Aung San Suu Kyi e Amos Oz, due casi di attualità e di coscienza politica

Una serie interminabile di privazioni non hanno impedito alla premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi di andare avanti ed inseguire con coraggio il suo obiettivo.
La conquista della democrazia in Birmania rimane la sua ragione di vita.
Classe 1945, figlia di un funzionario nazionalista dell’establishment politico che condusse il Paese all’indipendenza dal Regno Unito nel 1947-48, si ritrovò presto orfana, ma ebbe modo di seguire la madre nella sua attività di diplomatica, circostanza che valse alla giovane San Suu Kyi la possibilità di studiare nella prestigiosa università britannica di Oxford ed in seguito a New York.
Rientrata nel 1988 in Birmania, conoscerà ben presto la dittatura che ancora oggi impedisce al Myanmar l’adozione di istituzioni democratiche.
La sua (nuova?..) liberazione il 13 novembre 2010 ha riaperto le speranze di quanti credono il sogno della democrazia ancora possibile e sempre più vicino.
Aung San Suu Kyi non è solo una donna valorosa, è un esempio ed una speranza.
Il suo esempio nasce dalla costanza di perseguire sempre l’obiettivo anche nei momenti più difficili; nasce dallo spirito della non-violenza; e nasce dalla responsabilità di capire che la democrazia è un istituto – conquistato dall’umanità – troppo spesso ignorato e sottovalutato.
Come purtroppo succede spesso in occidente, dove la prevalicazione viene sempre più confusa con la libertà.
La sua speranza nasce dalla certezza dell’unità popolare e dalla consapevolezza che, solo chi non può godere della libertà, può conoscerne realmente il valore per cui battersi al fine di ribaltare gli eventi.

Amos Oz invece non è un politico, o quasi. Celebre scrittore israeliano, classe 1939, da sempre abbina al lavoro intellettuale l’opinione della tolleranza e del dialogo reciproco.
E’ tra i fondatori del movimento pacifista ebraico “Peace Now”, un’organizzazione dedita a diffondere nello Stato di Israele la necessità di una riconciliazione democratica con i Palestinesi. Nel 1967 fu tra i primi sostenitori della tesi “2 Popoli, 2 Stati”, oggi sostenuta dalla Comunità Internazionale come traguardo finale di un’interminabile serie di negoziati di pace, intervallati spesso da uno strisciante conflitto che sembra non avere fine.
Assieme al collega David Grossman, nel 2006, in occasione della guerra contro gli Hizb’Allah Libanesi, dichiarò conclusa l’apologia del diritto all’auto-difesa di Israele (Ynet News, 08-13-06), da egli stesso sostenuta nella prima fase del conflitto.
Il tema posto all’Opinione Pubblica mediorientale da Oz riguarda il valore del compromesso, ovvero la consapevolezza di poter ascoltare le ragioni delle parti in causa condannando il fanatismo. Un fanatismo visto come vera causa delle divisioni che ritardano l’inevitabile soluzione dei 2 Stati, e che cela i classici interessi economici diffusi in qualsiasi parte del mondo.
Nel compromesso c’è la coscienza delle rinunce che ogni parte in causa dovrà affrontare per raggiungere quella soluzione. Ma c’è anche la coscienza di quanto il fanatismo sia “un partito” che non ha più confini, che si estende da israeliani fino ai palestinesi e che permette, per ogni metro di terra guadagnato in più, il crimine di far salire un kamikaze in un bus di Tel Aviv tanto quanto permette spropositate reazioni anti-palestinesi.
Il “partito del fanatismo” ha superato da tanti anni ormai i confini geopolitici del Medio Oriente e si è trasferito anche nei luoghi di cultura e di confronto civile. Esiste anche in Italia, con origini diverse.

Per queste ragioni, contro ogni forma di fanatismo, siamo idealmente vicini tanto ai valori di Aung San Suu Kyi quanto alla responsabilità del compromesso sostenuta da Amos Oz. Uno scrittore con il quale solidarizziamo, contro l’indegno attacco che ha recentemente subito a Torino da parte di maldestri sostenitori italiani di “Free Palestine” (più marxisti che realmente interessati alla causa palestinese) i quali, incuranti della necessità di rasserenare il clima, si sono scagliati con urla e volantini contro uno scrittore che ha solo avuto “la colpa” di dire la sua.
Oz, con il suo passaggio in libreria e l’incontro con degli studenti, ha dichiarato: “Oggi il mondo si divide non tra buoni e cattivi, tra occidentali e orientali, tra cattolici e islamici, o tra destra e sinistra, ma tra chi è fanatico e chi non lo è”.

Facciamo tesoro di queste parole.

Di Corda Marco.

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U.R.N. Sardinnya ONLINE – Nazionalisti Sardi

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