Banche in crisi? La colpa non è solamente della BCE

La crisi del Monte dei Paschi riflette in pieno la logica di uno Stato fallito sin dai suoi esordi, dove il denaro dei contribuenti finisce per ripianare le perdite del potere politico e del suo costante interventismo economico. Non ultimo, quello previsto per la manovra del burden sharing. Almeno finché dura – Di G.B. Sanna.

Le agenzie di stampa avevano da tempo richiamato l’attenzione sul rischio che correvano le nostre banche, prima fra tutte il Monte dei Paschi di Siena, meglio nota come banca del PD, partito che ha usufruito ampiamente del suo portafoglio sin dai tempi del PCI. Su questo argomento il nostro ex premier aveva ricevuto rassicurazioni dai “centri di affari” e aveva pensato bene di lavarsene le mani sino alla supposta vittoria del “si” al referendum, o – in caso di sconfitta – di scaricare il guaio creato al governo subentrante. Un comportamento a dir poco da vile. La Reuters aveva infatti preannunciato che la BCE non avrebbe concesso una ulteriore proroga alla ricapitalizzazione dell’istituto. La verifica di luglio della BCE era stata impietosa. In un Paese normale la banca del PD avrebbe dovuto risolvere i propri problemi da sola e con i suoi azionisti. JP Morgan, Qatar Foundation e altri istituti di credito avevano informato per tempo il Ministero delle Finanze che non avrebbero comprato azioni patacca. Quindi il Ministro dell’Economia e Matteo Renzi conoscevano benissimo la situazione certificata dai “guru” di JP Morgan “…per averla fatta entrare in banca senza bussare…” e avere, sotto consiglio, fatto fuori l’ad Viola ed aver dichiarato “…ho piena fiducia che il piano sia ben disegnato e avrà successo….”.

Gli attuali azionisti Fintech Advisory, al 4,5%; il Tesoro, al 4,02%; BTG Pactual, Axa, People’s Bank of China, Fondazione MPS, e tutte le migliaia di piccoli correntisti, non se la sono sentita di affrontare una nuova ricapitalizzazione dell’istituto. Il perché è semplice, MPS è un pozzo senza fondo, è onnivora, ingoia di tutto. Ora i bugiardi ci chiedono di dimenticare due anni e mezzo di bugie. Si devono dimenticare le parole dell’ex capo dell’esecutivo che asseriva “…fare investimenti sul Monte dei Paschi è un affare…”; bisognerebbe scordare anche Padoan, che per la sua specifica competenza avrebbe dovuto sapere che cosa accadeva nel bilancio della banca. Fu cinico e maldestro quando affermava di sostenere la filosofia di “…alcuna ingerenza sulle banche che operano con successo…”; “…nessuna banca ha necessità di un supporto pubblico…”, e ancora “….il governo ricopre solo il ruolo del facilitatore…”. Oggi dal governo italiano si è impropriamente richiamata la responsabilità della BCE sul problema MPS. Il primo aspetto da evidenziare riguarda la crisi di liquidità, che è la paura del mercato interbancario di dover affrontare le scadenze senza depositi certi. Ma dov’erano gli ispettori della Banca di Italia, della Consob e della Società Certificatrice sin dai tempi di Antonveneta, Alexandria, Santorini e Nota Italia? Ci spieghino, tra l’altro, i limiti arrecati dal Testo Unico di Ciampi agli istituti di credito. Ci spieghino che fine fecero le insolvenze del 1993 e il caso Zini, quando capo del Governo era Ciampi stesso. Ci dicano a chi sono stati affidati in omaggio i crediti, chi ha preso e non ha restituito. E soprattutto a chi sono state assegnate le passività. Il Governo, ben poco interessato a fornire tali informazioni, ha invocato l’art. 81 della Costituzione che recita: “Il ricorso all’indebitamento è consentito solo al fine di considerare gli effetti del ciclo economico […] al verificarsi di eventi eccezionali”. L’esecutivo Gentiloni ha chiesto al Parlamento l’autorizzazione ad impiegare 20 miliardi di euro per mettere in sicurezza le banche, con fondi extra bilancio. La situazione è tragica.

Pochi paiono ricordarsi una sacrosanta regola di mercato: se una banca deve fallire, è giusto che fallisca, con tutti i distinguo del caso. L’impegno chiesto da Palazzo Chigi ai contribuenti che affogano nei sacrifici verrà spruzzato sui conti da cui si abbeverano soci e management che mai verranno perseguiti per le malefatte operate: tra queste, una politica creditizia rampante in un’Italia a crescita praticamente assente. E perché è bene ricordarlo, quei manager rappresentano il PD.

Intanto i comuni risparmiatori continueranno a fuggire dalla banca, mentre alla stessa resteranno solo i beni ipotecari e le obbligazioni che sono carta straccia. Questo governo d’occasione, che è la continuazione del precedente, privo di lucidità e serietà, assorbirà le responsabilità dei propri compari, unitariamente alle loro avventure speculative. Tutti i soci saranno lieti di cedere la propria partecipazione al prezzo fissato dal Tesoro. La banca si avvia così sulla strada della nazionalizzazione, magari col proposito a posteriori di rimettere sul mercato la banca risanata.
Che corso seguiranno gli eventi? Nel merito il Financial Times aveva già posto chiari avvisi sulla propria bacheca. Occorrono immediatamente almeno 12 miliardi per il “burden sharing”: in linea con la direttiva europea del 16-11-2015, si procederà ad una riduzione del valore delle azioni, per poi comprarle e convertirle in nuove azioni.

I tedeschi giustamente sottolineano il nostro debito pubblico, le nostre bugie e lo stato della nostra economia. E non si fidano, eppure, pur non fidandosi sono costretti a sopportare la logica italiana, su cui la Germania ha opinioni relativamente intransigenti; in questo momento, è utile ricordarlo, non sono loro i nostri nemici. L’Italia odierna non è attendibile. La tragicommedia di uno Stato fallito sin dalla sua fondazione aggiunge solamente un nuovo capitolo alla propria storia. Almeno finché dura.

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U.R.N. Sardinnya ONLINE

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