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	<title>Sa Natzione - U.R.N. Sardinnya ONLINE: Think tank d&#039;informazione e critica politica riformista di Sardegna &#187; SA NATZIONE</title>
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	<description>PORTALE di CRITICA, CULTURA, ECONOMIA e COMUNICAZIONE POLITICA RIFORMISTA di SARDEGNA</description>
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		<title>Scozia, Galles e Irlanda del Nord guardano all&#8217;indipendenza nell&#8217;UE. E la Nazione Sarda?</title>
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		<pubDate>Sun, 20 Sep 2026 22:47:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.sanatzione.eu/wp-content/archivio_media/uploads/2026/09/BZ.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-20477" title="bz" src="https://www.sanatzione.eu/wp-content/archivio_media/uploads/2026/09/BZ.jpg" alt="" width="605" height="404" /></a></p>
<p>Mentre l&#8217;indipendentismo sardo si trova, per la maggiore, falcidiato da posizioni rossobrune, euroscettiche, putiniane, complottiste, NIMBY e avverse alla nostra sicurezza, in linea con le idee populiste di Conte e Vannacci, le nazioni celtiche – paradossalmente ammirate dagli stessi movimenti sardi – promuovono invece una piena adesione all&#8217;Unione Europea, al suo piano di riarmo ed agli investimenti.<br />
Un altro mondo rispetto alla nostra deprimente realtà.</p>
<p>Il 14 settembre le tre nazioni hanno sottoscritto l&#8217;Accordo di Cardiff, un memorandum d&#8217;intesa volto a raggiungere gli obiettivi indicati.</p>
<p>Ogni tanto la Storia con la S maiuscola intraprende percorsi inediti e abbastanza ironici, perché se un tempo Londra è stata garante dell&#8217;unità del Regno e argine alla deriva verso posizioni massimaliste, il modello Westminster sopravvissuto alla Brexit non solo non riesce più a garantire il relativo benessere di tutte le nazioni del Regno, ma ha proprio in Inghilterra l&#8217;epicentro di posizioni massimaliste e nazionaliste tendenti ad aggravare ulteriormente la situazione. Mentre i Labour al governo paiono incapaci nell&#8217;arrestare questo declino.</p>
<p>Lo Scottish National Party, più che i fratelli minori gallesi e nordirlandesi, tira le fila di questo cambiamento all&#8217;insegna della responsabilità, in un percorso che nell&#8217;ultimo quindicennio non è stato privo di ostacoli, polemiche, scandali e contraddizioni interne, sino all&#8217;evoluzione attuale.</p>
<p>Ricordiamo alcuni passaggi chiave di questo mutamento, senza andare troppo a ritroso nel tempo:</p>
<p>- 2012, la svolta storica del congresso annuale di Perth del 19 ottobre: con una maggioranza interna di 426 voti, il partito esprime una linea pro-NATO. Una posizione promossa dall&#8217;allora premier scozzese Alex Salmond e dal portavoce alla Difesa Angus Robertson.</p>
<p>- 2016, la Brexit: il 62% degli elettori scozzesi, capitanati dall&#8217;SNP, votano per rimanere nell&#8217;UE, seppur trascinati come Regno Unito fuori dall&#8217;Europa.</p>
<p>- 2022, invasione dell&#8217;Ucraina: persino l&#8217;ala giovanile del partito, <em>Young Scots for Independence</em>, ancora scettica sulla svolta del 2012, si convince della scelta pro-NATO.</p>
<p>- 2024: Alyn Smith, giurista, una delle più eminenti figure dell&#8217;SNP e più volte europarlamentare, pubblica sul <a href="https://www.thenational.scot/politics/24585361.alyn-smith-eu-competitiveness-report-lessons-scotland/" target="_blank">The National</a> una posizione di supporto al report di Mario Draghi orientato a garantire lo sviluppo socio-economico dell&#8217;Unione Europea. Si riconoscono i problemi UE, e si condivide la necessità, non certo di demolirla, ma di perfezionarla. Tra i punti qualificanti della convergenza: la scarsa capacità di valorizzare commercialmente la ricerca scientifica locale, e la necessità di far crescere le imprese affinché possano competere coi big internazionali. Un problema di nanismo aziendale particolarmente sentito anche nella nostra realtà. Tra le poche obiezioni mosse a Draghi: la sua volontà di utilizzare lo strumento del debito comune, ed un modello regolatorio UE scarsamente orientato a creare giganti d&#8217;impresa.</p>
<p>- 2025: il governo scozzese guidato dal leader indipendentista John Swinney abbatte il veto alle fabbriche di armi e riconosce la necessità di tali impianti nel territorio scozzese. E ciò con quattro motivazioni: 1) garantire un approvvigionamento destinato alla sicurezza della Scozia; 2) tutelare l&#8217;indotto occupazionale e sviluppare il know-how tecnologico locale; 3) incrementare gli investimenti economici nel territorio; 4) contribuire alla generale difesa degli alleati internazionali.</p>
<p>- 2026, l&#8217;attuale Accordo di Cardiff: in vista di un prossimo nuovo referendum sull&#8217;indipendenza, per adesso ancora osteggiato da Londra, consolida l&#8217;orizzonte europeo come base di riferimento politica, ideale ed istituzionale. Uniche differenze tra indipendentisti “celtici”? Per i gallesi non c&#8217;è stata una convinta svolta pro-NATO, ma hanno aperto ad una strategica collaborazione col Patto Atlantico, riconoscendone l&#8217;importanza. Mentre i nordirlandesi dello Sinn Féin rimangono ancorati ad una vetusta posizione ideologica sulla materia.</p>
<p><img class="alignleft" src="https://www.sanatzione.eu/wp-content/archivio_media/uploads/2016/05/SaNatzione.eu-URN-Sardinnya-Logo.jpg" alt="" width="196" height="200" />Al di là delle sfumature, si tratta di un generale livello di maturità politica ancora ben lontano dal manifestarsi in Sardegna. E nonostante la diffusa piaga populista italiana, dal centrodestra al centrosinistra, induca il buonsenso a sviluppare anche da noi un&#8217;analoga formula autonomista incentrata sulla responsabilità, sulle riforme e sul futuro dell&#8217;Europa unita.</p>
<p>Ecco il testo del memorandum delle nazioni celtiche:</p>
<p><span style="text-decoration: underline;">Intesa sull&#8217;Autodeterminazione e la Cooperazione</span>.</p>
<p>«<em>Premessa e Contesto Strategico:</em></p>
<p><em>Le nostre nazioni possiedono storie, identità e tradizioni politiche distinte, ma condividiamo la ferma convinzione che i tre popoli che rappresentiamo meritino un’ambizione più grande, maggiori opportunità economiche e una voce più forte nel determinare il proprio futuro.</em></p>
<p><em>Per la prima volta nella storia, i cittadini di queste isole vedono alla guida dei governi di Scozia, Galles e Nord Irlanda dei First Minister tutti congiuntamente impegnati per l&#8217;indipendenza dal Regno Unito. Per le persone che ci osservano attraverso queste isole e in tutto il mondo, non potrebbe esserci un segnale più chiaro: l&#8217;epoca di Westminster sta giungendo al termine.</em></p>
<p><em>Crediamo che vi sia una strada migliore: nazioni che collaborano da pari a pari, condividendo idee e competenze e costruendo relazioni fondate sul rispetto reciproco e su interessi comuni. La spinta politica è dalla parte dei nostri movimenti; crediamo che il cambiamento costituzionale sia ormai inevitabile.</em></p>
<p><em>Ambito di Cooperazione Politica e Democratica:</em></p>
<p><em>1. Economia e Giustizia Sociale.</em><br />
<em> Rifiutiamo il modello economico fallimentare di Whitehall. Ci impegniamo a collaborare e a scambiare soluzioni pratiche per costruire economie produttive e prospere che creino posti di lavoro di qualità, contrastino le disuguaglianze e garantiscano che la ricchezza e le opportunità siano distribuite in modo equo e giusto tra le nostre nazioni.</em></p>
<p><em>2. Europa e Cooperazione Internazionale.</em><br />
<em> La Brexit ha danneggiato le nostre economie e limitato le opportunità per i nostri cittadini. L&#8217;Europa è la nostra casa comune e crediamo che il futuro delle nostre nazioni appartenga all&#8217;Unione Europea. Intendiamo lavorare insieme per ricostruire e rafforzare le relazioni con i partner europei, creando maggiori opportunità di commercio, investimento, scambio culturale e cooperazione.</em></p>
<p><em>3. Autodeterminazione e Democrazia.</em><br />
<em> Le nostre nazioni hanno il diritto inalienabile all&#8217;autodeterminazione. Nessun governo di Westminster ha il diritto di bloccare la democrazia o di minare il principio fondamentale secondo cui saranno i nostri popoli a decidere il proprio futuro.</em></p>
<p><em>Chiediamo formalmente al Governo Britannico di preparare, pianificare e facilitare il percorso verso il cambiamento costituzionale in ciascuna giurisdizione.</em></p>
<p><em>Principi di Azione:</em></p>
<p><em>Riconosciamo che i nostri partiti muovono da posizioni costituzionali specifiche e che ogni nazione determinerà il proprio futuro secondo le proprie modalità e i propri tempi. Ciò che ci unisce è la determinazione nel garantire che la voce delle nostre nazioni sia ascoltata, che i nostri cittadini abbiano l&#8217;opportunità di prosperare e che la cooperazione tra Scozia, Galles e Irlanda sia rafforzata.</em></p>
<p><em>Il futuro deve essere un futuro in cui le nostre nazioni possano cooperare con fiducia, parlare a proprio nome e instaurare relazioni reciproche e con il resto del mondo basate sull&#8217;uguaglianza, sul rispetto e sul beneficio mutuo.</em></p>
<p><em>Il documento di oggi segna un ulteriore e decisivo passo nella costruzione di questa storica cooperazione</em>.»</p>
<p>Firmato a Cardiff il 14 settembre 2026:<br />
- John Swinney (Leader del Scottish National Party);<br />
- Rhun ap Iorwerth (Leader di Plaid Cymru);<br />
- Michelle O&#8217;Neill (Vicepresidente di Sinn Féin);<br />
- Mary Lou McDonald (Presidente di Sinn Féin).</p>
<p><a href="https://www.sanatzione.eu/wp-content/archivio_media/uploads/2026/09/URN-Sardinnya-Esteri-Le-Nazioni-celtiche-promuovono-UE-e-NATO.pdf" target="_blank">Scarica questo articolo in PDF</a></p>
<p><strong>U.R.N. Sardinnya ONLINE</strong></p>
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		<title>Ad 80 anni dagli Accordi Gruber-De Gasperi il ricordo dei caduti sardi</title>
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		<pubDate>Sat, 12 Sep 2026 08:19:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Si celebrano quest&#8217;anno gli accordi austro-italiani che portarono all&#8217;Autonomia del Sudtirolo, ma al di là delle legittime battaglie per l&#8217;autodeterminazione, su cui crediamo, è bene ricordare anche la stagione del terrorismo altoatesino, da condannare, e i caduti sardi che ne furono loro malgrado protagonisti. Di Gianraimondo Farina. In questi giorni il Trentino Alto Adige è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="color: #0000ff;"><em><a href="https://www.sanatzione.eu/wp-content/archivio_media/uploads/2026/09/Flugzettel.png"><img class="aligncenter size-full wp-image-20467" title="flugzettel" src="https://www.sanatzione.eu/wp-content/archivio_media/uploads/2026/09/Flugzettel.png" alt="" width="605" height="430" /></a></em></span></p>
<p><span style="color: #0000ff;"><em>Si celebrano quest&#8217;anno gli accordi austro-italiani che portarono all&#8217;Autonomia del Sudtirolo, ma al di là delle legittime battaglie per l&#8217;autodeterminazione, su cui crediamo, è bene ricordare anche la stagione del terrorismo altoatesino, da condannare, e i caduti sardi che ne furono loro malgrado protagonisti.</em></span></p>
<p><span style="color: #0000ff;"><em>Di Gianraimondo Farina.</em></span></p>
<p>In questi giorni il Trentino Alto Adige è in fermento. Si ricordano gli ottant&#8217;anni dalla firma degli accordi di Parigi fra Italia ed Austria. Accordi che definiranno i primi aspetti di un&#8217;autonomia speciale. Più speciale delle altre due regioni- isole per cui già si stava procedendo in quel periodo. Era il 1946. Perché, sebbene fortemente identitarie, per storia, tradizioni e cultura, Sardegna e Sicilia non hanno mai avuto  Stati stranieri &#8220;alle spalle&#8221; che, direttamente o indirettamente, orientassero e rimodulassero la loro specificità. Non così per il Trentino Alto Adige/SudTirolo. E, se vogliamo essere ancora più &#8220;estensivi&#8221; , per certi versi, questo potrebbe valere anche per la Val d&#8217;Aosta ed il Friuli Venezia Giulia, avendo, direttamente o indirettamente, Francia e Slovenia &#8220;alle spalle&#8221;.<br />
Ma, nel caso delle due province autonome, il discorso è differente. Si tratta di un&#8217;autonomia, indubbiamente, &#8220;forte”, radicata su un accordo internazionale, quello tra Italia ed Austria stipulato proprio il 5 Settembre 1946 a Parigi, all&#8217;indomani della fine del secondo conflitto mondiale, dell&#8217;elezione della Costituente e della scelta repubblicana. Tutti aspetti di non poco conto e da considerare. La cosiddetta autonomia altoatesina, o sudtirolese che dir si voglia, si fonda là. E quella trentina, ad essa connessa indirettamente, ne è una conseguenza. Al di là delle giuste motivazioni sociali, culturali e linguistiche che ora rappresentano l&#8217;humus di una pacifica convivenza fra italiani, tedeschi e ladini. Un momento, senza dubbio, solenne, teso a rimarcare la forza della democrazia italiana, giunto, di recente, all&#8217;approvazione del terzo Statuto di Autonomia per le due Province Autonome, delineante nuovi e più estesi ambiti. Ma senza dimenticare la sanguinosa memoria storica che, a partire dal 1956, per oltre un decennio, ha accompagnato la cosiddetta &#8220;cospirazione dei tralicci&#8221; contro lo Stato Italiano. Proprio in Alto Adige, con l&#8217;irrompere del movimento separatista radicale Befreiungsausschuss Sudtirol (BAS). Fu una stagione di attentati dinamitardi che provocò numerose vittime (come la strage di Cima Vallona) e terminò con l&#8217;introduzione del &#8220;Pacchetto di misure a tutela delle minoranze&#8221;.</p>
<p><a href="https://www.sanatzione.eu/wp-content/archivio_media/uploads/2026/09/Falqui.png"><img class="alignright size-full wp-image-20468" title="falqui" src="https://www.sanatzione.eu/wp-content/archivio_media/uploads/2026/09/Falqui.png" alt="" width="250" height="297" /></a>Pochi sanno, però, che questa &#8220;stagione&#8221; iniziò con un martirio di un giovane finanziere sardo. Era la notte del 15 Agosto di settant&#8217;anni fa.  A dieci anni esatti dal primo Accordo sull&#8217;Autonomia. Il suo nome era Raimondo Falqui. Era di Lula (Nuoro) ed aveva poco più di 22 anni. Era in servizio presso la caserma di Fundres, frazione di Vandoies. È una notte chiara, e sul greto del ruscello di quel villaggio, la mattina del 16 agosto, verrà ritrovato il suo corpo agonizzante, vittima, come appurato, di precedenti brutali percosse. La morte sopraggiungerà di li a poco, suscitando profonda commozione. Perché ne scriviamo dunque? Perché mi è capitato, proprio quest&#8217;anno, a Nùoro, proprio ad agosto, in occasione dei festeggiamenti per il Redentore, passare davanti ad un monumento particolare. A quasi settant&#8217;anni esatti da quei tragici fatti. È stato domenica 23 Agosto, ai Giardini Pubblici. Mentre tutti erano presi ed assortiti, giustamente, dai balli e dalle presentazioni dei gruppi del Festival Regionale del Folklore, il mio sguardo curioso giornalistico era &#8220;distratto&#8221; da una &#8220;strana&#8221; scultura eretta davanti al comando provinciale della Guardia di Finanza, proprio nei giardini. Un monumento che, magari, come è successo in altre occasioni in cui vi sono passato, non mi aveva colpito. Ora, però, invece no. Perché questo monumento? Perché in Sardegna e perché proprio a Nuoro? Raimondo Falqui era sardo, un giovane finanziare, a sua insaputa, martire. Barbaramente trucidato la notte tra il 15 ed il 16 agosto 1956, in un&#8217;osteria altoatesina di Fundres, poco dopo le 23. I &#8220;fatti di Fundres&#8221;, cosiddetti, daranno inizio alla ricordata ventata &#8220;separatista&#8221; di quelle valli, sul sangue innocente sardo. Falqui aveva 22 anni, era di Lula, e credeva in quello che faceva. Assieme a lui il finanziere lombardo, entrambi in libera uscita quella notte. Notte che finirà nel sangue, per una rissa causata dai giovani del luogo contro i due finanzieri italiani. Iniziata nell&#8217;osteria e finita la mattina del sedici seguente sul greto del fiume. Vennero fatti oggetto di scherno da parte dei giovani avventori locali del luogo. Raccontano le cronache del tempo che ai due veniva quasi impedito di uscire da parte di alcuni locali, solo a fatica i finanzieri riuscirono a guadagnare l&#8217;uscio e dopo che Falqui aveva ricordato al titolare come si fosse da tempo andati oltre l&#8217;orario di chiusura. I momenti successivi sono ben documentati anche dall&#8217;opera del capitano delle fiamme gialle Gerardo Severino, interamente dedicata al sacrificio del finanziere lulese. Opera che, proprio in quest&#8217;occasione andrebbe ripresa e riletta. Dal titolo profondo ed emblematico: Le prime gocce&#8230; . Ricordo di Raimondo Falqui, un finanziere caduto per l&#8217;Italia (1934- 1956).  Libro uscito nel 2013 per la Carlo Delfino di Sassari e basato su un&#8217;attentissima ricognizione documentaria. Da ottimo storico militare, Severino, ha tolto dall&#8217;oblio la figura di Raimondo Falqui, oblio voluto e tenuto nascosto per non urtare certi &#8220;sentimenti&#8221;. E che anche ora sembrerebbe ritornare. Per via di un latente, ipocrita e fuorviante &#8220;pacifismo&#8221; che predicherebbe una giusta riconciliazione in quelle valli. Senza però fare i conti con la storia recente, fatta di attentati e di sangue innocente. A partire da quella tragica notte di ferragosto di settant&#8217;anni fa, quando un giovane figlio di Sardegna, appena ventiduenne, venne ucciso barbaramente a bastonate a Fundres da un gruppo di giovani estremisti locali.</p>
<p><img class="alignleft" src="https://www.sanatzione.eu/wp-content/archivio_media/uploads/2016/05/SaNatzione.eu-URN-Sardinnya-Logo.jpg" alt="" width="196" height="200" />Quale era la colpa di Raimondo Falqui? Quella di rappresentare le leggi dello Stato, prima vittima innocente di una lunga scia di sangue che, nel giro di qualche decennio, purtroppo percorrerà la regione ed , in particolar modo, l&#8217; Alto Adige. L&#8217; opera meritoria di Severino, dunque, è stata quella di aver dato luce ad una storia che ha raccontato &#8220;le prime gocce&#8221; di sangue innocente versate per quest&#8217;autonomia che ora si vuole, giustamente, festeggiare e ricordare. Dimenticando, però, che essa si &#8220;fonda&#8221; anche su sangue sardo. E Severino ci racconta tutti quei drammatici momenti successivi in quell&#8217;osteria di Fundres, prima opportunamente nascosti e misconosciuti, ora sapientemente disvelati e da far conoscere alla pubblica opinione. Raimondo Falqui fu inseguito, raggiunto e finito a sprangate da una furia omicida mai vista. Il commilitone lombardo riuscirà a salvarsi e testimonierà la brutale fine del giovane finanziare sardo. I responsabili dell&#8217;efferato omicidio se la caveranno, poi, con lievi condanne. Nessuno con l&#8217;ergastolo. Era il cosiddetto &#8220;processo ai Pfunderer Buibm&#8221; , ossia a diversi giovani della valle rinviati a giudizio per l&#8217;omicidio di Raimondo Falqui. Nessuno pagherà degnamente. Nonostante i più alti riconoscimenti dati alla memoria di Falqui dal presidente Napolitano, come la medaglia al valore civile ed i monumenti, le vie e le caserme a lui dedicate. Ora la salma riposa a Lula. Il silenzio, però, sul suo brutale martirio, sembra si sia nuovamente &#8220;reimpossessato&#8221; delle menti. Soprattutto di coloro che, in questi tempi, in Trentino ed in Alto Adige si stanno occupando di organizzare una festa &#8220;pattinata&#8221; dell&#8217;autonomia, relegando al nulla il ricordo del sacrificio del giovane finanziere.  Oblio anche per quel passaggio del suo epitaffio funebre, ben scolpito nel monumento in basalto di Nuoro che, con quanta più attualità cita: (&#8230;) barbaramente trucidato da proditoria e vile azione terroristica (&#8230;)&#8221;. Un&#8217; epigrafe, la stessa, per la verità, voluta per tutte le diciassette vittime di quella triste stagione, di cui sei finanzieri, e di questi ben tre sardi: oltre Falqui, Salvatore Cabitta di Porto Torres e Martino Cossu di Luogosanto. Una ferita ancora aperta. Come ha scritto di recente sempre Severino per Reportdifesa.it, “si voleva colpire la Guardia di Finanza da parte di un movimento separatista che era sostenuto e foraggiato da ambienti neo-nazisti di oltralpe e che operava attraverso fuoriusciti alto-atesini”. Fuoriusciti che, a partire proprio  dal 1956, effettuarono attentati, inizialmente facendo saltare tralicci dei cavi elettrici ad alta tensione, infrastrutture pubbliche e simboli dell’italianità di quelle terre e, successivamente, decisero di attaccare singoli militari dell’Esercito e delle Forze di Polizia. Perché, dunque, Raimondo Falqui? Perché la Guardia di Finanza? “Perché essa era capillarmente presente nella provincia di  Bolzano”- ha scritto sempre l’ufficiale storico delle Fiamme Gialle- “in ragione dei propri compiti di controllo militare e fiscale della frontiera”. E perché, soprattutto, rappresentava una delle funzioni dello Stato che, agli occhi degli elementi anti-italiani, era la più odiosa, cioè l’accertamento dei tributi ed il contrasto all’evasione fiscale.</p>
<p>Gli ottant’anni della prima autonomia del Trentino Alto Adige, pertanto, ricadono anche in concomitanza, non solo con i settant’anni dal martirio del finanziere sardo Raimondo Falqui, ma anche con i sessanta dall’eccidio di Malga Sasso, la cui stazione delle fiamme gialle venne del tutto fatta saltare in aria, con, fra le altre, un’altra vittima sarda, il già ricordato Martino Cossu. A questo punto, affinché un anniversario come questo abbia veramente valore, sarebbe necessaria una vera opera di riconciliazione e di riconoscimento. “I paesi natali delle diciassette vittime dei militari italiani”- ha osservato sempre Severino &#8211; “lo hanno fatto da tempo”. Con la Sardegna sempre “in prima linea”, con caserme, vie, piazze dedicate a questi servitori dello Stato. A mancare, invece, è ancora l’altra parte, quella tirolese.  Quelle popolazioni che, pur facendo parte della Repubblica Italiana e che “offrono” agli italiani solo pacchetti turistici, non hanno mai ritenuto doveroso ricordare i caduti come Raimondo Falqui, le vittime di quella triste stagione. L’autonomia si costruisce non solo sapendo amministrare le risorse offerte da Roma, ma creando ponti di dialogo. In questi luoghi, purtroppo, non si avverte la necessità di un tale processo, soprattutto di “gettare ponti” con i paesi natali delle vittime. Ricordare l’Autonomia ed i grandi ed indiscussi privilegi economici che all’Alto Adige ne sono spettati, sarebbe anche il momento, per le sue genti, per la sua politica locale, legittimamente inquadrati e tutelati dentro i confini della Repubblica italiana, per trarne questo insegnamento: non sentirsi parte di un paese solo per la gestione del residuo fiscale. Autonomia vuol dire, quindi, fare seriamente i conti con la propria storia, col proprio passato. Anche con le sue pagine più nere e controverse, come il sacrificio innocente dei caduti.  E ad ottant&#8217;anni da una specialità che, oggi più che mai, ha bisogno non solo di progetti e riforme, ma anche di testimonianze e di un serio e costruttivo confronto. Per non dimenticare.</p>
<p><strong>Redazione SANATZIONE.EU</strong></p>
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		<title>Caro carburanti: La leggenda delle accise Saras sulla produzione</title>
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		<pubDate>Wed, 26 Aug 2026 19:21:26 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[La guerra in Iran ha immancabilmente contribuito a generare un rialzo dei prezzi del carburante, soprattutto il diesel, necessario per tutte quelle attività produttive i cui trasporti sono una componente imprescindibile del proprio business. Gli effetti di questi costi sono resi ancor più gravi in un paese come l&#8217;Italia, in cui le accise rappresentano una [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.sanatzione.eu/wp-content/archivio_media/uploads/2026/08/Carburante.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-20456" title="carburante" src="https://www.sanatzione.eu/wp-content/archivio_media/uploads/2026/08/Carburante.jpg" alt="" width="605" height="425" /></a></p>
<p>La guerra in Iran ha immancabilmente contribuito a generare un rialzo dei prezzi del carburante, soprattutto il diesel, necessario per tutte quelle attività produttive i cui trasporti sono una componente imprescindibile del proprio business.<br />
Gli effetti di questi costi sono resi ancor più gravi in un paese come l&#8217;Italia, in cui le accise rappresentano una componente di peso nella formulazione del prezzo finale ai consumatori.</p>
<p>E in Sardegna è tornata di moda una vecchia leggenda metropolitana: l&#8217;idea che in qualche modo lo Stato stia “fregando ai sardi” le accise generate dalla produzione del petrolchimico Saras di Sarroch.</p>
<p>Iniziamo col dire che non c&#8217;è alcun complotto contro i sardi e nessuno sta sottraendo loro risorse al riguardo.</p>
<p>Il motivo è molto semplice: le “accise alla produzione”, pretese da molti indipendentisti, non esistono né in tutta Italia e né in Europa. Ed ovviamente nessun&#8217;altra raffineria italiana o straniera paga delle fantomatiche “accise alla produzione”.</p>
<p>Le leggi sono molto chiare: sia il <span style="text-decoration: underline;">Testo Unico delle Accise (D.Lgs. 504/1995)</span>, e successive modificazioni, e sia la <span style="text-decoration: underline;">Direttiva UE 2020/262</span>, con particolare riferimento alla <span style="text-decoration: underline;">Direttiva 2003/96/CE sui prodotti energetici</span>, precisano che l&#8217;accisa non si paga nel<br />
luogo in cui la risorsa viene estratta, lavorata o prodotta, ma esclusivamente nel luogo in cui il carburante viene immesso in consumo.</p>
<p>L&#8217;accisa è un&#8217;imposta che si manifesta unicamente nel luogo in cui il prodotto della raffinazione si mette in vendita, come per esempio nei distributori di carburante.</p>
<p>Questo vale per i sardi, per i siciliani (che a loro volta ospitano siti di raffinazione), e per tutti i cittadini delle regioni interessate dalla presenza di infrastrutture dedite alla lavorazione degli idrocarburi.</p>
<p>Pertanto, benché l&#8217;imposta nasca virtualmente nel momento della produzione, questa diventa concretamente esigibile solamente nel momento della vendita. Tutti i precedenti passaggi e trasporti vari, tra raffinerie e depositi fiscali, sia in Italia che in Europa, sono coperti da “sospensione dell&#8217;imposta”. Ossia, si tratta di fasi in cui non può essere pagata tale imposta. Ed ovviamente, nel nostro caso, il prodotto si esporta e si vende per la maggior parte oltre il solo piccolo mercato sardo, lasciando alla Regione Autonoma la sola propria quota regionale dei 9/10&#8242; di introiti che lo Statuto speciale sardo ci consente di trattenere. Sono i soldi derivanti dai consumatori locali e dai turisti che ogni anno si recano alla pompa nelle nostre stazioni di servizio.</p>
<p><img class="alignleft" src="https://www.sanatzione.eu/wp-content/archivio_media/uploads/2016/05/SaNatzione.eu-URN-Sardinnya-Logo.jpg" alt="" width="196" height="200" />Come aggirare questo presunto limite per ottenere pure i soldi di ciò che viene venduto nella penisola e nel resto d&#8217;Europa?</p>
<p>E qui arriviamo alla proposta degli amici indipendentisti di “A innantis”, secondo cui esisterebbe un sistema per aggirare tale normativa: Cherchi propone che la Saras “<em>dichiari tranquillamente il prodotto in commercio prima di imbarcarlo sulle navi.[...] Non c’è una norma che obblighi a farlo. Ma nemmeno che impedisca di farlo. […] Si tratta di anticipare la dichiarazione in commercio sull’isola, prima che i prodotti prendano il mare.</em>”</p>
<p>Sembra una bella favola, ma nel mondo reale non è possibile per alcune ragioni alquanto ovvie: per esempio, il proponente confonde “messa in commercio” con “immissione al consumo”. Ma un deposito a Sarroch non potrà mai dichiarare “in commercio” una nave di benzina in partenza per la penisola o per la Spagna, perché tecnicamente questa sarebbe già “immessa al consumo” in Italia.</p>
<p>Cosa significa esattamente?</p>
<p>Due ulteriori cosucce, forse di non poco conto:</p>
<p>- la prima è che la Saras, o qualsiasi altra raffineria e i loro clienti che dovessero avviare una simile iniziativa, andrebbero presto in bancarotta, perché:<br />
A) l&#8217;azienda dovrebbe pagare le imposte per un prodotto che non ha ancora venduto, magari profetizzando quando, quanto e quanti automobilisti useranno il suo carburante. E tutto ciò sborsando centinaia di milioni di euro con mesi di anticipo rispetto alla vendita finale del prodotto.<br />
B) Inoltre, i distributori che acquistano da Saras il carburante andrebbero anche loro in rovina, dovendo sborsare più soldi per ottenere il prodotto già compreso di accisa. Ed è ovvio che, per evitare il problema, costoro si rivolgerebbero a terze raffinerie che non praticano tale follia, abbandonando la Saras al proprio destino.</p>
<p>- La seconda motivazione è che, per esempio, il carburante esportato in Spagna diventerebbe invedibile e più costoso. Perché oltre alle accise italiane “già pagate”, si sommerebbero quelle dello Stato spagnolo, rendendo ogni litro alla pompa decisamente più oneroso di quello prodotto dai concorrenti. Bisogna infatti considerare che ogni Stato pratica un proprio regime di accise, ed è una delle ragioni per cui si effettua la sospensiva dell&#8217;accisa durante il trasporto verso il mercato di destinazione, per non parlare delle dogane nei mercati extra-UE.</p>
<p>In conclusione, A Innantis, ma anche SNI e Mauro Pili che trattarono il tema, dovrebbero pertanto orientare la loro comunicazione politica nella (legittima) pretesa di far ottenere ai sardi prezzi più bassi, in ragione dei costi ambientali decisamente presenti nel nostro territorio per tali siti produttivi, ma evitando questi improbabili giochini delle tre carte.</p>
<p>Per risollevare le sorti dell&#8217;isola non esistono trucchetti o ricette magiche, esiste solamente un&#8217;ardua strada costellata di riforme molto serie che non possiamo evitare: una riforma della scuola, una riforma del fisco, della burocrazia e di altri settori che incidono nella bassa produttività e nell&#8217;incompetenza del nostro tessuto aziendale, e della sua scarsa capacità di creare ricchezza.</p>
<p>Tutto il resto sono favole, e perdite di tempo ed energie dietro battaglie populiste e immaginarie, che purtroppo a noi sardi piacciono tantissimo.</p>
<p>Di questa e altre mitologie ne ho già ampiamente parlato nel libro “<a href="https://www.saribs.it/scheda.asp?id=SBS-978-88-7356-332-7&amp;ver=it&amp;currency=eur" target="_blank">Problemi economico-finanziari della Sardegna. L&#8217;isola può farcela da sola?</a>” (Condaghes, Cagliari 2019). Ne consiglio la lettura a chi ancora non l&#8217;avesse fatto, è la prima e rimarrà per lunghi anni a venire una bussola per l&#8217;agenda delle riforme da portare avanti. Soprattutto un vademecum per separare i luoghi comuni dalla serietà delle iniziative politiche che dobbiamo intraprendere.</p>
<p><span style="color: #0000ff;"><em>Adriano Bomboi.</em></span></p>
<p><a href="https://www.sanatzione.eu/wp-content/archivio_media/uploads/2026/08/URN-Sardinnya-Sa-Natzione-La-leggenda-delle-accise-Saras-alla-produzione.pdf" target="_blank">Scarica questo articolo in PDF</a></p>
<p><strong>U.R.N. Sardinnya ONLINE</strong></p>
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		<title>Agroalimentare: il Gambero Rosso prende un granchio</title>
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		<pubDate>Wed, 26 Aug 2026 15:39:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La celebre rivista enogastronomica italiana parla della nascita di una “Via della panada” in Sardegna, dedicata all&#8217;omonimo piatto tipico sardo, ma esiste già da tempo, e con tanto di studi scientifici alle spalle. L’antropologa Veronica Matta e il suo gruppo di ricerca contestano la ricostruzione proposta dal Gambero Rosso nell&#8217;articolo di Giulia Salis pubblicato il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.sanatzione.eu/wp-content/archivio_media/uploads/2026/08/Sa-Panada-e-il-Gambero-rosso.png"><img class="aligncenter size-full wp-image-20449" title="sa-panada-e-il-gambero-rosso" src="https://www.sanatzione.eu/wp-content/archivio_media/uploads/2026/08/Sa-Panada-e-il-Gambero-rosso.png" alt="" width="605" height="271" /></a></p>
<p>La celebre rivista enogastronomica italiana parla della nascita di una “Via della panada” in Sardegna, dedicata all&#8217;omonimo piatto tipico sardo, ma esiste già da tempo, e con tanto di studi scientifici alle spalle.</p>
<p>L’antropologa Veronica Matta e il suo gruppo di ricerca contestano la ricostruzione proposta dal Gambero Rosso nell&#8217;articolo di Giulia Salis pubblicato il 23 agosto e dedicato alla panada sarda.</p>
<p>Al centro della contestazione c’è soprattutto il riferimento alla nascita di una “Via della Panada” tra Assemini, Cuglieri e Oschiri. Secondo Matta e gli altri studiosi coinvolti nel progetto, quel percorso non rappresenta una nuova iniziativa, ma il risultato di un lavoro avviato molti anni fa attraverso l’inchiesta antropologica Panada on the road, i convegni scientifici, gli incontri con le comunità, le testimonianze raccolte e le attività di valorizzazione sviluppate nel territorio.<br />
“Quella Via l’abbiamo già fatta nascere noi, molti anni fa – sottolinea Matta –. È nata dalla ricerca Panada on the road, dal lavoro antropologico, dagli incontri con le comunità, dalle testimonianze raccolte, dai viaggi, dai progetti e dalle relazioni costruite nel tempo”. Il collegamento tra Assemini, Cuglieri e Oschiri, spiegano i ricercatori, è uno degli esiti centrali di quel percorso. Un progetto che, secondo il gruppo, era già stato elaborato, presentato pubblicamente e documentato dalla stampa, oltre a essere stato inserito nel portale Sardegna Turismo.<br />
“Non è un’idea. È una storia. E quella storia ha nomi, date, documenti e persone”, afferma Matta.</p>
<p><img class="alignleft" src="https://www.sanatzione.eu/wp-content/archivio_media/uploads/2016/05/SaNatzione.eu-URN-Sardinnya-Logo.jpg" alt="" width="196" height="200" />La richiesta di rettifica riguarda anche altri aspetti dell’articolo, che il gruppo chiede di verificare alla luce delle fonti precedenti: la mancata attribuzione della ricerca Panada on the road, il percorso che ha portato la panada di Cuglieri al riconoscimento come Prodotto agroalimentare tradizionale, la ricostruzione del culto di Santa Maria de la Panada e alcuni aspetti terminologici legati alla tradizione linguistica sarda.<br />
Rilievi che, precisano le ricercatrici, fanno parte di una questione più ampia: il riconoscimento delle fonti e della ricerca già svolta. “Ci ha lasciate incredule – commenta Rita Fenu, storica partner del progetto fin dalle prime iniziative. “Siamo rimaste basite leggendo che la Via della Panada starebbe nascendo oggi – afferma Fenu –. Dietro quel progetto ci sono anni di lavoro, persone, comunità, testimonianze e relazioni costruite nel tempo”.<br />
Con loro anche Sonia Angotzi, imprenditrice ed esponente di una nuova generazione impegnata nella valorizzazione della panada cuglieritana. “Noi raccogliamo oggi un’eredità costruita negli anni – dice Angotzi –. Il lavoro di ricerca e documentazione che ci ha preceduto è parte della storia che continuiamo a portare avanti”.</p>
<p>L’inchiesta Panada on the road, avviata da Matta come ricerca antropologica, è successivamente diventata un saggio dedicato alla panada e ai suoi legami culturali nel Mediterraneo, nato anche dal percorso di studi e dai convegni realizzati in Sardegna. “Non contestiamo a nessuno il diritto di raccontare la panada – conclude Matta –. Chiediamo semplicemente che venga riconosciuto il lavoro di chi quella storia l’ha costruita e documentata”. Il gruppo di ricerca ha chiesto al Gambero Rosso una rettifica e una verifica delle fonti. Al centro resta una precisazione: “La Via della Panada non sta nascendo. Ha già una storia”.</p>
<p><strong>Redazione SANATZIONE.EU</strong></p>
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		<title>Dal Trentino storica picconata allo Stato centrale, un esempio per tutti</title>
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		<pubDate>Thu, 20 Aug 2026 20:43:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Arriva il “principio dell&#8217;Intesa”: il Trentino-Alto Adige Sudtirol ha ottenuto una storica riforma autonomistica che riaccende le speranze federaliste per una futura riforma dello Stato. Mentre le attenzioni mediatiche dell&#8217;Italia erano tutte rivolte a faccende di secondo piano, dal caso Ranucci all&#8217;immobilismo della giunta 5 Stelle sarda, e l&#8217;indipendentismo sardo inseguiva delle pale eoliche, a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.sanatzione.eu/wp-content/archivio_media/uploads/2026/08/TAAS.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-20438" title="taas" src="https://www.sanatzione.eu/wp-content/archivio_media/uploads/2026/08/TAAS.jpg" alt="" width="605" height="402" /></a></p>
<p>Arriva il “principio dell&#8217;Intesa”: il Trentino-Alto Adige Sudtirol ha ottenuto una storica <a href="https://www.sanatzione.eu/wp-content/archivio_media/uploads/2026/08/TAAS-Contenuti-della-riforma-ITA.pdf" target="_blank">riforma</a> autonomistica che riaccende le speranze federaliste per una futura riforma dello Stato.</p>
<p>Mentre le attenzioni mediatiche dell&#8217;Italia erano tutte rivolte a faccende di secondo piano, dal caso Ranucci all&#8217;immobilismo della giunta 5 Stelle sarda, e l&#8217;indipendentismo sardo inseguiva delle pale eoliche, a Trento e Bolzano si siglava con Roma la prima destrutturazione del potere centrale.</p>
<p>Di cosa si tratta esattamente?</p>
<p>La novità non riguarda tanto le seppur importanti conquiste di nuove competenze in materie quali la tutela ambientale, il commercio e la valorizzazione delle minoranze linguistiche, quanto, notate bene, la limitazione delle prerogative statali nella vita giuridica e politica dell&#8217;autonomia territoriale.</p>
<p>Per la prima volta nella storia d&#8217;Italia è divenuto operativo il principio dell&#8217;intesa, che introduce un vero e proprio diritto di veto dell&#8217;Autonomia rispetto alle scelte dello Stato centrale.</p>
<p>Per capirne meglio la portata e i contenuti è necessario un piccolo excursus giuridico: lo scorso 23 giugno è entrata in vigore la Legge Costituzionale n. 2/2026 (&#8220;<em>Modifiche allo Statuto speciale per il Trentino-Alto Adige/Südtirol</em>&#8220;).</p>
<p>Al suo interno è stato reso operativo il principio dell&#8217;Intesa, introdotto, è bene precisare – più simbolicamente che sostanzialmente – nel lontano 2001, con l&#8217;allora riforma del Titolo V° della Costituzione, vedasi art. 116, comma terzo.</p>
<p>Con l&#8217;introduzione della clausola dell&#8217;intesa, la modifica dello Statuto richiede l&#8217;effettivo consenso degli organi territoriali (il Consiglio regionale del Trentino-Alto Adige e i Consigli provinciali di Trento e Bolzano). Di conseguenza, attenzione: oggi il Parlamento centrale non può più ridurre unilateralmente i livelli di autonomia senza l&#8217;accordo locale.</p>
<p>Cosa cambia dunque rispetto al passato?</p>
<p>Che il principio della sovranità inizia ad assumere concretamente basi condivise, perché se prima l&#8217;audizione delle autonomie territoriali era puramente consultiva, oggi diventa obbligatoria e vincolante, in quanto il loro consenso cancella l&#8217;unilateralità del legislatore statale. Lo Stato non potrà più procedere autonomamente rispetto alla volontà delle istituzioni locali.</p>
<p>Il lettore più attento avrà intuito che questo nuovo potere consentirà pure di superare più agevolmente lo scoglio della Corte Costituzionale di fronte a determinate controversie.</p>
<p>I nuovi poteri inoltre, nella fattispecie, si articolano su tre nuovi pilastri:</p>
<p>1. Eliminazione del limite delle &#8220;norme fondamentali delle riforme economico-sociali della Repubblica&#8221;.<br />
Come funzionava prima: Tradizionalmente, le leggi provinciali approvate nelle materie di competenza autonoma dovevano comunque rispettare i principi posti dalle leggi di riforma economico-sociale dello Stato. Questo rappresentava un forte vincolo, poiché lo Stato poteva limitare l&#8217;autonomia locale semplicemente qualificando una nuova legge statale come &#8220;riforma economico-sociale&#8221;.<br />
Cosa cambia adesso: Questo limite viene completamente eliminato. Lo Stato non potrà più usare la leva delle riforme economico-sociali per imbrigliare o scavalcare l&#8217;autonomia legislativa della Provincia.<br />
2. Riduzione del limite dei &#8220;principi dell&#8217;ordinamento giuridico&#8221; ai &#8220;principi generali&#8221;.<br />
Come funzionava prima: La Provincia doveva conformarsi all&#8217;insieme indistinto dei &#8220;principi dell&#8217;ordinamento giuridico dello Stato&#8221;, una nozione molto ampia che consentiva spesso alla Corte Costituzionale di annullare leggi provinciali ritenute non in linea con norme dello Stato.<br />
Cosa cambia adesso: Il vincolo viene circoscritto e ridotto ai soli &#8220;principi generali&#8221;. Si tratta di una formulazione più restrittiva e meno invasiva, che lascia maggiore margine di manovra e flessibilità al legislatore provinciale per approvare norme a misura del proprio territorio.<br />
3. Definizione della competenza primaria come &#8220;esclusiva&#8221;.<br />
Come funzionava prima: La potestà legislativa provinciale veniva solitamente definita come &#8220;potestà primaria&#8221;.<br />
Cosa cambia adesso: La competenza primaria viene esplicitamente qualificata dal punto di vista giuridico come &#8220;esclusiva&#8221;. Questo rafforza l&#8217;idea che, nelle materie di propria spettanza (come quelle elencate negli altri punti della riforma, ad esempio ambiente o commercio), la Provincia ha un dominio riservato e pieno in cui la legge statale ordinaria non può intervenire.</p>
<p>Tutto bene dunque?</p>
<p><img class="alignleft" src="https://www.sanatzione.eu/wp-content/archivio_media/uploads/2016/05/SaNatzione.eu-URN-Sardinnya-Logo.jpg" alt="" width="196" height="200" />Non proprio. Per due ordini di motivi: uno attinente alla cultura statale, ed uno attinente alla cultura del regionalismo italiano.</p>
<p>Il primo è chiaro a tutti, Roma è ancora ben lontana dall&#8217;immaginare una riforma dell&#8217;architettura dello Stato in chiave federale, anche se oggi ne ha posato un primo piccolo mattone.<br />
La cultura politica centralistica affonda le radici nella storia del nostro Paese e, per la maggiore, continua a prevalere l&#8217;idea che il successo delle nostre comunità passi inevitabilmente da uno Stato centrale forte in grado di coordinare ed imporsi nelle articolazioni periferiche. Queste ultime interpretate non come entità territoriali da valorizzare nella loro diversità, ma da omogeneizzare al centro. Un retaggio ottocentesco del nazionalismo italiano, come se da Bolzano a Lampedusa potessero funzionare ricette identiche partorite a Roma: fiscalità, contrattazioni collettive, ecc.</p>
<p>Il secondo attiene alla cultura politica delle classi dirigenti operanti nelle nostre regioni, che non vanno interpretate come un corpo distinto rispetto a quelle centrali, ma ne sono conseguenza e complemento.</p>
<p>In altri termini, non ignoriamo che oggi parte dei gravi problemi dell&#8217;Italia non derivano unicamente dalle scarse riforme centrali, incluse quelle mancate nella riqualificazione della spesa pubblica, ma nell&#8217;azione delle inefficienti e assistenziali politiche regionali.</p>
<p>La Sardegna esprime al meglio tutta l&#8217;evidenza di questo deficit di sviluppo, poiché la sua classe dirigente, di destra e sinistra, appare culturalmente protesa – non a lavorare su politiche di crescita della ricchezza e di limitazione dei trasferimenti di risorse dal centro – ma appare irresponsabilmente impegnata a conservarne il carattere assistenziale per tutelare il proprio potere.<br />
Uno Stato centrale produce inevitabilmente classi politiche locali deresponsabilizzanti nei confronti di imprese, servizi e cittadini, poiché le seconde non sono strutturalmente obbligate ad operare per un&#8217;allocazione più intelligente, e destinata al libero mercato, delle risorse pubbliche. Basti pensare, un settore su tutti, ai disastri della sanità, tra spaventose voragini di bilancio e pericolosi disservizi per la salute pubblica.<br />
O pensiamo ancora alla diffusa cultura NIMBY, dove le grandi infrastrutture vengono spesso osteggiate in nome di farfugliati particolarismi, ben poco utili sia all&#8217;economia locale che al generale benessere dei popoli della Repubblica.</p>
<p>A ciò si aggiunge anche la totale inconsistenza delle politiche “nazionaliste” locali, nella misura in cui, ben diversamente da catalani o scozzesi, gli esponenti del sardismo e dell&#8217;indipendentismo sardo, come ben osservato da Mario Carboni (PSD&#8217;AZ), tendono ad occuparsi di battaglie di retroguardia al posto di sviluppare un serio percorso riformista di governo.</p>
<p>Oggi l&#8217;azione dei sudtirolesi dimostra che gli spazi e i margini per un sano riformismo di governo esistono. Non è più utopico o improbabile pensare di approcciarsi con profitto alle grandi riforme.</p>
<p><span style="color: #0000ff;"><em>Adriano Bomboi.</em></span></p>
<p><a href="https://www.sanatzione.eu/wp-content/archivio_media/uploads/2026/08/URN-Sardinnya-Lopinione-Lottima-riforma-sudtirolese-dello-Statuto.pdf" target="_blank">Scarica questo articolo in PDF</a></p>
<p><strong>U.R.N. Sardinnya ONLINE</strong></p>
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		<title>Make Sardinia great again: l&#8217;ultima illusione di un popolo allo sbando</title>
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		<pubDate>Mon, 10 Aug 2026 05:36:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Tenete i bimbi lontani dalle finestre e chiudete le tende, il popolo degli algoritmi marcia in strada al passo dell&#8217;oca. Si odono latrati imperativi: “Vincere, e vinceremo!”. Mancano solo le torce in fiamme, al loro posto si usa la luce degli smartphone. Prendo spunto da un&#8217;immagine satirica di Massimo Aresu per sviluppare un ragionamento sulla [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.sanatzione.eu/wp-content/archivio_media/uploads/2026/08/MSGA.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-20422" title="msga" src="https://www.sanatzione.eu/wp-content/archivio_media/uploads/2026/08/MSGA.jpg" alt="" width="605" height="452" /></a></p>
<p>Tenete i bimbi lontani dalle finestre e chiudete le tende, il popolo degli algoritmi marcia in strada al passo dell&#8217;oca. Si odono latrati imperativi: “Vincere, e vinceremo!”. Mancano solo le torce in fiamme, al loro posto si usa la luce degli smartphone.</p>
<p>Prendo spunto da un&#8217;immagine satirica di Massimo Aresu per sviluppare un ragionamento sulla drammatica situazione politica che stiamo attraversando. Ma prima di parlare della Sardegna è necessaria una premessa.<br />
Ricordo bene quando SaNatzione nel 2005 contestava il folk-ribellismo, invitando i politici indies ad indossare giacca a cravatta, ad aprire qualche libro e ad uscire da ideologie post-marxiste. Ma nell&#8217;era dei social MAGA, forze neppure troppo occulte operano per destabilizzare l&#8217;Europa: gli algoritmi penalizzano la stampa ed esaltano i reels dell&#8217;uomo qualunque che vanno in tutt&#8217;altra direzione. E ne avremo per almeno altri due anni o più.<br />
L&#8217;uomo qualunque nella propria cameretta teorizza improbabili complotti di Bruxelles a danno del popolo vergine e immacolato.<br />
Sedicenti congiure a base di “vaccini supportati da Bill Gates” contro uomini e bovini, orde di migranti africani sorosiani, pale eoliche “sioniste”, scie chimiche, riarmi “neonazisti” che sottraggono risorse alla sanità e vorrebbero colpire una “Russia pacifista” altrimenti disposta a regalarci gas per cucinare a fuoco lento i nostri prosciutti. Quelli che mettiamo sugli occhi tutti i giorni per fingere che non stia accadendo nulla di rilevante.<br />
Solo in parte partono da problemi reali, amplificandoli e deviandone ogni idonea soluzione, o evitando problemi ben più prioritari.</p>
<p>Sul web dilagano gruppi, bot e pagine varie che incitano alla ribellione contro l&#8217;ordine costituito. Tra i titoli: “Uniamoci tutti!”, “Prendiamo i forconi” e altre stupidaggini senza pari. Rappresentano la chiamata alle armi per una media borghesia impoverita, e dei giovani senza futuro aggrappati alla spesa pensionistica dei loro tutori, e non certo a causa di qualche fantomatico complotto ebraico, ma dall&#8217;assenza di riforme e della capacità di rimanere competitivi con le economie più avanzate del globo. Economie che sarebbero abbastanza felici di disarticolare un big geopolitico come l&#8217;Unione Europea, pur di controllare meglio Stati altrimenti minori e alla loro mercé: chi per ragioni di imperialismo economico, e chi per ragioni di imperialismo militare a danno dei nostri vicini.<br />
Ultimamente, persino l&#8217;Iran, la Cina e la Corea del Nord hanno iniziato ad impestare i nostri smartphone di contenuti “simpatici” sui loro paesi. Forme moderne di soft power.<br />
I reels sul dramma di Gaza servono a coprire le impiccagioni dei giovani iraniani nelle pubbliche piazze, mentre quelli sulle donne nordcoreane che giocano a palla servono a coprire decenni di fame e dittatura tuttora presenti. Servono per incutere in noi il germe del dubbio e relativizzare i successi delle nostre democrazie rispetto ai disastri dei loro regimi.</p>
<p>Tutti lavorano per complicare la vita alle politiche moderate, centriste e riformiste del nostro vecchio continente, al fine di supportare i fondamentalisti di destra e sinistra che vivono tra noi, e che sfruttano questa fantastica finestra d&#8217;opportunità in termini di visibilità.<br />
Una minaccia senza precedenti alla nostra stabilità e sicurezza che non si palesava neppure ai tempi della guerra fredda.</p>
<p><img class="alignleft" src="https://www.sanatzione.eu/wp-content/archivio_media/uploads/2016/05/SaNatzione.eu-URN-Sardinnya-Logo.jpg" alt="" width="196" height="200" />In questo quadro la Sardegna non viene affatto risparmiata, ma anzi, dato il nostro tasso di dispersione scolastica e di bassa alfabetizzazione in una varietà di argomenti, siamo divenuti la prima linea di questi attacchi ibridi al nostro territorio. Ci troviamo sul fronte di una nuova forma di guerra, ma non ce ne siamo ancora resi conto.<br />
Gli influencer si moltiplicano come funghi, nascono gruppi più o meno interessati ad una determinata vertenza, totalmente privi di contenuti, ma utilizzati unicamente per diffondere chiasso e indignazione sociale, a prescindere dal tema trattato, giusto o sbagliato che sia.<br />
Non conta come risolvere un problema, conta semplicemente esserci e inveire contro le autorità. E se il problema non c&#8217;è, o non esiste nei termini in cui lo si auspica, lo si crea a base di disinformazione. Basti pensare al progetto “Einstein Telescope” previsto a Lula, nel nuorese. Un progetto di caratura internazionale, i cui pro e contro andrebbero discussi, non con le bombe né simpatizzando con chi le mette, ma attorno ad una tavola rotonda tra esperti, amministratori e cittadini. Un lavoro che oggi cerca giustamente di argomentare <a href="https://giuseppemelisca.wixsite.com/website/post/einstein-telescope-distinguere-i-fatti-dalle-narrazioni-non-%C3%A8-tradire-nessuna-causa" target="_blank">Giuseppe Melis Giordano</a> (UNICA), per disinnescare sciocchi complottismi.</p>
<p>Ultimamente si sta sviluppando persino un&#8217;avversione ad un progetto di Data Center nel Sulcis, ossia di infrastrutture fondamentali per la competizione globale, da cui non possiamo rimanere tagliati fuori. E c&#8217;è chi sta diffondendo la bufala che questi sarà costituito da “10 GW”, una dimensione colossale rispetto invece ai 100 MW previsti.</p>
<p>Il populismo nell&#8217;era della manipolazione digitale ha però un antico collante: il nazionalismo su base etnocentrica.<br />
Non a caso, per il sardo medio che segue i vari Savonarola del XXI° secolo, qualsiasi investitore giunto dal mare va considerato un turpe “speculatore”. Si è richiamato l&#8217;antico adagio “furat chie benit dae su mare”.<br />
E in un contesto del genere, non solo diventa molto difficile combattere democraticamente contro le consolidate consorterie politiche che hanno devastato il nostro territorio a suon di assistenzialismo, ma risulta ancor più difficile parlare di riforme nel momento in cui si moltiplicano questi nuovi demagoghi orientati a proporre lo stesso assistenzialismo e la stessa desertificazione economica, seppur in salsa identitaria.</p>
<p>Intendiamoci, i registi di queste operazioni non mirano necessariamente a portare i loro utili idioti nella poltrona più alta di un governo centrale o di un governo locale: mirano ad influenzare le logiche bipolari che sottendono al posizionamento elettorale. Non bisogna sostituirsi a partiti che viaggiano sul 20% dei consensi, conta semplicemente influenzarli affinché facciano o non facciano determinate scelte politiche. E le logiche NIMBY, nel nostro caso, possono riuscirci, frenando o arrestando del tutto un&#8217;evoluzione economica del nostro territorio.</p>
<p>Apro il video di un noto indipendentista sardo su Facebook, e questi dice: “<em>Solo tramite la lotta del presidio territoriale possiamo condizionare la politica al rispetto dei nostri interessi</em>”.</p>
<p>Il pensiero rappresenta un classico dell&#8217;ideologia movimentista che permea le sigle identitarie sarde.<br />
Vi è l&#8217;idea, molto ingenua, che una manifestazione da sola possa risolvere problemi strutturali, i quali invece richiedono organiche riforme.<br />
Una manifestazione potrebbe pure vincere una battaglia su un determinato argomento, come a Cala Finanza, ma la “guerra” si vince nella capacità di governare e di riformare la pubblica amministrazione, il fisco, la scuola, e soprattutto, i nostri poteri autonomistici.<br />
Il movimentismo, pertanto, dovrebbe essere solamente un corredo ad un&#8217;ampia strategia riformista, e non l&#8217;elemento dominante della sua azione politica.</p>
<p>Lo scienziato cognitivo Donald T. Hoffman, nel suo saggio “The case against reality” (2019), ci ha insegnato che la natura ha impostato anche le percezioni umane nella capacità di ignorare dati e fatti reali. E questo spesso ci porta ad inseguire chimere, dedicando tempo ed energie a falsi problemi, o problemi secondari. Un fenomeno che nella prima linea della guerra ibrida subita in Sardegna conosciamo benissimo.</p>
<p>Movimenti come “Surra” e mille altre piccole formazioni collettive locali, nate per lo più sulla scia delle reti social, devono condurre un riesame al proprio interno, aprendosi alla responsabilità di usare la popolarità ottenuta senza diffondere fake news o messaggi insidiosi capaci di incendiare la già latente tensione sociale spingendola verso linee autolesioniste.<br />
Agli osservatori esterni, invece, spetta il compito di elaborare proposte politiche in grado di incanalare il dissenso verso percorsi condivisi e riformistici.</p>
<p><span style="color: #0000ff;"><em>Adriano Bomboi.</em></span></p>
<p><a href="https://www.sanatzione.eu/wp-content/archivio_media/uploads/2026/08/URN-Sardinnya-Lopinione-Make-Sardinia-great-again-e-dintorni.pdf" target="_blank">Scarica questo articolo in PDF</a></p>
<p><strong>U.R.N. Sardinnya ONLINE</strong></p>
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		<title>Guerra in Ucraina: I generali Serino e Chiapperini e il dibattito con la società civile</title>
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		<pubDate>Fri, 07 Aug 2026 06:25:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Per comprendere l&#8217;impatto della guerra russo-ucraina sull&#8217;Europa e sul nostro futuro, denso di implicazioni politiche, economiche e di pubblica sicurezza, dobbiamo richiamare l&#8217;importante evento avvenuto a Chieti la scorsa estate, quando esperti e società civile si sono riuniti – occasione più unica che rara che in Italia – per discutere del problema. L&#8217;evento, promosso dalla [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.sanatzione.eu/wp-content/archivio_media/uploads/2026/08/SC25.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-20411" title="sc25" src="https://www.sanatzione.eu/wp-content/archivio_media/uploads/2026/08/SC25.jpg" alt="" width="605" height="343" /></a></p>
<p>Per comprendere l&#8217;impatto della guerra russo-ucraina sull&#8217;Europa e sul nostro futuro, denso di implicazioni politiche, economiche e di pubblica sicurezza, dobbiamo richiamare l&#8217;importante <a href="https://www.sanatzione.eu/2025/07/guerra-ibrida-dibattito-a-chieti/" target="_blank">evento</a> avvenuto a Chieti la scorsa estate, quando esperti e società civile si sono riuniti – occasione più unica che rara che in Italia – per discutere del problema.</p>
<p>L&#8217;evento, promosso dalla lungimiranza di Alessandro Sforza, Students for Liberty e PLD, raccoglieva i diffusi timori e le incognite su un conflitto ancora in corso su cui abbiamo il dovere di tenere alta l&#8217;attenzione.</p>
<p>In quell&#8217;occasione, un passaggio del mio <a href="https://www.sanatzione.eu/2025/07/guerra-ibrida-intervento-bomboi-per-chieti-19-07-2025/" target="_blank">intervento</a> ricordava anche che, al problema di un&#8217;eccessiva presenza di servitù militari in Sardegna da riqualificare, avvertito dalla popolazione locale, corrispondeva pure un fondamentale contributo in termini di sicurezza all&#8217;Italia e soprattutto all&#8217;Europa. Si pensi, tra le varie, all&#8217;esercitazione militare Joint Stars 2025, che ha consentito di fare il punto sullo stato della nostra Difesa. Per esempio, emerse con chiarezza l&#8217;ampia vulnerabilità di Cagliari nelle capacità di intercettazione rispetto a potenziali lanci “terroristici” nel quadrante meridionale del Mediterraneo. E il nostro dovere oggi è pure quello di far comprendere che la sicurezza non deve essere interpretata unicamente come “un peso” o qualcosa di “meno utile” di sanità o istruzione, temi con cui la propaganda russa e i suoi demagoghi locali macinano consensi.</p>
<p>Il generale Pietro Serino illustrò le direttrici su cui orientare il dibattito sulla guerra, secondo un&#8217;ottica liberaldemocratica, perché il conflitto ha rappresentato per noi una drammatica sveglia nell&#8217;opportunità di sviluppare i seguenti aspetti:</p>
<p>1) La guerra ha inequivocabilmente mostrato che non si combatte solamente per Kyiv, ma anche per il futuro dell&#8217;Europa. Un&#8217;eventuale vittoria di Putin, oggi sempre più improbabile, costituirebbe un incremento delle pratiche di destabilizzazione ai nostri Paesi, pratiche peraltro già in atto.</p>
<p>2) Il conflitto ha poi evidenziato la stringente necessità di ripensare alla coesione europea, anche e soprattutto in termini di Difesa, in cui, attenzione, la prevenzione da un conflitto futuro più ampio passa anche per il miglioramento delle nostre capacità in termini di guerra convenzionale.<br />
Essere militarmente competitivi e più forti rispetto all&#8217;avversario significa sviluppare una maggiore deterrenza anche sul piano politico.</p>
<p>3) Ma la guerra, visti i mutamenti politici in atto negli USA, ha costituito pure una riflessione per reinventare il nostro rapporto atlantico con gli Stati Uniti, al fine di riequilibrare la collaborazione tra Washington e l&#8217;Europa.</p>
<p>4) Infine, ma non meno importante, il rafforzamento della coesione politica e militare dell&#8217;Europa appare altresì fondamentale per far comprendere agli avversari, e soprattutto a Mosca, che nessuno può più arrogarsi il diritto di decidere per conto di un paese vicino, e che il diritto di autodeterminazione deve prevalere rispetto alla volontà di considerarlo un mero vassallo dei propri interessi.</p>
<p><img class="alignleft" src="https://www.sanatzione.eu/wp-content/archivio_media/uploads/2016/05/SaNatzione.eu-URN-Sardinnya-Logo.jpg" alt="" width="196" height="200" />L&#8217;intervento del generale Chiapperini ha poi fatto il punto sull&#8217;evoluzione del contesto storico-politico che orbita attorno alla guerra russo-ucraina.</p>
<p>Pensiamo che l&#8217;Ucraina ai tempi dell&#8217;URSS ebbe anche un proprio seggio all&#8217;ONU autonomo, seppur dipendente, da Mosca. Ed anche in ragione della sua strenua lotta al nazismo.</p>
<p>Chiapperini ci ha ricordato che la sconfitta del Cremlino si è palesata sin dai primi giorni del conflitto, ben prima di quella effettiva militare, poiché Putin non è riuscito a piegare immediatamente l&#8217;Ucraina com&#8217;era invece nei suoi piani, costringendolo così ad un logorante impegno che prosegue ancora oggi, con possibilità di vittoria sempre più incerte.</p>
<p>Ma ciò in cui la Russia continua ad eccellere è l&#8217;incredibile grado di pervasività della sua propaganda, dove diversi suoi temi sono riusciti a penetrare l&#8217;opinione pubblica. E ciò è avvenuto per una commistione di fattori: sia per la palese ignoranza del nostro tessuto sociale sul tema; sia per la saldatura del collaborazionismo politico di numerosi italiani con gli ambienti del pacifismo italiano. Un pacifismo ignavo ed egoista, dall&#8217;empatia selettiva sulle grandi crisi internazionali. Il tutto accompagnato da un esercito di bot che sui social hanno amplificato e corroso ulteriormente il dibattito, assieme ad un evidente tracollo della qualità media del giornalismo del nostro Paese.</p>
<p>Come Serino, anche Chiapperini ha posto l&#8217;accento sulla necessità di contrastare le minacce della guerra ibrida russa aumentando i nostri investimenti in dissuasione, soprattutto militare, ma anche nelle capacità di contrastare la guerra cibernetica russa, i sabotaggi ed altri azioni orientate ad indebolirci.</p>
<p>E dunque, come combattere queste minacce alla nostra sicurezza?<br />
Non solo attraverso un attivo volontariato, come ci ha ricordato Carlo Ferrari col suo impegno sul campo, ma anche tramite la necessità di non abdicare ai nostri valori di libertà e democrazia, da rinsaldare assieme ai nostri partner internazionali.</p>
<p><span style="color: #0000ff;"><em>Adriano Bomboi.</em></span></p>
<p><a href="https://www.sanatzione.eu/wp-content/archivio_media/uploads/2026/08/URN-Sardinnya-Cultura-e-Sotziedade-Lanalisi-di-Serino-e-Chiapperini-sul-conflitto-ucraino.pdf" target="_blank">Scarica questo articolo in PDF</a></p>
<p><strong>U.R.N. Sardinnya ONLINE</strong></p>
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		<title>Bachisio Bandinu e l&#8217;Università Cattolica, un excursus</title>
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		<pubDate>Sun, 28 Jun 2026 06:51:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Di Gianraimondo Farina. Vi è un legame, poco esplorato, del grande antropologo sardo recentemente scomparso con l&#8217;Ateneo dei cattolici italiani. Di Bachisio Bandinu, saggista e giornalista sardo, si sono scritte tante cose. Egli è stato un “esploratore dell’umano” e dell’essenzialità antropologica, con un forte radicamento religioso. Un credente socialmente impegnato. E, questa sua visione è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="color: #0000ff;"><em><a href="https://www.sanatzione.eu/wp-content/archivio_media/uploads/2026/06/Bachisio.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-20391" title="bachisio" src="https://www.sanatzione.eu/wp-content/archivio_media/uploads/2026/06/Bachisio.jpg" alt="" width="605" height="457" /></a></em></span></p>
<p><span style="color: #0000ff;"><em>Di Gianraimondo Farina.</em></span></p>
<p>Vi è un legame, poco esplorato, del grande antropologo sardo recentemente scomparso con l&#8217;Ateneo dei cattolici italiani.</p>
<p>Di Bachisio Bandinu, saggista e giornalista sardo, si sono scritte tante cose. Egli è stato un “esploratore dell’umano” e dell’essenzialità antropologica, con un forte radicamento religioso. Un credente socialmente impegnato. E, questa sua visione è stata fondamentale nella sua formazione. La famiglia, certamente, il “microcosmo- mondo” della sua Bitti, terra di grandi passioni culturali e politiche, gli studi “travagliati” ginnasiali e liceali per lui che era e si definiva “figlio di pastore”. E l’Università a Cagliari, con la laurea in lettere e tesi sul modernismo fogazzariano.</p>
<p>Ma dopo un breve periodo d’insegnamento in Sardegna, arriva la “svolta”. Con l’emigrazione in terra lombarda. Prima per lavorare, come docente, nelle scuole dell’Insubria. E, poi, per formarsi, in Università Cattolica a Milano. Saranno gli incontri ed i momenti decisivi che lo aiuteranno a leggere tutta la sua vita ed esperienza successiva. Bandinu inizia a frequentare il massimo Ateneo dei cattolici italiani in un periodo convulso della sua storia. Sono appena finite alle spalle le lotte sessantottine, e sono i primi anni di rettorato di Giuseppe Lazzati. Lazzati, il cui rettorato durò dal 1968 al 1983, fu chiamato a “normalizzare” la situazione.</p>
<p><img class="alignleft" src="https://www.sanatzione.eu/wp-content/archivio_media/uploads/2016/05/SaNatzione.eu-URN-Sardinnya-Logo.jpg" alt="" width="196" height="200" />Bandinu entrò a contatto con questo clima e con la figura carismatica del rettore, esponente vivente di un cattolicesimo impegnato e dialogante. Cosi come conobbe la visione dell’allora assistente ecclesiastico generale, il sardo (bonorvese) mons. Enea Selis, chiamato, da vescovo (primo caso in Cattolica) ad assurgere all’importante ruolo nel proprio nel triennio 1968- 1971. In Cattolica frequenterà, poi, la prestigiosa Scuola Superiore delle Comunicazioni Sociali, conseguendo il diploma in Giornalismo nel 1971, discutendo una tesi sul Montale giornalista e, nel 1973, il diploma in Radio e Televisione. Scuola di Giornalismo, quest’ultima, fondata nel 1961 a Bergamo, per conto dell’Alma Mater ambrosiana, da Mario Apollonio (1901- 1971), grande critico teatrale, docente e, soprattutto, resistente ed ex partigiano cattolico, molto legato a Teresio Olivelli, Giovanni Barbareschi e David Maria Turoldo. Apollonio morirà nel 1971, anno del trasferimento della Scuola a Milano.</p>
<p>È proprio questo percorso di studi accademici che permetterà a Bandinu di porre le basi per la sua carriera editoriale, che lo vedrà collaborare con il Corriere della Sera, fino ad arrivare ad assumere la direzione del primo quotidiano sardo, L’Unione Sarda. Bandinu frequentava la Cattolica per formarsi professionalmente. E per arricchire la sua visione sarda dell’umano, de s’omine e de su justu. In una struttura antropologica barbaricina, laica, a cui si univa la sua formazione religiosa. Tre formazioni confluite perfettamente in lui. Utili per capirne il pensiero successivo e le sue analisi sociologiche sulla Sardegna contemporanea, studiate alla scuola di Mario Apollonio e del suo “cattolicesimo ribelle e progressista”, attento alla condizione umana integrale.  Che lui, Bandinu, aveva vissuto in toto: da docente lavoratore, emigrato sardo ed uomo di Fede impegnato.</p>
<p><strong>Redazione SANATZIONE.EU</strong></p>
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		<title>Bachisio Bandinu, lo scrittore Luca Tolu ricorda l&#8217;intellettuale scomparso</title>
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		<pubDate>Sat, 27 Jun 2026 06:36:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.sanatzione.eu/wp-content/archivio_media/uploads/2026/06/Bandinu.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-20381" title="bandinu" src="https://www.sanatzione.eu/wp-content/archivio_media/uploads/2026/06/Bandinu.jpg" alt="" width="605" height="454" /></a></p>
<p>Arriva, prima o poi, il momento in cui si legge un libro, si ascolta una conferenza o si sbatte il muso addosso a un pensiero che provoca una scossa interiore e ci costringe a guardare le cose da una prospettiva diversa. Bachisio Bandinu (1939-2026), come Michelangelo Pira, Placido Cherchi, Nereide Rudas e pochi altri, ha avuto questa straordinaria capacità: dare la giusta chiave di lettura, da una prospettiva sardocentrica, ai fenomeni sociali che hanno caratterizzato la Sardegna prima, durante e dopo la grande catastrofe antropologica che ha investito l&#8217;isola nel secondo dopoguerra.</p>
<p>Ricordo ancora oggi che, al termine di un percorso universitario tipicamente italocentrico – e, proprio per questo, incapace di raccontare la Sardegna, quasi cancellata dai manuali e dagli approfondimenti accademici – avvertivo un bisogno profondo: comprendere l&#8217;anima e la memoria della terra sulla quale i miei piedi camminavano, così come avevano camminato quelli dei miei avi nei secoli passati.<br />
Fu allora che scoprii Bachisio Bandinu. Scoprii il suo pensiero sull&#8217;identità, sull&#8217;autodeterminazione, sul rapporto tra modernità e tradizione. Iniziai a vedere con occhi diversi: quelli di chi acquisisce la consapevolezza di appartenere a una comunità storica e culturale, a una nazione.<br />
Bachisio era un pensatore raro. Scriveva in modo semplice, rendendo accessibili a tutti concetti complessi e profondi. Ha studiato le contraddizioni e i mutamenti della società sarda, il passaggio da un mondo pastorale e contadino a una realtà fatta di città, fabbriche e turismo di massa. Fu fortemente critico nei confronti del modello Costa Smeralda, inizialmente, e del Piano di Rinascita, individuandone i limiti e le conseguenze sul tessuto antropologico e culturale dell&#8217;isola, dove una visione manichea della modernità è stata spesso utilizzata come strumento di egemonia culturale per recidere i sardi dalle proprie radici e delegittimare il loro passato.<br />
Una critica che, però, non era mai fine a se stessa o costruita per il gusto di alzare polveroni. Bachisio Bandinu non era per il «no» a tutto, ma per portare nelle mani dei sardi il governo dei fenomeni complessi.</p>
<p>Parlando di paesaggio, affermava che la sua tutela non equivaleva a bloccare tutto, perché il paesaggio è anche antropico e non soltanto quello destinato a cartoline e fotografie.<br />
Bachisio era sì un vero indipendentista, ma non un demagogo aizzatore di folle. Non cedette mai alla tentazione di vestire l&#8217;indipendentismo con le sue mode ideologiche. Era, in fondo, un liberal-democratico, un realista, un pragmatico. Uno di quegli uomini che, oltre a incantare con la parola e con il tono della voce, cercavano sempre di indicare una strada concreta, un percorso possibile dentro le istituzioni, finalizzato al bene comune.</p>
<p>Era anche una persona profondamente inclusiva. Agiva per unire, per ricomporre e per pacificare, come aveva tentato di fare ancora negli ultimi anni, promuovendo tavole rotonde sul tema degli investimenti energetici (o speculazione, a seconda delle sensibilità).</p>
<p><img class="alignleft" src="https://www.sanatzione.eu/wp-content/archivio_media/uploads/2016/05/SaNatzione.eu-URN-Sardinnya-Logo.jpg" alt="" width="196" height="200" />L&#8217;ultima volta che ci siamo visti mi espresse tutta la sua preoccupazione per il futuro della nazione sarda, lacerata dai fazionalismi e priva di una visione condivisa capace di salvarla dalla definitiva omologazione e dall&#8217;alienazione.<br />
Bachisio sarebbe stato un ottimo assessore alla Cultura della Regione Sardegna. Dovremmo interrogarci seriamente sul perché ciò non sia mai avvenuto, nemmeno nei periodi in cui i sardisti hanno ricoperto ruoli di governo. Probabilmente un intellettuale del suo spessore sarebbe stato scomodo, difficile da gestire: molto più conveniente affidarsi a qualche ras locale capace di controllare pacchetti di preferenze.<br />
Del resto, gli uomini come lui sono spesso scomodi. Persino nei luoghi che dovrebbero custodire il sapere, come l&#8217;Università. Come ha opportunamente ricordato Andrea Pili, Bachisio Bandinu fu messo ai margini e le sue opere furono sostanzialmente ignorate, perché in certi ambienti autoreferenziali, se non appartieni a loro, semplicemente non esisti.<br />
Lo stesso Bandinu aveva spiegato in La scena nascosta il concetto del «semus paris»: un egualitarismo esasperato che porta una comunità a non riconoscere il valore di chi emerge per capacità, visione e virtù. Meglio accogliere, come un salvatore, chi viene da fuori che riconoscere i propri talenti. Un fenomeno antimeritocratico che consuma il capitale umano sardo e rappresenta una delle più grandi zavorre alla nostra autodeterminazione.<br />
Paradossalmente, Bachisio è forse entrato di più nella scuola che nell&#8217;Università. Lui, che nella scuola aveva insegnato sia in Lombardia sia a Cagliari, ha lasciato ai giovani pagine straordinarie come Lettera a un giovane sardo, nelle quali racconta, con il linguaggio limpido che gli era proprio, i temi dell&#8217;identità, della lingua e dell&#8217;appartenenza, invitando le nuove generazioni a sentirsi legittimamente cittadini del mondo, ma forti della propria sardità.<br />
Sono parole che, a distanza di quasi trent&#8217;anni, conservano intatta la loro attualità. Io stesso le ho proposte quest&#8217;anno ai miei studenti, anche nella loro lingua madre, all&#8217;interno di un modulo di educazione civica.</p>
<p>Potremmo dire tanto su Bachisio e tanti, giustamente, ne stanno tessendo le lodi; eppure, in fondo, basterebbe un solo termine. Bachisio è stato e sarà sempre un «babbu mannu» della cultura sarda, capace di plasmare il pensiero di intere generazioni di sardi. Nei due libri che ho scritto l&#8217;ho citato e ringraziato per l&#8217;ispirazione che mi ha dato.<br />
C&#8217;è una scena di Bentu Malu in cui il protagonista, don Mariano, si sogna nuovamente bambino al cospetto del nonno, tziu Efis, suo grande maestro di vita e di cultura pastorale e contadina. Gli insegnamenti che escono dalla bocca di tziu Efis sono, in realtà, i concetti che Bachisio ha espresso ne Il re è un feticcio e in Pastoralismo in Sardegna. Glielo avevo anche raccontato l&#8217;ultima volta che ci siamo visti a Sarroch, durante un&#8217;illuminante conferenza sul rapporto tra uomo, ambiente e turismo lento.<br />
Adesso, però, lui non c&#8217;è più e, in qualche modo, ci guarda dall&#8217;alto, certamente consapevole dell&#8217;unanime stima che gli viene attribuita. Anche da parte di chi, in vita, lo aveva osteggiato.<br />
Ma, del resto, tutti i limiti del «semus paris» durano soltanto il tempo di una vita. Dopo si entra nell&#8217;olimpo dei grandi.<br />
Ed è lì che Bachisio Bandinu merita di stare: nel pantheon dei grandi sardi, nella piena compiutezza del suo pensiero, del suo profilo politico e culturale e della sua instancabile testimonianza di intellettuale e indipendentista.</p>
<p>C&#8217;è un prima e un dopo nella vita di tanti sardi, nel loro percorso di autocoscienza e di riscoperta di sé. Chi siamo? Cosa siamo stati? Cosa potremmo ancora essere? Per molti di noi, questo spartiacque porta il nome di Bachisio Bandinu.</p>
<p><a href="https://lucatolu.substack.com/p/bachisio-bandinu-su-babbu-mannu-de" target="_blank"><em>Luca Tolu</em></a>.</p>
<p><strong>Redazione SANATZIONE.EU</strong></p>
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		<title>Un libro per un&#8217;incredibile vicenda culturale: il bias fenicio</title>
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		<pubDate>Tue, 26 May 2026 05:14:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[In Sardegna sopravvive ancora una curiosa moda &#8220;fenicia&#8221;, un retaggio, ereditato dagli albori dell&#8217;archeologia ottocentesca italiana, secondo cui tutti i grandi manufatti antichi dell&#8217;isola avrebbero origini nella scomparsa civiltà fenicia. Mentre oggi la storiografia e l&#8217;archeologia hanno superato questo limite. Ciò nonostante, il &#8220;bias fenicio&#8221; esiste ancora.   Antonello Gregorini e Marco Chilosi, assieme a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="color: #0000ff;"><a href="https://www.sanatzione.eu/wp-content/archivio_media/uploads/2026/05/Phoenician-Sidon-19mo-secolo.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-20357" title="phoenician-sidon-19mo-secolo" src="https://www.sanatzione.eu/wp-content/archivio_media/uploads/2026/05/Phoenician-Sidon-19mo-secolo.jpg" alt="" width="605" height="381" /></a></span></p>
<p><span style="color: #0000ff;">In Sardegna sopravvive ancora una curiosa moda &#8220;fenicia&#8221;, un retaggio, ereditato dagli albori dell&#8217;archeologia ottocentesca italiana, secondo cui tutti i grandi manufatti antichi dell&#8217;isola avrebbero origini nella scomparsa civiltà fenicia. Mentre oggi la storiografia e l&#8217;archeologia hanno superato questo limite.</span><br />
<span style="color: #0000ff;">Ciò nonostante, il &#8220;bias fenicio&#8221; esiste ancora.</span><br />
<span style="color: #0000ff;"> </span><br />
<span style="color: #0000ff;">Antonello Gregorini e Marco Chilosi, assieme a Silvano Tagliagambe e Fiorenzo Caterini, hanno pubblicato un libro a tema. Ne parliamo con gli autori.</span></p>
<p><span style="color: #0000ff;">L&#8217;idea che i sardi siano stati costantemente soggetti passivi di influenze levantine evidenzia il problema per cui il bias fenicio è un puro fattore culturale e non demografico. A cosa dobbiamo questa dinamica?</span></p>
<p>La Sardegna nuragica era una società coesa, integrata in una rete commerciale che da secoli collegava l&#8217;isola al Nord Europa, al Nordafrica, alla penisola iberica e al Mediterraneo orientale. Il collasso del XII secolo a.C., che travolse i regni del Levante, sull&#8217;isola lascia ferite minime: la rete commerciale anzi si rafforza, con Cipro come terminale orientale assai più che le città fenicio-cananee.<br />
C&#8217;è un dato che la paleogenomica recente ha reso evidente: lo studio Ringbauer-Krause su Nature (2025), basato su oltre duecento genomi antichi, ha mostrato che le popolazioni puniche — Cartagine inclusa — avevano un profilo prevalentemente siculo-egeo, con apporti nordafricani crescenti e contributi sorprendentemente esigui dal Levante.<br />
I sardi, in questo quadro, non furono &#8220;colonizzati&#8221;: furono protagonisti della rete. Adottarono l&#8217;alfabeto e quel &#8220;software&#8221; condiviso perché conveniva, non perché qualcuno lo avesse portato. Furono scelte consapevoli, non imposizioni.</p>
<p><span style="color: #0000ff;">Come può essere stato così persistente, questo bias?</span></p>
<p>Tutte le scienze, anche le più dure, hanno i loro bias: le equazioni di Boltzmann, di Einstein, di Dirac faticarono ad essere accettate finché non arrivò la dimostrazione empirica. Lo stesso meccanismo ha operato nella storiografia sulla Sardegna antica.<br />
Buon senso e modellazione degli insediamenti nuragici suggeriscono una società organizzata, capace di commerciare e di presidiare coste e risorse. Eppure la scarsità di ritrovamenti materiali — letta come &#8220;prova di assenza&#8221; anziché &#8220;assenza di prove&#8221; — ha alimentato a lungo l&#8217;immagine di sardi pseudo-trogloditi. Identico meccanismo per il bias fenicio.<br />
Eppure a Nora le murature fenicie non ci sono, e oggi si parla di &#8220;periodo fenicio/punico&#8221; fondendo due fasi palesemente diverse. Le guide continuano a raccontare di una fondazione fenicia, immaginando fondaci stagionali in legno: una tesi fragilissima, ancora oggi imposta alla narrazione locale. Abbiamo intitolato ai fenici territori e percorsi di studio per i quali l&#8217;evidenza scientifica, semplicemente, mancava.</p>
<p><span style="color: #0000ff;">Che ruolo ha avuto l&#8217;università sarda?</span></p>
<p>L&#8217;università sarda ha prodotto studiosi di primissimo livello — Lilliu, Ugas, Lo Schiavo, Bernardini — che hanno contribuito in modo straordinario alla documentazione della civiltà nuragica. Il &#8220;mito fenicio&#8221; non è una loro creazione: si è consolidato dentro un paradigma coloniale che ha dominato l&#8217;archeologia mediterranea per tutto il Novecento, da Moscati alle scuole francesi e anglosassoni.<br />
<img class="alignleft" src="https://www.sanatzione.eu/wp-content/archivio_media/uploads/2016/05/SaNatzione.eu-URN-Sardinnya-Logo.jpg" alt="" width="196" height="200" />Ciò che ha incrinato il quadro non è un cambio ideologico, ma tecnologico. E vale la pena sottolinearlo: i risultati paleogenomici più rilevanti per la Sardegna — quelli che documentano la straordinaria continuità della popolazione isolana — vengono proprio dalle università sarde e dal CNR, dal gruppo di Francesco Cucca. A questi si affiancano l&#8217;archeometria delle leghe metalliche, le analisi ceramologiche, e contributi di ricercatori esterni al circuito universitario, come Alfonso Stiglitz, che per via stratigrafica aveva formulato ipotesi che i dati genetici hanno poi corroborato.<br />
La lezione è chiara: il progresso interpretativo in archeologia, oggi, non avviene dentro una sola disciplina. Avviene nell&#8217;intersezione.</p>
<p><span style="color: #0000ff;">Il pamphlet esprime una domanda aperta: quali le prossime iniziative per approfondire la discussione?</span></p>
<p>Varie. Per esempio, dal 12 al 14 giugno a Villanovaforru e Gergei ospitiamo, in collaborazione con il prof. Mark Altaweel dello University College London, il workshop &#8220;Resilience and Vulnerability of the Nuragic Civilization&#8221; — dedicato al rapporto fra clima e società complesse nel Mediterraneo centrale. Fra i relatori, oltre ad Altaweel, Eric Cline (George Washington University), autore di &#8220;1177 a.C. – Il collasso della civiltà&#8221;; Anna Depalmas (Sassari); Emily Holt (Cardiff); Jesse Millek (Leiden); Andrea Squitieri (Padova); Andrea Columbu (Pisa); Juan Bernal-Wormull (Basel); Luca Lai (UNC Charlotte); Silvano Tagliagambe e Roberto Masiero. È un&#8217;occasione per collocare il caso sardo nel quadro mediterraneo, dove — nonostante la sua centralità materiale — la civiltà nuragica continua a comparire ai margini delle grandi sintesi. Lavoriamo perché smetta di esserlo.</p>
<p><span style="color: #0000ff;">Le amministrazioni locali sono consapevoli di questo limite culturale? E come si potrebbe invertire il trend?</span></p>
<p>Occorre una precisazione. Parlare di &#8220;limite culturale&#8221; rischia di essere ingeneroso. Il cosiddetto bias fenicio non nasce da pigrizia o errore: Moscati, Barreca, Bondi e gli archeologi che hanno costruito il paradigma della colonizzazione fenicia hanno fatto buona scienza, con i dati che avevano. Poi sono arrivati dati nuovi — paleogenetica, archeometria, sguardo postcoloniale sui reperti — che oggi rendono quel modello, nelle sue versioni più rigide, insostenibile. Questo si chiama progresso scientifico, non scandalo. E attenzione: la paleogenetica non chiude la partita, la riapre meglio.<br />
Detto questo: la consapevolezza istituzionale c&#8217;è, ma è parziale e disomogenea. E soprattutto, la filiera della narrazione storica non passa dalle amministrazioni locali.<br />
I manuali scolastici li fanno i grandi editori italiani, su un canone accademico costruito quasi tutto fuori dalla Sardegna. I musei e i siti rispondono al Ministero della Cultura tramite le Soprintendenze: la Regione può finanziare, promuovere, allestire — ma non può imporre una linea interpretativa che non sia già stata accreditata altrove. Risultato: uno studente sardo studia Tiro e Sidone, non le comunità nuragiche. Sui pannelli di Sulky c&#8217;è ancora scritto &#8220;fondazione tiria&#8221;, non per malafede, ma perché il sistema di validazione storica si muove più lento dei dati.<br />
C&#8217;è poi un nodo che si nomina poco: chi autorizza e finanzia le ricerche è spesso lo stesso soggetto che ne valida i risultati. Non è un&#8217;irregolarità, è una configurazione strutturale — ma una configurazione del genere tende, naturalmente, a rallentare l&#8217;emergere di ipotesi alternative. Riconoscerlo serve a capire perché il cambiamento sia così lento, anche di fronte a evidenze già mature.<br />
E dunque come si inverte la rotta? Agendo su più piani insieme, senza aspettarsi risultati nel breve termine.<br />
Sul piano scientifico, la Regione potrebbe finanziare in modo strutturale e pluriennale i poli di ricerca isolani. Sul piano formativo, esistono già spazi per percorsi curriculari di storia sarda: vanno esercitati con continuità. Sul piano narrativo, la Convenzione di Faro offre una chiave utile: il patrimonio vale per i significati che le comunità gli danno, non solo per i bolli accademici. Senza scivolare nell&#8217;opposto — l&#8217;uso identitario o nazionalista della storia — il mondo accademico sardo avrebbe tutto da guadagnare a uscire dalla torre d&#8217;Avorio e a costruire, insieme alla società civile, un racconto rigoroso ma non più ostaggio di un paradigma che i dati stanno smontando.<br />
La domanda vera, alla fine, è un&#8217;altra: esiste una classe dirigente disposta a investire in un processo che dà frutti?<br />
Quella è politica, non storia. E lì, la palla non è più nelle nostre mani.</p>
<p>- Chilosi, Gregorini &#8211; &#8220;Il bias fenicio&#8221; (Condaghes, Cagliari, 2026).</p>
<p><span style="color: #0000ff;"><em>A cura di Adriano Bomboi.</em></span></p>
<p><a href="https://www.sanatzione.eu/wp-content/archivio_media/uploads/2026/05/URN-Sardinnya-Cultura-e-Sotziedade-Intervista-sul-bias-fenicio.pdf" target="_blank">Scarica questo articolo in PDF</a></p>
<p><strong>U.R.N. Sardinnya ONLINE</strong></p>
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