‘Dialetos’, quanto ci costate? Perché uniformare la lingua sarda è un investimento
Di Gianraimondo Farina.
Di fronte al dibattito sulla tutela della lingua sarda, l’opinione pubblica si arena spesso in sterili dispute glottologiche o in nostalgici campanilismi. Si perde di vista il nucleo pragmatico della questione: l’efficienza della spesa pubblica della Regione Autonoma della Sardegna.
Da anni assistiamo a una dispersione di risorse dovuta alla frammentazione amministrativa delle cosiddette “varianti locali”, ossia de sos dialetos, part integranti della Lingua Sarda. La standardizzazione tentata e ostacolata nell’ultimo ventennio attraverso la Limba Sarda Comuna (LSC) merita ripensamenti.
Oggi assistiamo ad una frammentazione linguistica accompagnata da silenzio e connivenza generale. Il primo dato che emerge è come l’applicazione delle leggi di tutela sconti i costi gravosi del “pluralismo grafico”. La Legge Regionale 22/2018, nello specifico, nata con l’ambizioso obiettivo di disciplinare la politica linguistica, ha debuttato con uno stanziamento iniziale all’articolo 31 di 511.500 euro, cifra poi lievitata nelle successive programmazioni finanziarie fino a 1,5 milioni di euro per singola annualità al fine di sostenere la rete degli enti locali. Dinanzi a queste cifre, il rigore analitico impone una domanda: come vengono spese queste risorse?
Il finanziamento a pioggia degli sportelli linguistici periferici (Ofitzios de su sardu), regolato dall’articolo 10 della medesima legge, in assenza di un vincolo ortografico unitario, ha purtroppo scambiato un investimento pubblico in un moltiplicatore di micro-costi che genera tre precise inefficienze. In primo luogo si è assistito ad una moltiplicazione dei costi di traduzione. I documenti pubblici non vengono tradotti una sola volta. Per garantire la rappresentatività territoriale, i testi amministrativi sono commissionati a più specialisti per coprire le diverse macrovarietà (logudorese e campidanese) o parlate locali, moltiplicando le parcelle professionali a carico dei contribuenti. Per essere onesti, questo “moltiplicatore di costi” vi è, ma ancora risulta essere non meglio quantificato. Sicure, invece, risultano le uscite dovute ai costi occulti formativi ed alle fantomatiche infrastrutture didattiche ed editoriali inefficiente.
Nel primo caso scriviamo del fatto che la formazione del personale degli uffici linguistici non goda di economie di scala. Ogni micro-area finanzia percorsi didattici specifici e non interoperabili. Creando costi. Nel secondo caso stampare manuali scolastici o produrre materiale per tirature ridottissime priva la Regione del potere contrattuale nei confronti dei grandi gruppi editoriali, facendo lievitare i costi unitari di produzione, e disperdere risorse dei contribuenti. Ecco che allora andrebbe ripresa quella strada de Sa Limba Sarda Comuna “tracciata” dalla Regione proprio venti anni fa. Certamente aggiornandone il percorso e la struttura in misura condivisa coi territori, dopo la trafila di polemiche e veti incrociati.
Perché? Innanzitutto perché funzionerebbe come “leva di risparmio”. La delibera di Giunta n. 16/14 del 18 aprile 2006, introducendo in via sperimentale la Limba Sarda Comuna, tracciò la strada per un modello di mediazione scritta. L’adozione definitiva e strutturale di uno standard per la pubblica amministrazione in uscita cancellerebbe le ridondanze finanziarie. E questo lo si nota subito se osserviamo ogni voce di spesa del modello attuale delle Multi-Varianti.
Nel caso della traduzione degli atti, attualmente assistiamo alla “triplicazione delle parcelle” per le varianti locali. In un futuro, con la LSS (Limba Sarda Standard), potremmo assistere ad un singolo flusso di lavoro standardizzato. Con l’editoria scolastica assistiamo attualmente alla produzione di volumi a bassa tiratura ed a costi elevati. In futuro potremmo, invece, nel sistema della codificazione unitaria, un testo unico con economie di scala. Per quanto concerne il software digitale si assiste a localizzazioni multiple non sostenibili, che, invece, con la LSS, potrebbero tradursi in un unico codice ISO e interfaccia digitale. Infine, abbiamo la formazione, ora strutturata in corsi frammentati non replicabili ma che, in futuro, potrebbe avere un modulo unico per la Pubblica Amministrazione. Dal punto di vista della digitalizzazione, lo sviluppo di correttori ortografici, sintesi vocali o traduttori automatici per i servizi al cittadino richiede uno standard definito. Finanziare lo sviluppo di strumenti informatici per cinque o sei varianti grafiche differenti è fuori scala per il bilancio regionale. “Centralizzare” gli investimenti su una matrice comune come la LSS ridurrebbe le uscite del comparto transizione digitale. Per cui “parcellizzare” i budget su varianti geografiche sovrapposte non è più tutela culturale: sarebbe, sic et simpliciter, diseconomia di scala. Dev’essere, quindi, questa la strada di una “gestione controllata” per un futuro identitario. Ritornare a promuovere uno standard come lingua ufficiale per i documenti in uscita non significa cancellare la ricchezza fonetica e storica del campidanese, del logudorese e in generale delle comunità locali, che restano vive nella tradizione orale e nella produzione letteraria. Significa, più utilmente, “separare” la lingua dell’amministrazione dalla lingua del sentimento. In un’epoca di spending review, continuare a finanziare la frammentazione ortografica significa condannare il sardo all’estinzione per insostenibilità economica.
La standardizzazione è l’unico strumento capace di trasformare la tutela della minoranza linguistica da “voce di costo” passiva e frammentata a investimento identitario certo, tracciabile e rigorosamente controllato, per di più con un’alta valenza politica, più volte affrontata in passato in questo spazio. I sardi non possono più permettersi il lusso dei campanilismi nella spesa pubblica. E la politica e la società devono iniziare a rendersene conto.
Redazione SANATZIONE.EU










