Celebrazione angioyana a Parigi
Si è tenuto a Parigi, presso il cimitero di Père-Lachaise, un omaggio al patriota sardo Michele Obino, ed agli eroi della “sarda rivoluzione” contro l’oppressione feudale e sabauda del 1796, morti esuli e rifugiati in Francia.
Per l’evento si è esibito il tenore Luca Sannai dell’Opéra national de Paris.
Un lavoro di riscoperta e valorizzazione storico-culturale portata avanti dall’impegno di Adriana Valenti Sabouret, con la collaborazione dell’Assemblea Nazionale Sarda.
Al seguito, l’intervento sull’emigrazione di Gianraimondo Farina, vicepresidente del circolo culturale sardo di Monza; Università Cattolica del Sacro Cuore, Dipartimento di studi storici e filologici.
Quel 1796 sardo fra rivoluzione, esilio ed emigrazione.
In sardo vi sono due termini che rendono molto bene i concetti di emigrazione. Entrambi validi e pertinenti. Il primo, naturalmente, emigratzione, più dolce, più accettabile. Indica, sostanzialmente, il “migrare” dalla tua terra, per poi, magari, in un futuro, tornarci. E’, questa, anche, una connotazione economica. Diversa e più profonda è, invece l’altra accezione, riferita al termine disterru, molto in voga nella cultura e nella poesia sarda. Termine in cui emerge chiaramente l’allocuzione alla recisione di ogni legame con la terra di origine. Dis-terru, “fuori”, via dalla tua terra. Termine più appropriato ad un distacco reale, ad un esilio, piuttosto che ad un’emigrazione strictu sensu economica. Si emigra per avere migliori opportunità di vita e di lavoro. Si và in esilio per motivi politici, per non più tornare. Portandosi seco il ricordo della Patria. Sempre più lontano, sempre più sbiadito ed intriso di nostalgia.
Ecco il punto. Per cui, da ricercatore e cultore di Storia Economica, nonché da vicepresidente del Circolo Sardegna di Monza, Concorezzo e Vimercate, su invito della carissima amica e scrittrice Adriana Valenti Sabouret, dell’Assemblea Natzionale Sarda e dell’Associazione Sardos in Paris, che ringrazio, ho avuto l’onore quest’anno di svolgere la mia allocuzione storica su Sa Die de Sa Sardigna nel celebre cimitero monumentale di Parigi del Père Lachaise. Con queste mie righe che saranno lette sulla tomba di don Michele Obino, sacerdote, seguace ed amico di Giovanni Maria Angioy, esule e patriota sardo, il cui luogo di sepoltura è rimasto dimenticato per quasi due secoli dalla sua morte, avvenuta nel 1839. Ci sono volute la caparbietà, la sagacia e la determinazione di una donna, scrittrice e ricercatrice siciliana come Adriana Valenti Sabouret, sollecitata dallo stimato sociologo santulussurgese Niccolò Migheli, a “riportare in luce” la sua vicenda, scoprendone, quasi per caso e fortuitamente, il luogo di sepoltura. Salvato da un albero. Dentro il Père Lachaise. Giacché le ricerche sulla tomba di Angioy a Parigi, sebbene proseguano, da parte di Adriana, sembrano, ormai, aver assodato un punto di non ritorno: l’agognata sepoltura dell’Alternos, del Padre della Sardegna moderna, sarà difficile da trovare. La strada praticata da Adriana, sulle orme dei precedenti studi, su tutti, di Carlino Sole e Vittoria Del Piano, ci ha portato, da storici e sardi, a concludere che Giovanni Maria Angioy morì esule a Parigi il 23 febbraio 1808 presso la pensione di madame Catherine Dupont di Arces-sur-Gironde, residente a Parigi, che lo ospitò per ben nove anni, da emigrato e rifugiato. Adriana è riuscita a documentare tutto, giungendo anche al penultimo epilogo dell’esperienza terrena di Angioy, il suo funerale, celebrato nella famosa basilica di Saint Germain l’Auxerrois, a due passi dal Louvre. La chiesa dei re di Francia, luogo dell’ultimo transito terreno del capo dei patrioti sardi ribelli, emigrati ed esuli.
Ora, è sintomatico che, per ricordare il 28 Aprile, Sa Die de Sa Sardigna, Parigi ed i sardi la celebrino al cospetto della ritrovata tomba di don Michele Obino, sacerdote e patriota, fidato amico di Angioy. E’ un onore, pertanto, per il sottoscritto, redigere queste poche note. Note in cui, oltre all’aspetto storico ed alla valenza centrale della Sarda Rivoluzione, mi piacerebbe riprendere il discorso sulla grande riflessione inerente la dicotomia fra esilio ed emigrazione/ disterru. Che, per noi sardi emigrati, non è “lana caprina”. Dopo gli amici “Sardi del Quebec”, il Circolo Cuturale Sardegna di Monza, è il secondo circolo dell’emigrazione sarda nel mondo a rendere concreto omaggio alla tomba “simbolo” de Sa Sarda Rivolutzione.
E’ importante, poi, che questo avvenga dopo l’intervento politico ed istituzionale dell’ANS- Assemblea Nazionale Sarda e la deposizione dei fiori da parte della Corona de Logu. Questo perché il mondo dell’emigrazione dovrebbe iniziare a riappropriarsi, decisamente e con coraggio, de Sa Die, che non è una festa “contro” qualcuno e “contro” qualcosa. Sa Die è una ricorrenza “per”.
Innanzitutto, il 2026 assume valore per un anno, il 1796. Due anni prima, 28 Aprile 1794, la cacciata dei funzionari piemontesi. Due anni dopo, 28 febbraio 1796, l’ingresso di Giovanni Maria Angioy a Sassari, mandato dal viceré per “tenere sotto controllo” il “Capo di Sopra” ed, invece, finito con il capeggiare ulteriormente la rivolta. Quel 1796 che, se in Sardegna, assume, appunto, i connotati politici della ribellione aperta prima al sistema feudale e, poi, alla monarchia sabauda, la cui repressione sarà durissima, nella penisola, per i sardi reduci, avrà i connotati dell’emigrazione e dell’esilio. Per la prima volta. Angioy ed i suoi lasceranno la Sardegna, prima da emigrati, con l’intento, quindi, di ritornarci “sulla forza delle armi” francesi e, poi, svanita ogni speranza per la Sardegna, da esuli. Perché, è bene ricordarlo, per noi sardi d’ Oltremare, queste due parole assumono un significato profondo e, spesso, intrinsecamente, collegato fra loro. Furono emigrati, certamente, Angioy, Obino, Mundula, Leo, Simon, Sanna Corda, Cillocco: il drappello di rifugiati sardi partiti “post” quel fatidico 1796. O, meglio, quel giugno 1796, in cui il “sogno” angioyano, tradito, s’infrangeva e lui sarà costretto, con pochi suoi seguaci, a salpare definitivamente dalla Sardegna. Obino lo raggiungerà tre anni più tardi. A Parigi. Angioy, giudice della Reale Udienza, alto magistrato del Regno di Sardegna, fino a quel momento non aveva lasciato mai l’isola. Lo farà una volta per tutte, prendendo la via, prima, dell’emigrazione, nel resto della penisola italiana, “rincorrendo” Napoleone per perorare la causa isolana. Emigrazione si, perché l’Alternos, e con lui, quasi tutti i fuoriusciti, credevano che sarebbero ritornati sotto la protezione francese. E’ bello e significativo ricordare Angioy emigrato e fuoriuscito a Milano, nei primi e tumultuosi tempi della Cisalpina. Ma è altrettanto emblematico di come, falliti anche i tentativi di recarsi a Torino, quell’emigrazione, nel fatidico 1796, si tramuterà in esilio. Per sempre. E lo diverrà rocambolescamente. Da Casale Monferrato. Angioy, ormai sotto controllo della polizia sabauda, riuscirà ad evadere dal convento agostiniano di quella città protetto dai suoi fedeli bonesi, don Felice Mulas Rubatta, cognato acquisito e gli allora giovani Salvatore Frassu (futuro sacerdote, parroco di Benetutti e canonico della Cattedrale di Oristano, nonché memoria di quegli eventi) ed Emanuele Crobu, futuro sindaco di Bono ed, al momento, segretario particolare di Angioy. Per trasferirsi in Francia, a Marsiglia, assieme ad una lettera di raccomandazione per lui del Ministero delle Relazioni Estere francese a quello della Polizia generale di Parigi, in cui Angioy è definito come “cittadino rifugiato”.
E’ questo il momento “cruciale”, ben colto dalle scoperte recenti di Adriana Valenti Sabouret, in cui la Sarda Rivoluzione, da mero fatto “localistico” sardo e/o della penisola italiana, diventa, nel suo piccolo, una questione di respiro internazionale. Con il passaggio decisivo di Angioy da semplice emigrato e/o fuoriuscito a “cittadino rifugiato” ufficiale in Francia. Grazie, appunto, alla scoperta, da parte della Sabouret, del citato passaporto. Il 1796, la Sarda Rivoluzione, i concetti di emigrazione ed esilio, assumono, quindi, una nuova valenza anche agli occhi dei sardi di oggi. Dove, senza retorica, le “battaglie” del mondo dell’emigrazione, scevre da mere questioni “di bottega”, devono sempre essere battaglie politiche e sociali. Per il bene della Sardegna e delle comunità dei sardi e delle loro famiglie emigrate. Ed è questo agire e pensare “in senso comunitario” che ha sempre contraddistinto il nostro essere sardi fuori. E che quegli esuli e patrioti del 1796, al seguito di Angioy, avevano ed, in gran parte, poi non rinnegarono.
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Redazione SANATZIONE.EU










