La faccenda del Putin ‘magnanimo’

Si dice spesso: “Senza Putin, potrebbe arrivare uno peggiore di lui”.

È un tema che ci ha sfiorato tutti, un dubbio che assale tanto i liberali occidentali, quanto gli stessi tifosi del neofascismo russo.
I primi perché forse temono (l’assolutamente improbabile) uso dell’atomica su vasta scala; i secondi, perché dall’alto della loro dabbenaggine credono realmente alla favola del Putin “generoso e illuminato”, che starebbe conducendo una sedicente “guerra di difesa dalle provocazioni occidentali, senza infierire sul povero popolo ucraino, che però un po’ se l’è cercata”.

Tra le ultime vittime della grandiosa “generosità” putiniana abbiamo una donna ultraottantenne, colpita volontariamente da un drone russo mentre si trovava sulla propria sedia a rotelle. Il personale medico ucraino ha dovuto faticare non poco per raccogliere i resti della sfortunata donna, che per gli imperialisti russi appariva evidentemente come un “prioritario obiettivo militare da abbattere”.

Pertanto, al Cremlino potrebbe realmente arrivare qualcuno in grado di alzare ancora l’asticella della barbarie di un tritacarne che sta perdendo?
Un’altra delle ragioni che muovono il dubbio infatti riguarda proprio le difficoltà dell’aggressore, il quale – si dice – “se messo alle strette, alla fine potrebbe optare per soluzioni estreme”. Anche dopo un ipotetico attentato mortale a Putin.

Iniziamo col dire che si tratta di pura teoria. Non esiste alcuna certezza nel sostenere che un sostituto al Cremlino possa fare peggio dell’attuale dittatore.

Chiunque abbia un minimo di competenza sulla dottrina della deterrenza sa bene che un eventuale attacco atomico della Federazione Russa ai paesi NATO avrebbe una risposta automatica e devastante. Mentre l’ipotetico impiego di una “atomica tattica”, nella sola Ucraina, avrebbe ben poco valore operativo e non fermerebbe Kyiv, prolungando il pantano russo.

Razionalmente parlando, se osserviamo gli insegnamenti storici, notiamo semmai che i governi che ereditano una sconfitta di guerra, o una sconfitta in corso, tendono ad uscire dal contesto di crisi che il regime stesso aveva determinato.
Un po’ perché chi è rimasto nei palazzi del potere ha l’esigenza di garantirsi una posizione futura, un po’ perché lo stesso Paese colto dalla crisi ha la necessità di ricostruire il proprio futuro: che si basa inevitabilmente nel ripristino e nella distensione dei rapporti nelle relazioni internazionali. Anche nell’ottica di rimuovere o limitare le sanzioni raccolte durante la fase bellica.

Vale anche per la Russia. Pensiamo al Trattato di Brest-Litovsk del 1918, con cui Mosca esce stremata dalla prima guerra mondiale e riconosce l’indipendenza di vari Stati, tra cui l’Ucraina, la Polonia e i Baltici, ammettendo la vittoria degli imperi centrali, tra cui l’Impero Tedesco.

Idem nel terremoto degli anni 1989-1991, quando l’URSS russocentrica abbandonò l’Afghanistan e la sua presa sugli ex Stati satelliti, tra cui, ancora l’Ucraina.

Epoche, contesti e uomini diversi ovviamente. Ma con alla base una costante: la presa di coscienza, da parte degli apparati dello Stato, del progressivo deperimento delle risorse utili a gestire lo scenario bellico, e la necessità di non rovinare oltremodo le finanze pubbliche. Un rischio che potrebbe altrimenti portare a conseguenze ben più gravi, come il caos della dissoluzione dello Stato centrale, soprattutto tra le rovine di un ex impero multietnico, dove le spinte centrifughe e nazionalistiche locali potrebbero essere più forti.

Insomma, sul piano oggettivo, abbiamo più ragioni per ritenere che una fine di Putin possa portare, non necessariamente ad uno scenario peggiore, ma ad una distensione, potenzialmente articolata in due opzioni:

- un nuovo uomo di regime: c’è chi immagina un alcolista come Medvedev al comando, ma questi non è altro che un’emanazione del ventennio putiniano, il quale verrebbe probabilmente messo da parte da qualcuno in grado di raccogliere concretamente il testimone. In termini di adattamento, potrebbe emergere un oligarca oggi ritenuto di basso profilo, oppure ancora un altro uomo derivante dai servizi di sicurezza dello Stato, formatosi sotto il regime di Putin, ma interessato a ricostruire la stabilità della nazione.
Notate bene che anche all’epoca del tramonto di Eltsin non si vedeva alcun nome valido all’orizzonte, eppure dal cilindro sbucò Putin, che seppe conquistarsi la fama di stabilizzatore del caos emerso dagli anni ’90, e seppe proiettarsi sulla scena internazionale;

- un nuovo esperimento democratico: benché gli oligarchi abbiano costruito la propria fortuna sulle spalle della fragile democrazia eltsiniana e poi nell’allineamento al regime putiniano, hanno negli anni diversificato e investito il proprio business anche all’estero e nei mercati occidentali. Con un eventuale crollo del regime di Putin e dei suoi tirapiedi, non si può escludere che possano promuovere un proprio uomo come volto di rinnovamento democratico (e magari in realtà per preservare in qualche modo il proprio potere economico in patria, e lustrare la propria immagine all’estero dopo anni di sanzioni e di congelamento dei propri asset esteri).

In definitiva, il futuro ha ancora molte incognite al riguardo e non possiamo prevedere con certezza che cosa accadrà.

Sappiamo però cosa sta accadendo nel mondo della disinformazione russa: numerosi bot di Mosca sui social hanno iniziato a ripetere i nostri stessi dubbi da occidentali, “e se dopo Putin arrivasse un leader russo più spietato?”

Un chiaro sintomo di debolezza del Cremlino, in cui Putin teme probabilmente per la propria vita ed ha iniziato a diffondere lo slogan del “potenziale successore peggiore” per tutelare la propria posizione. E ciò, sia in chiave interna che esterna alla Russia.

Perché?

Perché Putin sa benissimo che non sopravviverebbe all’indizione di una mobilitazione generale della popolazione in un conflitto perdente. Come lo sa qualunque eventuale successore.
Metterebbe in discussione il primato razziale su cui si basa il colonialismo russo. Mandare al fronte l’uomo bianco di Mosca e San Pietroburgo, al posto degli sperduti uomini delle Steppe, accelererebbe la sua fine.

Al contempo, per Putin lo slogan contribuisce a tenere vivo tale interrogativo in Occidente, con l’obiettivo di continuare a proporsi come “l’interlocutore necessario e insostituibile” per porre a termine il conflitto in Ucraina e allo stesso tempo per tenere l’ordine sociale in Russia. Questa posizione verrà probabilmente corredata da ulteriori “misteriosi” omicidi a Mosca e dintorni, con militari e gerarchi di alto rango che potrebbero continuare a volare dalle finestre, nel più classico stile mafioso che contraddistingue la criminalità del dittatore.

Il dubbio che possa profilarsi qualcosa di più grave all’orizzonte non è dunque il mezzo della cyberwar, ma il fine stesso dell’azione di disinformazione, la quale, come è stato ben delineato anche da Roberto Di Nunzio nel corso di un convegno dell’Istituto Germani di Studi Strategici (2015), il nemico, nella sua azione di manipolazione, non ha l’obiettivo di instillare una verità alternativa, ma semplicemente quello di propagare il dubbio, affinché gli altri reagiscano poco e nulla ai suoi attacchi. Si tratta di una forma di deterrenza cognitiva, in cui si infiltra l’infosfera dell’idea che, “col leader supremo bisogna andarci cauti”.
Ecco perché con Putin dobbiamo fare esattamente l’opposto.

Adriano Bomboi.

Scarica questo articolo in PDF

U.R.N. Sardinnya ONLINE

Be Sociable, Share!

    Commenta



    Per la pubblicazione i commenti dovranno essere approvati dalla Redazione.