Dopo Banfield: ‘Sardizzare’ la politica regionale per rilanciare l’economia

Cari Lettori, lo scorso 9 gennaio, sul quotidiano La Nuova, è apparso un commento dell’economista Sardo Francesco Pigliaru, l’assunto dell’articolo inquadra l’accordo elettorale Lega-PDL attorno alla fiscalità lombarda come spauracchio capace di mettere a rischio la “coesione nazionale”. Vale a dire, la proposta della Lega Nord di trattenere in Regione il 75% del gettito fiscale maturato dalla Lombardia sarebbe un attacco mortale al meridione, principale beneficiario del surplus offerto dal fisco lombardo alle Regioni meno virtuose della Repubblica. Stando a Pigliaru dunque, tale proposta, benché difficile da attuare in considerazione dei negativi sondaggi elettorali che riguardano il centrodestra, metterebbe a rischio l’unità d’Italia, senza affrontare il principale problema del Paese determinato dal divario economico fra il nord e il sud.
L’articolo di Pigliaru, il cui retropensiero è quello di fornire un suo contributo di parte alla campagna elettorale, pone comunque domande legittime a tutte le forze politiche in campo: “Più soldi o meno soldi per il Mezzogiorno? Federalismo fiscale sì o no? Politiche più decentrate o meno decentrate? L’impressione è che si evitino le domande per nascondere l’assenza di risposte chiare”.
L’autore ovviamente una sua ricetta ce l’ha, ed appare perfettamente in linea con quelle forze politiche conservatrici che, a Roma, dietro lo specchietto per le allodole dell’unità d’Italia, puntano a verticalizzare sempre più la macchina pubblica attraverso politiche stataliste e tendenti a comprimere il già esiguo spazio di autonomia delle Regioni (ordinarie e non). Vedere articolo Sa Natzione: Dallo studio dell’economista Pigliaru all’indipendentismo: Il decentramento paga?
Infatti egli sostiene che, se le Regioni dal basso capitale sociale non sono state in grado di amministrare a dovere le competenze ricevute con l’avvio del regionalismo, sarebbe opportuno rimettere nelle mani dello Stato centrale i poteri che hanno dissipato. O meglio, non lo dice, ma lo suggerisce nel momento in cui ricorda le parole di Giuliano Amato nel suddetto articolo. Che significa? Significa che “chi non è in grado di autogovernarsi bene non ha più diritto di farlo” e deve delegare in sua vece le istituzioni centrali. Sotto questo profilo, tutt’altro che democratico e men che meno liberale, si comprende perfettamente il motivo per il quale Pigliaru (come tanti conservatori centralisti) non trovi scandaloso il meccanismo del residuo fiscale che oggi interessa tanto il cittadino lombardo, quanto, per altri versi, quello Sardo.
Ovvero, se mediamente un cittadino lombardo fornisce 15.000 euro all’anno allo Stato ma ne riceve in cambio servizi pari a 10.000, perché dovrebbe devolvere i restanti 5.000 al resto dello Stato? Anche gli ultimi dati della Ragioneria di Stato parlano chiaro: per fornire assistenzialismo a quelle Regioni del mezzogiorno e del meridione che – al posto di essere incentivate al virtuosismo amministrativo – consumano ricchezza invece che produrla? E’ altrettanto chiaro che, Lega o non Lega (e noi non siamo leghisti), senza una politica riformatrice, federalista e deputata alla responsabilizzazione, non vi sarà mai alcun mutamento del divario sociale che lo stesso Pigliaru denuncia, proprio perché egli è un fautore della ricetta del verticalismo amministrativo, modello ormai obsoleto nei ¾ d’Europa, divenuta ormai federale da Stato a Stato, secondo varie sfumature. Essere solidali con altre realtà regionali dovrebbe essere una scelta e non una imposizione, perché nessun popolo ha il diritto di imporre la sua volontà a terzi. Sono i cittadini elettori che scelgono e non astratte teologie di Stato (ma forse in Sardegna abbiamo letto poco Ludwig von Mises).
Il cittadino Sardo nei rapporti col fisco ha un problema diverso da quello lombardo, ma non meno difficoltoso, perché se al nord manca il diritto ad una legislazione che consenta al popolo lombardo di trattenere la maggior parte del proprio denaro versato, in Sardegna, pur avendola, abbiamo una classe politica, ma soprattutto uno Stato centrale, che pur in presenza dell’art. 8 del nostro Statuto Autonomo in materia di entrate fiscali, non restituisce quanto dovuto. E allora il problema da queste parti è riconducibile solamente ad una bassa qualità del nostro capitale sociale? Oppure anche ad una chiara ed oggettiva responsabilità delle istituzioni centrali? Noi riteniamo che il tentativo di scaricare solo sulla periferia dello Stato delle responsabilità che invece hanno causali collettive ed attengono anche all’architettura centrale delle nostre istituzioni sia un pessimo servizio all’intelligenza degli elettori. La ricetta più adeguata dovrebbe verosimilmente essere quella di ragionare su un nuovo modello di federalismo, meno pasticciato di quello visto negli ultimi 10 anni, e sicuramente distante dalla tentazione di annullare ogni timido passo compiuto nella direzione di riformare la Costituzione.

Nella seconda metà degli anni ’50 il politologo americano Edward Banfield giunse nel meridione italiano per studiarne i fattori di endemica arretratezza socio-economica. Il celebre studio che ne venne fuori, “Le basi morali di una società arretrata”, malgrado vetusto e ormai confutato negli anni da una serie di antropologi e sociologi, continua tuttavia a manifestare dei tratti di pressante attualità, comparabili ai più classici problemi della Sardegna, ma anche a quelli dello Stato. Il concetto del “familismo amorale” di Banfield lo possiamo trovare nel momento in cui ci lamentiamo della frammentazione delle forze politiche Sarde che potrebbero guidare il cambiamento.
Ognuno pensa al proprio orticello incurante della necessità di fare sistema, per varie ragioni: perché nel fare l’interesse generale non vi sarebbe immediato tornaconto da spendere nella propria cerchia, e poiché si ritiene che anche gli altri si comporteranno alla stessa maniera.
Banfield, nonostante ignorasse che la multiculturale e artificiosa “nazione italiana” non poteva avere lo stesso concetto di bene civico vigente in terzi e coesi Stati-nazione, apriva la sua ricerca col pensiero di Tocqueville, secondo il quale, in democrazia, dalla capacità di sapersi associare dipende il progresso di tutto il resto. Economia inclusa quindi, perché la sua gestione collegiale rispecchierebbe gli interessi del territorio e non dei singoli gruppi di potere che si avvicendano nella pubblica amministrazione per consolidare il proprio privilegio.
Nel suo studio Banfield sottolineava inoltre quanto fosse avvertita dai cittadini di una piccola comunità meridionale la distanza che li separava dal Governo centrale e dalle sue ricette, che in loco, non senza l’inerte complicità degli autoctoni, non avevano sortito alcun effetto.
Col senno di poi e con la consolidata arroganza e indifferenza dei Governi romani nei confronti della Sardegna, siamo oggettivamente consapevoli che l’assenza di un buon capitale sociale (terminologia, del resto, dotata di una certa indeterminatezza) non è una valida giustificazione per ignorare gli incessanti schiaffi subiti dalla nostra Autonomia, men che meno per abbandonarla in nome di quell’astratta ideologia chiamata “nazione italiana”, che oggi, senza riforme federali, ci costa nuova stagnazione economica e nuove ondate di giovani che emigrano altrove in cerca di fortuna.
Rispetto a Pigliaru, persino altri economisti la pensano in maniera diversa, pensiamo a Vito Tanzi, o ad Alberto Alesina, il quale, non certo afflitto dall’ideologia nazionalista italiana nel vedere la dimensione e l’unità di un Paese come l’unico parametro utile ad uno Stato centrale con cui soddisfare i deficit delle sue aree periferiche, trova proprio nei piccoli Stati-nazione delle maggiori capacità di risposta alle crisi interne ed esterne al proprio nucleo territoriale, in quanto non intermediate e rallentate da terzi interessi centralistici. Ed ancora una volta è proprio la realtà empirica a venirci in soccorso, basti osservare l’incremento del numero di Paesi indipendenti dal termine del secondo conflitto mondiale ad oggi (The size of Nations, MIT 2003), come ci ricorda anche Mario Garzia.

Ben venga quindi uno spazio culturale di confronto destinato a “sardizzare” la politica Sarda, vecchia idea sardista, ma pur sempre attuale, prima che lo stesso Partito Sardo d’Azione venisse a sua volta “italianizzato”, a partire dalla lingua, dagli obiettivi e dai costumi della sua azione politica.

Portare la specificità Sarda al centro del dibattito politico significa coltivare la crescita della tutela degli interessi del nostro territorio, oggi posti in secondo piano, e sacrificati sull’altare del sedicente “interesse nazionale italiano”, spesso concorrente al nostro.
E’ un problema che riguarda l’intera classe politica Sarda, incapace di andare oltre la tutela della propria cerchia di appartenenza, e dispersa, anche sul piano economico, verso una “meridionalizzazione” dei problemi, in cui, come sosteneva anche il movimento “Su Populu Sardu” a fine anni ’70 – non solo non troveremmo soluzioni – ma finiremmo per incancrenire i problemi relativi alla crescita.

Di Adriano Bomboi.

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U.R.N. Sardinnya ONLINE – Natzionalistas Sardos

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