Da Hormuz alla Sardegna, che piange, ma ha gas nel sottosuolo
Le Nazioni Unite si apprestano a votare al Consiglio di Sicurezza un documento del Bahrein che potrebbe approvare un’azione per rendere libera la navigazione nello Stretto di Hormuz, a fronte dei gravi rischi in arrivo sul mercato energetico.
L’esito del voto non è scontato come si potrebbe pensare, ma si sta verificando ciò che abbiamo sempre sostenuto: l’impasse della guerra in Iran può essere aggirato solamente tramite un’iniziativa per il rispetto del diritto internazionale e dunque per garantire la libera navigazione.
Questo offrirebbe a diversi paesi una copertura legale per addentrarsi nelle iniziative militari necessarie a far cessare le minacce iraniane alla circolazione dei navigli.
Ma ciò che non è scontato, oltre al voto dell’ONU, sono i risultati di un’ipotetica coalizione internazionale per la sicurezza di Hormuz.
L’intelligence americana stima che Teheran possieda ancora migliaia di lanciatori di missili e droni. E, come noto, in una simile guerra asimmetrica, i Pasdaran non hanno bisogno di sfidare la potenza di fuoco americana o di altri paesi in modo diretto, ma la necessità di mostrare che anche solo una petroliera può essere colpita.
Il capitale della paura si trasforma automaticamente in un capitale del rischio per le compagnie assicurative che coprono i navigli, e pertanto esiste la possibilità che la navigazione non torni mai più libera come un tempo.
Intendiamoci, lo Stretto è stato già bloccato ed è stato già liberato in passato, ma all’epoca non esistevano droni né un simile divario di costo tra strumenti di attacco e strumenti di difesa. Oggi ci troviamo in uno scenario completamente inedito. Almeno per chi ha avuto la superbia di non trarre lezioni dalle peculiarità di quattro lunghi anni di conflitto in Ucraina.
E se la crisi non dovesse finire presto, interi territori del nostro paese ne pagheranno le conseguenze. A partire da quelli con le economie più fragili, come la Sardegna, dal tessuto produttivo scarsamente diversificato e scarsamente specializzato. Dove monoculture a basso valore aggiunto, come il turismo, danno ossigeno a centinaia di migliaia di famiglie.
Le ricadute sui prezzi del greggio, e in particolare anche della quota di idrocarburi destinata ai voli aerei di tutta Europa, rischiano di determinare una pesante flessione del settore, con le conseguenze che possiamo immaginare. Ryanair e Lufthansa, nei loro comunicati, reputano fondamentale la finestra di tempo per gli approvvigionamenti che osserveremo da aprile a giugno.
L’iniziativa americana, per quanto lodevole nell’idea di abbattere un regime sanguinario come quello iraniano, è stata chiaramente gestita in modo vergognosamente dilettantesco, denotando l’insipienza dell’amministrazione USA, perché ha generato problemi che oggi obbligano l’intera comunità internazionale a farvi fronte.
Ma come farvi fronte in merito al mercato energetico?
Nel breve termine non esistono rapide soluzioni, nel medio-lungo termine invece potremmo indubbiamente riprendere il tema della diversificazione energetica: trivellazioni/prospezioni su gas e petrolio, nucleare ed ovviamente anche rinnovabili.
La Sardegna paga il suo declino economico anche in ragione degli alti costi energetici, aspetto di cui numerosi comitati ambientalisti non tengono conto. Eppure la presenza di gas, petrolio, nucleare e/o grandi impianti eolici e solari – ovviamente se tutti collocati entro serio rispetto paesaggistico – potrebbero apportare fondamentali ricadute economiche ed occupazionali.
Ricordate il “Progetto Eleonora”? Nel 2009 la Regione Sardegna avviò l’iter per procedere alla ricerca di idrocarburi liquidi e gassosi nell’oristanese, a favore della Saras S.P.A., ma l’opposizione popolare fece saltare tutto.
Probabilmente oggi dovremmo riprendere tali intendimenti, oltre ad occuparci di import in un mondo sempre più instabile, e cercare un punto di accordo tra popolazioni locali e aziende del settore.
Perché in Svizzera riescono a far convivere centrali atomiche con verdi pascoli ed agricoltura di grande pregio ambientale senza che a numerosi “comitati civici” venga il mal di pancia?
Ovviamente è una domanda retorica, ma dato il contesto internazionale, è del tutto evidente che nel nostro futuro serviranno meno chiacchiere ideologiche e più pragmatismo. E se vogliamo realmente apportare benefici ai cittadini di territori interessati da infrastrutture energetiche, al posto di immaginare improbabili soluzioni “sovietiche” con fallimentari aziende parapubbliche, dovremmo iniziare a ridiscutere i criteri di determinazione del PUN (il prezzo unico nazionale dell’energia), in termini seriamente federalistici.
Diciamo meno “no” e più “sì”.
Diciamo “meno assistenzialismo” e “più mercato”.
Adriano Bomboi.
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