Mattarella a Nuoro apre l’anno deleddiano, e la lingua sarda?
Mattarella apre l’anno deleddiano: 100 anni fa Grazia Deledda venne insignita del Premio Nobel alla letteratura, prima sarda (e anche) italiana ad ottenere il prestigioso riconoscimento internazionale.
I critici hanno dibattuto vanamente a lungo nell’incasellare la sua opera entro confini certi. Si trattava di verismo, di decadentismo od altre correnti letterarie? Definizioni dal corto respiro, anche perché Deledda seppe certamente porsi a cavallo tra le prime due. Sia perché la Sardegna rappresentò il palcoscenico in cui una natura spietata e imponente condizionava la sorte umana, e sia perché ciò si riverberava sui tormenti interiori dei suoi personaggi, in un costante contrasto dinamico tra la dimensione esteriore e quella introspettiva espressa nella sua narrazione.
Ma il fatto di cui non si parla mai abbastanza è che Deledda diede corpo ai fantasmi di un’isola attraverso la lingua italiana, all’epoca parlata da una minoranza di sardi, portando l’opera alla ribalta mondiale, ma lasciando nell’ombra la lingua nazionale sarda, che tutt’oggi fatica ad emergere anche nell’istruzione, nei media e nella pubblica amministrazione.
Lo ricordo perché nel 2026, rispetto ad oltre un milione di sardi, abbiamo ancora centinaia di migliaia di concittadini che non si avvalgono quotidianamente della lingua italiana, e pagano il prezzo di una cultura centralista che ha demolito le culture locali, ma anche quelle internazionali, sull’altare di un’ideologia ottocentesca, di derivazione francese. Una formula di “nation building” incentrata sul monolinguismo italiano, interpretato come un valore. Mentre il patrimonio del plurilinguismo veniva considerato fonte di arretratezza economico-culturale.
L’esito di questo ultracentenario processo non ha demolito solamente la diffusione della lingua sarda, ma anche una seria conoscenza e competenza su fondamentali lingue straniere, tra cui l’inglese, per cui solo recentemente stiamo cercando di colmare tale ritardo, ma senza affrontare lo spinoso problema della lingua nazionale.
Da notare, se l’Italia è ancora ben lontana dall’evolversi in una federazione, la lingua sarda continua tuttavia a sopravvivere anche e soprattutto nella letteratura, e non certo come manufatto antropologico da recintare in un museo del folclore locale.
Una letteratura in sardo che nei suoi libri parla di innovazione scientifica, parla di attualità, di tensioni sociali, di economia, di ambiente e di conflitti. Ma narra anche storie thriller, di erotismo e fantascienza. Si tratta insomma di una lingua che si ha ritagliato il proprio spazio nella contemporaneità e ne reclama uno più dignitoso e meno discriminatorio, così come già accade in altre Regioni per altre minoranze linguistiche. Penso al Sudtirol, per citare il caso più illustre all’interno della Repubblica.
Uno degli ultimi esempi riguarda l’opera di uno dei maggiori autori sardi contemporanei. Il libro “Gherras” (Guerre), di Giuseppe Corongiu, è la massima espressione di un filone letterario che sa tenere viva e attuale la lingua, mediante la capacità di unire l’intrattenimento alla riflessione sulle grandi vicende del presente. Come Gaza.
Pertanto, se è giusto tenere viva la memoria delle grandi opere di un’altra epoca, come quelle di Deledda, è altrettanto importante ricordare che la nostra letteratura non si sostanzia solamente nel passato, ma sa anche guardare al presente ed al futuro, ed ha bisogno di essere valorizzata.
Benvenuto presidente Mattarella, faccia come il sottoscritto, chieda al suo staff di procurarle una copia autografata di Corongiu per la biblioteca del Quirinale. Terrà al passo coi tempi l’istituzione che rappresenta.
Adriano Bomboi.
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