L’altro 28 aprile: Giovanni M. Angioy, George Washington e Thomas Jefferson

Si celebra oggi la festa nazionale dei sardi, quando il 28 aprile di due secoli fa partirono dei moti popolari, il cui apice conclusivo fu l’idea di creare una Repubblica indipendente aperta allo sviluppo del commercio internazionale e in linea con lo spirito illuminista dei tempi.
Un progetto, poi naufragato, che vide la partecipazione dell’intelligence e del governo francese dell’epoca.

Tra i vari protagonisti che animarono quella stagione riformista, Giovanni Maria Angioy ne fu il più celebre, e incredibilmente la sua figura ha diversi connotati comuni con due ben più celebri protagonisti di fine Settecento: George Washington e Thomas Jefferson.

Cosa avevano in comune questi eminenti personaggi del passato?

Quella americana viene definita da vari storici come una “rivoluzione conservatrice”, nella misura in cui i coloni si batterono per preservare i propri liberi commerci rispetto alle pretese, anche e soprattutto fiscali, della Corona inglese. Circostanza per cui nacquero gli attriti.

Ed è su questi aspetti che subentrano le analogie col nostro Giovanni Maria Angioy, perché l’eroe sardo non è affatto – secondo alcuni luoghi comuni del presente – il classico rivoluzionario che dal basso si erge a rappresentare le istanze delle popolazioni oppresse.

Angioy era un magistrato della Reale Udienza, e venne persino insignito dal potere sabaudo della carica di Alternos, ossia capace di esercitare il potere vicereale. E ciò al fine di sedare e ricomporre i disordini popolari.
Ma sarà proprio la progressiva conoscenza delle ragioni di quei disordini a portarlo alla testa stessa dei moti di rivolta.
Angioy rappresenta dunque il potere e l’autorità dell’epoca, esattamente come George Washington, che fu deputato, giudice e militare. Due uomini che, muovendosi dall’alto, a un certo punto si fanno interpreti delle istanze socio-economiche del territorio. E nel caso USA sarà Thomas Jefferson una delle figure apicali di riferimento.

Perché? E cosa avevano in comune anche Jefferson con Angioy?

Si tratta di un aspetto molto interessante che attiene alle affinità e alle divergenze della struttura economica dell’epoca tra Regno di Sardegna ed ex Colonie americane.

Da un lato, il nostro Angioy, inizialmente sostenuto pure da dei feudatari, si rende conto che ampia parte dei problemi economici del territorio derivano proprio dal modello feudale; dall’altro lato, Jefferson si pone sulla stessa linea di pensiero: in Virginia, questi si rende conto che la ricchezza derivante dai commerci può essere preservata ed espansa abbattendo i retaggi feudali importati nelle Colonie dalle autorità inglesi.

Tanti ignorano infatti che, nonostante gli americani non avessero una struttura feudale sulla base di quelle ancora esistenti in larga parte d’Europa, sussistevano però diversi istituti e costumi di gestione delle terre di derivazione feudale. Qualche esempio contestato da Jefferson? Si pensi ai “quitrents”, che obbligavano i proprietari terrieri a versare una tassa di concessione o un pagamento diretto alla Corona per la titolarità della terra. O si pensi al cosiddetto “entail”, una clausola legale per cui non si potevano vendere o dividere i grandi latifondi, danneggiando lo sviluppo della proprietà privata e dunque degli investimenti, a vantaggio dei protetti della Corona. E ciò, ricordiamolo, avveniva in un’America che, a differenza dei sardi, aveva già conosciuto i vantaggi della proprietà privata e del libero commercio. In altre parole, del capitalismo.

Ed è a questo punto che le vicende di Angioy si separano da quelle di Washington e Jefferson, proprio a causa dei diversi fondamenti economici esistenti.

Perché a un certo punto i feudatari sardi comprendono che seguire Angioy sino in fondo significa perdere rendite economiche certe, in una realtà dove “su connottu” delle terre comuni prevale nella struttura economico-sociale del territorio. Ed ecco che Angioy inizierà a perdere la fiducia di quanti non compresero la lungimiranza delle sue idee, e che lo porteranno più tardi a morire da ospite in Francia.

Ben diversa la sorte di Washington e Jefferson, perché dove già si erano conosciuti i benefici della proprietà privata, alimentare una battaglia politica (e poi militare) contro i privilegi dell’aristocrazia coloniale portava benefici diffusi a chi già materialmente controllava le terre e commerciava manifatture legate ad esse, consentendo di ampliarne i successi economici.

Ma attenzione: i signorotti sardi giungeranno ad analoghe conclusioni di quelli americani diversi decenni dopo la fine dell’avventura angioyana. Avverrà all’epoca delle famose “chiudende”, che demoliranno il feudalesimo. Un processo che, tuttavia, non essendo gestito da un potere repubblicano, a differenza degli USA, si trasformerà in un parziale saccheggio delle terre pubbliche, con cui pochi riuscirono ad arraffare varie terre, forti delle posizioni di privilegio ereditate dal passato. Sarà comunque nell’Ottocento, con ampio e disastroso ritardo rispetto agli americani, che i sardi inizieranno a conoscere autonomamente i benefici del libero commercio derivante da una razionalizzazione privata dell’uso delle terre, e dall’export (anche internazionale) dei loro prodotti.

In definitiva, Angioy ai suoi tempi perde perché le sue istanze creano una cesura netta tra establishment e istanze di cambiamento, per cui tanti sardi preferiscono annaspare ne “su connottu”. Viceversa, Washington e Jefferson vincono invece perché le loro istanze sono già parte del DNA economico locale, e si tratta solamente di tutelarle espellendone le scorie che ne impediscono la crescita.

Notiamo dunque che entrambe le rivoluzioni, quella americana e quella mancata sarda, nascono su basi conservatrici, evolvendosi rapidamente su istanze riformiste e progressiste, ben diversamente dalla rivoluzione francese, che pure ispirò i sardi.
E ciò perché i sardi non parlano subito di “Repubblica sarda”, inizialmente pongono solamente domande al potere regio d’oltremare per stabilire un riequilibrio senza mettere in discussione la titolarità della sovranità. Parimenti, anche gli americani non parlano immediatamente di indipendenza, chiedono al potere regio d’oltreoceano di ristabilire un equilibrio (“no taxation without representation”).

Le conseguenze di quegli eventi le conosciamo benissimo: gli USA sono divenuti la maggiore potenza al mondo, mentre i sardi non hanno neppure un PIL paragonabile a quello di altre note e sviluppate isole-Stato di fama internazionale.

Adriano Bomboi.

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U.R.N. Sardinnya ONLINE

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