Onida e il sardismo ai saldi di fine stagione. Il lato oscuro dell’autonomismo sardo – Pt.1

E’ un dato di fatto: nel mondo tutte le minoranze occidentali stanno lavorando per la conquista della sovranità, pensiamo, tra le più note, al successo elettorale scozzese e catalano. In Sardegna accade ben altro: si getta la spugna e forse anche la maschera.
Pasquale Onida, “reggente” oristanese del movimento Fortza Paris, lo scorso 29 agosto ha annunciato la fine dei poli nazionalitari sardi, cioè a suo dire non sarebbe più possibile unire sotto ad uno stesso tetto le varie anime del sardismo al fine di salvaguardare l’identità e gli interessi territoriali. Un problema che oggi si pongono anche gli indipendentisti.
Quale soluzione propone dunque Onida? La stessa di qualche anno fa: la distruzione di un progetto politico per confluire nel centralismo italiano. La stessa linea che – quando nacque il PDL di Silvio Berlusconi – è costata al movimento Fortza Paris la perdita di diverse amministrazioni ed un consenso elettorale attivo nel territorio che in passato ha raggiunto i 40.000 voti (Regionali 2004). Pensiamo infatti nel nuorese al passaggio dell’On. S. L. da Fortza Paris al PDL con la sua dote di voti e che oggi si candida ad entrare in Senato al posto del dimissionario Piergiorgio Massidda, in quanto avrebbe lasciato i “frondisti” del PDL guidati da Beppe Pisanu per accasarsi con i filo-berlusconiani di Settimo Nizzi, nuovo alfiere territoriale di un Governo Italiano in crisi e che in Parlamento necessita di numeri e uomini su cui contare.
Ma alla Sardegna che gliene importa?
Oggi Onida paventa l’adesione al sempreverde sogno democristiano di rilanciare il centro, stavolta targato Casini e chiamato “Polo della Nazione” (italiana ovviamente).
Il centro visto non come ambito politico e culturale di intermediazione dello sviluppo, ma come spazio fisico dell’opportunismo e della conservazione. L’anticamera dell’assistenzialismo, niente di nuovo sotto il sole. In Sardegna noi lo chiamiamo “demosardismo”.

Possiamo senz’altro affermare che se il Partito Sardo d’Azione ha resistito ma ha comunque subito la nefasta influenza del PCI italiano e la conseguente eredità ideologica della sinistra italiana (a sua volta assimilata da vaste aree indipendentiste), alcune componenti di Fortza Paris hanno assunto in pieno il costume ideologico della vecchia DC con la sua classica intelaiatura clientelare nel territorio determinata da un opportunismo di maniera, destinato a sacrificare gli interessi collettivi in nome di quelli particolaristici. In buona sostanza, la politica a cui guarda Onida non sarebbe poi tanto diversa dalla sua contestazione alle divisioni del sardismo, a loro volta infatti determinate da interessi di questo o quel leader, per i quali la difesa della Sardegna non è altro che un mero esercizio retorico con cui giustificare il proprio tornaconto.
Sul piano pratico, non di rado i procacciatori di voti di questo o quel partito sardista provengono dalla vecchia struttura democristiana capillarizzata nelle coscienze e nelle strette di mano di tanti buoni padri di famiglia. Anche in questo caso il nuorese rimane un punto di eccellenza nell’analisi di queste dinamiche.
E’ proprio in questo impoverimento culturale tutto italiano che si creano le basi in Sardegna della conservazione e del trasformismo politico, un fenomeno che finisce inevitabilmente per accantonare le necessità territoriali e che formalmente viene presentato come la necessità di salvaguardare i più vasti interessi “nazionali” dell’Italia. Interessi per la verità piuttosto astratti e virtuali, spesso ostili ai nostri bisogni territoriali. Basti pensare alla costante perdita di denaro della Sardegna ad opera delle manovre finanziarie di questo o quel Governo italiano e l’assoluta indifferenza verso il debito maturato da Roma nei confronti della Regione per quanto riguarda la vertenza fiscale sulle entrate.
Non a caso, come riporta anche il quotidiano La Nuova del 29 agosto scorso, Pasquale Onida avrebbe affermato che: “la situazione nazionale e internazionale impone, in questa fase storica, di accantonare gli interessi specifici della Sardegna per guardare a quelli della nazione”.

Tutto ciò sul lato pratico, al netto dei trasformismi, ha un solo effetto nell’isola: aziende in crisi; disoccupazione; assenza di razionalizzazione delle spese e sprechi, nonché quella costante piaga dell’isola determinata dall’emigrazione giovanile. Per non parlare della mancata valorizzazione del turismo, dell’ambiente e della cultura dell’isola.

Come invertire il trend?
Non ha torto Onida quando vede difficoltoso il vecchio progetto di unire sotto ad uno stesso tetto sensibilità (ed opportunismi) differenti. Ha certamente torto nel momento in cui firma il testamento di un progetto politico al quale aveva dato un contributo per disperderlo proprio verso quel centralismo che rappresenta il centro dei nostri problemi, che quindi aiutiamo a tenere vivi.
Si tratta di un masochismo che si pone ormai fuori da ogni logica di buonsenso e che evidenzia i mali del finto autonomismo sardo da 60 anni a questa parte: la mancanza di polso nel costruire e portare avanti una vera Autonomia. Ma soprattutto la povertà culturale di non capire che solo con la contrapposizione politica allo Stato italiano per riformarlo avremmo potuto tutelare i nostri interessi, piuttosto che omologarci a quelli “nazionali italiani”, ormai in competizione con quelli della Sardegna e del suo Popolo.

Ovviamente l’indipendentismo non è dello stesso avviso di Onida e persiste con difficoltà la battaglia politica per la conquista della sovranità. Un processo tutt’altro che concluso e che giorno dopo giorno sta conquistando sempre più il cuore e le menti di tanti giovani.
Parleremo dei limiti e della frammentazione di questo processo nella seconda parte di questo intervento.

Ci auguriamo che le componenti più avanzate del sardismo, dal Partito Sardo d’Azione, passando per Fortza Paris, i Rossomori (ancorati ad una linea ideologica italianista delle alleanze programmatiche da compiere), fino ai Riformatori, non scordino mai che non possono esistere due livelli differenti di priorità. La Sardegna ha le sue specifiche esigenze territoriali, culturali ed economiche a prescindere dal sentimento nazionalista dei cittadini che vivono o non vivono nella nostra isola. In sintesi: non serve a molto sentirsi italiani se poi Roma contribuisce a creare le condizioni politiche, culturali ed economiche dei ritardi dell’isola. Non si può più spalleggiare Roma in nome di astratti e presunti “interessi nazionali”.
Se una Repubblica (non certo federale) destina più attenzioni ad una qualsiasi parte del suo territorio e meno al nostro, significa che c’è un problema che non è di natura economica ma di natura politica ed istituzionale.
E’ nel quadro di questa consapevolezza che dovrebbe maturare una linea di Responsabilità Natzionale della Sardegna disposta a valutare con attenzione anche le voci che dall’indipendentismo oggi stanno cercando gli spazi per uscire da una stagione di facili slogan privi di contenuti.

Il futuro è nelle riforme, e le riforme si fanno con la costruzione di una politica in cui ideologie, opportunismi e protagonismi sono il nuovo peso morto della storia che dobbiamo lasciarci alle spalle. I movimenti Sardi possono allearsi ma non devono fondersi nei partiti italiani, perché il bipolarismo italiano si combatte con le riforme. Si combatte con la paziente collaborazione tra forze autonomiste (e indipendentiste) consapevoli di dover alimentare un contrasto politico col centralismo italiano.

Vedi Parte 2

Di Corda M. e Bomboi A.

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U.R.N. Sardinnya ONLINE – Nazionalisti Sardi

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