Bachisio Bandinu, lo scrittore Luca Tolu ricorda l’intellettuale scomparso

Arriva, prima o poi, il momento in cui si legge un libro, si ascolta una conferenza o si sbatte il muso addosso a un pensiero che provoca una scossa interiore e ci costringe a guardare le cose da una prospettiva diversa. Bachisio Bandinu (1939-2026), come Michelangelo Pira, Placido Cherchi, Nereide Rudas e pochi altri, ha avuto questa straordinaria capacità: dare la giusta chiave di lettura, da una prospettiva sardocentrica, ai fenomeni sociali che hanno caratterizzato la Sardegna prima, durante e dopo la grande catastrofe antropologica che ha investito l’isola nel secondo dopoguerra.

Ricordo ancora oggi che, al termine di un percorso universitario tipicamente italocentrico – e, proprio per questo, incapace di raccontare la Sardegna, quasi cancellata dai manuali e dagli approfondimenti accademici – avvertivo un bisogno profondo: comprendere l’anima e la memoria della terra sulla quale i miei piedi camminavano, così come avevano camminato quelli dei miei avi nei secoli passati.
Fu allora che scoprii Bachisio Bandinu. Scoprii il suo pensiero sull’identità, sull’autodeterminazione, sul rapporto tra modernità e tradizione. Iniziai a vedere con occhi diversi: quelli di chi acquisisce la consapevolezza di appartenere a una comunità storica e culturale, a una nazione.
Bachisio era un pensatore raro. Scriveva in modo semplice, rendendo accessibili a tutti concetti complessi e profondi. Ha studiato le contraddizioni e i mutamenti della società sarda, il passaggio da un mondo pastorale e contadino a una realtà fatta di città, fabbriche e turismo di massa. Fu fortemente critico nei confronti del modello Costa Smeralda, inizialmente, e del Piano di Rinascita, individuandone i limiti e le conseguenze sul tessuto antropologico e culturale dell’isola, dove una visione manichea della modernità è stata spesso utilizzata come strumento di egemonia culturale per recidere i sardi dalle proprie radici e delegittimare il loro passato.
Una critica che, però, non era mai fine a se stessa o costruita per il gusto di alzare polveroni. Bachisio Bandinu non era per il «no» a tutto, ma per portare nelle mani dei sardi il governo dei fenomeni complessi.

Parlando di paesaggio, affermava che la sua tutela non equivaleva a bloccare tutto, perché il paesaggio è anche antropico e non soltanto quello destinato a cartoline e fotografie.
Bachisio era sì un vero indipendentista, ma non un demagogo aizzatore di folle. Non cedette mai alla tentazione di vestire l’indipendentismo con le sue mode ideologiche. Era, in fondo, un liberal-democratico, un realista, un pragmatico. Uno di quegli uomini che, oltre a incantare con la parola e con il tono della voce, cercavano sempre di indicare una strada concreta, un percorso possibile dentro le istituzioni, finalizzato al bene comune.

Era anche una persona profondamente inclusiva. Agiva per unire, per ricomporre e per pacificare, come aveva tentato di fare ancora negli ultimi anni, promuovendo tavole rotonde sul tema degli investimenti energetici (o speculazione, a seconda delle sensibilità).

L’ultima volta che ci siamo visti mi espresse tutta la sua preoccupazione per il futuro della nazione sarda, lacerata dai fazionalismi e priva di una visione condivisa capace di salvarla dalla definitiva omologazione e dall’alienazione.
Bachisio sarebbe stato un ottimo assessore alla Cultura della Regione Sardegna. Dovremmo interrogarci seriamente sul perché ciò non sia mai avvenuto, nemmeno nei periodi in cui i sardisti hanno ricoperto ruoli di governo. Probabilmente un intellettuale del suo spessore sarebbe stato scomodo, difficile da gestire: molto più conveniente affidarsi a qualche ras locale capace di controllare pacchetti di preferenze.
Del resto, gli uomini come lui sono spesso scomodi. Persino nei luoghi che dovrebbero custodire il sapere, come l’Università. Come ha opportunamente ricordato Andrea Pili, Bachisio Bandinu fu messo ai margini e le sue opere furono sostanzialmente ignorate, perché in certi ambienti autoreferenziali, se non appartieni a loro, semplicemente non esisti.
Lo stesso Bandinu aveva spiegato in La scena nascosta il concetto del «semus paris»: un egualitarismo esasperato che porta una comunità a non riconoscere il valore di chi emerge per capacità, visione e virtù. Meglio accogliere, come un salvatore, chi viene da fuori che riconoscere i propri talenti. Un fenomeno antimeritocratico che consuma il capitale umano sardo e rappresenta una delle più grandi zavorre alla nostra autodeterminazione.
Paradossalmente, Bachisio è forse entrato di più nella scuola che nell’Università. Lui, che nella scuola aveva insegnato sia in Lombardia sia a Cagliari, ha lasciato ai giovani pagine straordinarie come Lettera a un giovane sardo, nelle quali racconta, con il linguaggio limpido che gli era proprio, i temi dell’identità, della lingua e dell’appartenenza, invitando le nuove generazioni a sentirsi legittimamente cittadini del mondo, ma forti della propria sardità.
Sono parole che, a distanza di quasi trent’anni, conservano intatta la loro attualità. Io stesso le ho proposte quest’anno ai miei studenti, anche nella loro lingua madre, all’interno di un modulo di educazione civica.

Potremmo dire tanto su Bachisio e tanti, giustamente, ne stanno tessendo le lodi; eppure, in fondo, basterebbe un solo termine. Bachisio è stato e sarà sempre un «babbu mannu» della cultura sarda, capace di plasmare il pensiero di intere generazioni di sardi. Nei due libri che ho scritto l’ho citato e ringraziato per l’ispirazione che mi ha dato.
C’è una scena di Bentu Malu in cui il protagonista, don Mariano, si sogna nuovamente bambino al cospetto del nonno, tziu Efis, suo grande maestro di vita e di cultura pastorale e contadina. Gli insegnamenti che escono dalla bocca di tziu Efis sono, in realtà, i concetti che Bachisio ha espresso ne Il re è un feticcio e in Pastoralismo in Sardegna. Glielo avevo anche raccontato l’ultima volta che ci siamo visti a Sarroch, durante un’illuminante conferenza sul rapporto tra uomo, ambiente e turismo lento.
Adesso, però, lui non c’è più e, in qualche modo, ci guarda dall’alto, certamente consapevole dell’unanime stima che gli viene attribuita. Anche da parte di chi, in vita, lo aveva osteggiato.
Ma, del resto, tutti i limiti del «semus paris» durano soltanto il tempo di una vita. Dopo si entra nell’olimpo dei grandi.
Ed è lì che Bachisio Bandinu merita di stare: nel pantheon dei grandi sardi, nella piena compiutezza del suo pensiero, del suo profilo politico e culturale e della sua instancabile testimonianza di intellettuale e indipendentista.

C’è un prima e un dopo nella vita di tanti sardi, nel loro percorso di autocoscienza e di riscoperta di sé. Chi siamo? Cosa siamo stati? Cosa potremmo ancora essere? Per molti di noi, questo spartiacque porta il nome di Bachisio Bandinu.

Luca Tolu.

Redazione SANATZIONE.EU

Be Sociable, Share!

    Commenta



    Per la pubblicazione i commenti dovranno essere approvati dalla Redazione.