Cosa non ha funzionato nell’indipendentismo sardo?
I 6 pilastri del fallimento: 1) Una matrice culturale italiana. 2) Assenza di una base elettorale. 3) Dispersione linguistica. 4) Movimentismo e settarismo ideologico. 5) Mancato ricambio dirigenziale. 6) Deficit strutturali.
Individuare i mali di un ambiente politico è un lavoro complesso e articolato che richiede anni di studi e anche una discreta dose di autocritica. In questa sede ci limiteremo a riassumere le principali ragioni della débâcle di uomini e donne che intendevano offrire all’isola una speranza di riscatto, finendo invece per consolidare lo status quo di una terra assistita e incapace di riformarsi.
1) Una matrice culturale italiana.
L’indipendentismo attuale affonda i propri capisaldi ideologici in piena guerra fredda, suddividendosi, come oggi, in due distinti filoni, entrambi derivanti dalla cultura politica italiana, non propriamente endemici all’isola, e pertanto già portatori nel proprio DNA delle cause stesse del proprio declino:
a) il “demosardismo”. Finita l’epopea del combattentismo novecentesco e dei grandi ma isolati ideologi alla Simon Mossa, il sardismo si struttura organicamente nella prima repubblica come forza di governo locale, sussidiaria delle grandi famiglie politiche italiane, mutuandone costumi, usanze e linguaggi politici. Il Partito Sardo d’Azione, e i suoi derivati, si consolidano come forze deputate ad occuparsi di ordinaria amministrazione, abbandonando largamente la propria vena riformistica, che tenderà a manifestarsi solo occasionalmente sul piano legislativo, e periodicamente attraverso congressi, convegni e campagne elettorali. Un trend analogo a quello di altre formazioni politiche del mezzogiorno e del meridione italiano, di ispirazione democristiana, in cui il ceto politico non si occupa di affrontare il problema dell’assistenzialismo e del gap economico con le regioni più sviluppate, ma presidia il potere grazie all’intermediazione della spesa pubblica.
b) il “bielosardismo”. Il restante panorama indipendentista si può satiricamente sintetizzare in tali termini. Eccetto sporadici casi come “Sardigna Natzione”, che ha tentato, non riuscendoci, di esprimere un movimento nazionalista e popolare post-guerra fredda, la maggior parte delle sigle emerse dagli anni ’90 ad oggi non ha consentito all’indipendentismo di affermarsi come serio movimento riformista delegabile dall’elettorato (di cui vedremo le ragioni), rimanendo peraltro egemonizzato all’interno da un antagonismo anti-sistema maturato ai tempi del confronto USA-URSS, secondi i canoni comunicativi della sinistra extraparlamentare italiana. Una postura dai tratti tragicomici ridotta alla pura testimonianza.
Entrambe le componenti, A e B, al di là di piccole vene liberaldemocratiche e socialdemocratiche competenti ma poco incisive, sono al momento strutturalmente incapaci di spezzare lo status quo e necessitano di profonde e costruttive riflessioni al proprio interno.
2) Assenza di una base elettorale.
A complicare ulteriormente l’efficacia dei filoni A e B vi è poi la completa assenza di una base elettorale riformista di riferimento. Per esempio, il sardismo emerso dalla seconda metà del Novecento, come ricordato da Piergiorgio Pira, ben diversamente da quello delle origini, ha tra le proprie fila dei tax consumers. Ossia un insieme di dipendenti pubblici, piccoli professionisti autonomi e professionisti della politica. Il PSD’AZ, con tali dirigenti, non è compiutamente riuscito ad affermarsi e a rappresentare del tutto le istanze dei ceti produttivi e delle partite IVA, se non in termini assistenzialistici. Tra i suoi esponenti abbiamo figure dai redditi stabili, con un’età medio-alta. Specchio del conservatorismo italiano.
Viceversa, anche l’indipendentismo più oltranzista non rappresenta le componenti più dinamiche della società e del tessuto produttivo sardo, limitandosi a replicare alcune tematiche di ordine sociale riprese dall’agenda politica della sinistra e del sindacalismo italiani. Pochi amministratori locali sono tuttavia riusciti a spezzare questa dinamica, rappresentando delle comunità sarde a bassa densità demografica e basso peso economico, non riuscendo a raggiungere i gangli del potere regionale. Tra i suoi esponenti abbiamo figure dai redditi instabili, di età media.
3) Dispersione linguistica.
Benché al mondo esistano formazioni indipendentiste che non hanno fatto uno strenuo ricorso all’elemento identitario della lingua locale in qualità di strumento di affermazione politica (come l’SNP scozzese), nel costituzionalismo italiano esiste la possibilità di contrastare il centralismo politico, amministrativo e culturale di Roma mediante la valorizzazione della propria ricchezza linguistico-culturale.
Il caso del Trentino Alto Adige-Sudtirol, con la Provincia Autonoma di Bolzano, ed i loro partiti, ne sono un esempio, anche nella capacità di valorizzare l’autonomia locale.
In Sardegna invece, eccetto il buon ma marginale esperimento dell’ANS, molto attivo anche sul versante della promozione della storia locale, sia il “demosardismo” che il “bielosardismo” non hanno ritenuto opportuno valorizzare seriamente la lingua sarda, in abbinamento all’italiano ed alle lingue straniere, come elemento giuridico di sviluppo della propria autonomia (si pensi alle potenziali ricadute nella legge elettorale, nei concorsi pubblici, nelle scuole e nei servizi amministrativi all’utenza, solo per fare alcuni esempi).
Sardismo e indipendentismo si sono dunque privati di uno strumento che avrebbe potuto far veicolare maggiormente le proprie istanze politiche. Anche e soprattutto mediante la promozione di una standard, come la LSC, emendabile o meno. L’idioma sardo rimane un elemento estetico, folk e retorico di corredo dei loro programmi, in una vetrina che offre anche ben pochi altri contenuti.
4) Movimentismo e settarismo ideologico.
Se da un lato il “demosardismo” ha esaurito la sua pulsione riformista annacquandola nella meridionalizzazione culturale della sua proposta di governo del territorio, il “bielosardismo” compie un errore non meno grave.
Essendo quest’ultimo (per la maggiore, attenzione) un sottoprodotto della cultura della sinistra radicale italiana, esso interpreta la propria azione politica in termini quasi esclusivamente movimentistici: è ampio il ricorso alla piazza e alla protesta fine a se stessa, che si sovrappone al valore del riformismo. La sua proposta, ma anche la qualità dei contenuti della proposta, finiscono spesso in secondo piano.
Siamo dunque giunti al paradosso per cui persone abituate a manifestare per la Palestina (iniziativa comunque lodevole) ritengono di aver svolto “più lavoro” per la Sardegna rispetto a chi da vent’anni effettua divulgazione, proposte e pubblicazioni, anche di rilevanza internazionale, sugli interessi dell’isola.
Tale militanza, del tutto marginale nella società, nell’economia e nella politica sarda, finisce addirittura a distribuire patenti di “sardità” a questo o quello, con gravi problemi di intolleranza e assenza di comprensione dei più basilari principi democratici, spesso insultando i propri interlocutori ed altri sardi, non rendendosi conto di essere funzionale alla preservazione dello status quo nell’incapacità di espandere la propria base elettorale verso un elettorato riformista e moderato.
Tali pulsioni hanno costituito terreno fertile per il populismo, dove demagogia e indignazione prevaricano riflessione, confronto e proposte costruttive. Ed è proprio grazie a tale stagnazione culturale che le fila di questo indipendentismo attraggono anche numerosi complottisti, sciachimisti, putiniani, euroscettici, menti labili e altre figure marginali, che sono tutto, meno che credibili o presentabili all’elettorato sardo.
5) Mancato ricambio dirigenziale.
“Chi è causa del suo mal, pianga se stesso” recita un celebre proverbio. Ed è proprio il nostro caso, perché appare ben difficile ormai comprendere se l’assenza di una militanza competente sia causa, oppure conseguenza, dell’assenza di una leadership capace all’interno delle sigle indipendentiste. Probabilmente si tratta di entrambi i fattori, un corto circuito reso possibile dai suddetti problemi: l’assenza di una base elettorale non porta aria fresca e i movimenti indipendentisti finiscono, da un lato, per essere composti dalle stesse medesime persone del passato, anche in termini dirigistici. E dall’altro lato, finiscono così per attirare solamente varie figure marginali di cui abbiamo parlato poc’anzi, intolleranti, estremisti, analfabeti economici e populisti vari, che emergono rispetto alle persone competenti di tali movimenti, che ci sono, ma non riescono ad esprimere nulla di decisivo per invertire il trend.
La tossicità di tale ambiente ha inevitabilmente prodotto un ampio leaderismo ed una frequente scissione tra sigle, dove la scarsità di regole democratiche e il settarismo ideologico non hanno consentito lo sviluppo di una nuova classe dirigente capace di riflettere sui propri limiti. Un serpente che si morde la coda.
6) Deficit strutturali.
A sigillare l’endemica difficoltà di avviare un processo di riforme dell’Autonomia sarda si sommano poi una serie di limiti stratificati su più livelli.
Per esempio la diffusa assenza di un sentimento sardista nella popolazione sarda capace di tradursi in termini politici, poiché minato dalle fondamenta anche da un’economia assistenziale prodotta da una classe politica che non ha alcun interesse a privarsi dei privilegi consolidati. Il tutto accompagnato da un humus culturale in cui la scuola ed i media italiani consolidano i processi di discriminazione della lingua e della storia sarde, impedendo la formazione, sia del capitale umano, che del conseguente capitale sociale volto a fare sistema per crescere.
Oltre a ciò, abbiamo la dinamica di un regionalismo italiano che oggi premia il voto strutturato, nel rapporto tra il potere politico ed i propri clientes, in cui infatti anche i ceti produttivi tendono a non supportare proposte politiche alternative, ma solo politiche assistenziali che accompagnano il declino al posto di affrontarlo, limitandosi a tamponare le emergenze. Ciò però è in parte dovuto, come espresso nel punto 2, all’assenza di una chiara base elettorale di riferimento su cui orientare nuove proposte e programmi.
Infine, ciliegina sulla torta, abbiamo una legge elettorale di matrice bipolarista, con un tetto punitivo, non per la governabilità ma per la democrazia. Tale ostacolo impedisce la crescita di terze esperienze politiche, in grado di formulare soluzioni innovative all’interno del Consiglio regionale, e della Giunta stessa, sia all’opposizione che in maggioranza.
Grazie per l’attenzione. Per chi volesse approfondire questi e altri temi affini, rimando ai miei due testi, ad oggi tra i più noti e tra i più diffusi a livello internazionale su indipendentismo ed economia sarda: “L’indipendentismo sardo. Le ragioni, la storia, i protagonisti”, con interventi del compianto Generale Gianfranco Scalas (Brigata Sassari), di Bustianu Cumpostu (SNI) e Carlo Lottieri-IBL (Condaghes, Cagliari 2014); poi “Problemi economico-finanziari della Sardegna”, con postfazione dello storico Luigi Marco Bassani, Bainzu Piliu (F.I.S.) ed altri ospiti (Condaghes, Cagliari 2019).
Consiglio anche la lettura dell’intervista al sottoscritto pubblicata presso il quotidiano L’Unione Sarda, a cura di Giuseppe Deiana (18-01-2026), JPG.
Adriano Bomboi.
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