#8217;emozione complessa. E la nostalgia è una risorsa che permette di dare senso al nostro percorso, di integrare chi siamo stati con chi siamo oggi. A riconoscere che la nostalgia è &#8220;memoria attiva&#8221;. Perché, laddove non c&#8217;è nostalgia, non ci sono né memoria e né identità. E speriamo che quelle aule e stanze, che un tempo non troppo lontano avevano ospitato le scuole dell&#8217;infanzia e le elementari di Anela, &#8220;l&#8217;allora speranza&#8221; della comunità , ora siano veramente capaci di ospitare anche autentiche testimonianze e storie di anelesi che hanno reso grande ed onorato la comunità. è la nostalgia che diventa &#8220;memoria viva per il futuro&#8221;. Partendo da radici profonde.</p>
<p><strong>Redazione SANATZIONE.EU</strong></p>
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