Vaccini e dermatite bovina in Sardegna: aggiornamenti
Al seguito, un intervento del dott. Alberto Laddomada, ex direttore dell’Istituto Zooprofilattico Sardo.
Ed infine un intervento di Janez Dessì, tecnico del settore (Sarda Zootecnica).
AL: «I focolai di dermatite bovina comparsi a metà aprile nel Sarrabus (Muravera e comuni vicini) sono stati una bruttissima sorpresa.
Io per primo, lo ammetto, ero fiducioso che il virus non sarebbe ricomparso. Ma purtroppo la malattia si è rivelata ancor più insidiosa del previsto.
Ad oggi i focolai confermati in altrettanti allevamenti bovini del Sarrabus sono sei, oltre ad un sospetto, che temo sarà presto confermato, in un altro piccolo allevamento della stessa zona.
Questi focolai hanno portato ad una giustificata preoccupazione e a situazioni che si vorrebbe sempre evitare: mi riferisco in particolare agli abbattimenti di animali e alle restrizioni nelle movimentazioni e nei commerci dei bovini vivi.
Ma è già stata avviata la campagna di vaccinazione, tesa a rafforzare l’immunità “di popolazione” che costituisce una importantissima barriera contro la diffusione virale e che protegge i singoli capi vaccinati dalla malattia e dai suoi sintomi (i capi ammalati quest’anno sono stati pressoché esclusivamente vitelli di oltre tre-quattro mesi di età, in cui la protezione data dal colostro delle madri vaccinate era ormai “svanita”); oppure, capi che l’anno scorso non erano stati vaccinati (in un caso si è trattato di un allevamento del tutto non vaccinato, dove sono stati osservati sintomi di malattia molto gravi e da dove il virus si è probabilmente diffuso agli allevamenti vicini).
Quello che mi sembra opportuno sottolineare è che, pur molto spiacevole, la situazione verificatasi nell’ultimo mese in Sardegna è molto meno grave di quella osservata l’anno scorso dopo il primo mese dalla conferma della malattia tra fine giugno e fine luglio.
Situazione meno grave sotto tutti i punti di vista, ricordo alcuni numeri e dati di fatto:
- molti meno i focolai (6/7 quest’anno, oltre 30 l’anno scorso, cioè circa uno al giorno);
- molti meno i capi coinvolti e pertanto sottoposti ad abbattimento (circa 260 quest’anno, oltre 2mila l’anno scorso);
- area interessata di ampiezza molto minore;
- rapidità molto maggiore nell’attuazione delle misure di contenimento (abbattimenti) e di profilassi vaccinale;
- buona parte della popolazione bovina gode ancora della protezione immunitaria indotta dalla vaccinazione dello scorso anno;
- restrizioni alle movimentazioni meno severe in gran parte della Sardegna, con possibilità di commercializzare i bovini anche verso la penisola.
Ad indurre alla massima prudenza però ci devono essere almeno due fattori:
- siamo appena entrati nel periodo di massimo rischio di trasmissione della malattia per via della presenza di vettori (mosche e zecche in particolare);
- continuano le attività di disinformazione che trovano spazio in almeno una parte del mondo allevatoriale, sia pure nettamente minoritaria; e abbiamo già visto, invece, quanto la convinta collaborazione di tutti gli allevatori sia di basilare importanza per contrastare efficacemente la malattia, in particolare relativamente alla vaccinazione.
Tuttavia, nel complesso, ci sono i presupposti per fare sì che i danni causati dalla malattia siano quest’anno di molto inferiori rispetto allo scorso anno.
La raccomandazione a veterinari e allevatori è pertanto quella di continuare ad attuare con la massima scrupolosità tutte le misure previste dalle norme contro la dermatite bovina: se si riesce a limitare al massimo la circolazione virale nei prossimi mesi, e se l’adesione alla vaccinazione sarà anche maggiore di quella dell’anno scorso, le perdite e i costi della malattia saranno molto limitati e sarà molto più improbabile trovarsi, nel 2027, nella spiacevole situazione in cui ci si è trovati nell’aprile del 2026.»
JD: «In merito a dubbi e paure sulla campagna di vaccinazione diffusi online, il punto tecnico fondamentale è questo:
un animale vaccinato può risultare positivo ai test immunologici senza essere infetto né contagioso.
La differenza autentica è tra:
- positività vaccinale, dovuta alla risposta immunitaria al vaccino vivo attenuato;
- positività da virus di campo “selvaggio”→ cioè presenza e circolazione reale del virus della Lumpy Skin Disease.
Oggi i laboratori non si limitano a dichiarare “positivo o negativo”.
Utilizzano PCR specifiche e test cosiddetti “DIVA” che permettono di distinguere il ceppo vaccinale dal virus selvaggio circolante.
Infatti anche il Ministero della Salute chiarisce che:
“un animale vaccinato con eventuali reazioni post vaccinali non viene automaticamente considerato focolaio, perché i test PCR distinguono la positività vaccinale dall’infezione reale”.
Quindi:
- avere animali vaccinati “positivi” agli anticorpi non significa avere circolazione della malattia;
- la perdita temporanea dello status sanitario dipende dalla gestione epidemiologica e normativa;
- l’obiettivo della vaccinazione di massa è proprio bloccare la circolazione del virus di campo “selvaggio” per tornare più rapidamente allo status free.
È lo stesso principio usato in molte altre malattie animali:
la sieropositività post vaccino indica immunità, non presenza di un focolaio attivo. Il focolaio viene attivato nel momento in cui nello stesso allevamento ci sono animali con PCR positiva al VIRUS di campo “selvaggio”.»
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Redazione SANATZIONE.EU










