Come rimediare in un Paese che non affronta realmente i problemi?

L’Italia è costantemente avvitata in sterili dibattiti ideologici in cui si perde di vista la sostanza, per esempio parlando di “patrimoniale” come panacea per tutti i mali in un paese che di patrimoniali ne ha già diverse: si pensi all’IMU o al bollo auto, solo per citare le più note.

Premessa: ricordate cosa scrissi appena venne eletta Giorgia Meloni?

Nessun “fascismo”, governerà seguendo la logica della classica cultura politica italiana: “alla democristiana”.

Detto fatto.

Oggi Schlein guida una sinistra allo sbando, che ha svenduto il proprio riformismo sull’altare del landinismo grillino, donando consensi proprio al centrodestra.

Dico “centrodestra” perché in un’epoca di demagoghi e populisti senza scrupoli, Meloni coi suoi Fratelli d’Italia ha compreso che poteva far crescere la propria proposta politica accasandosi, non solo verso il duo Salvini-Vannacci, ridotti a macchiette di se stessi, ma soprattutto verso il centro. Un centro che la sola Forza Italia non è in grado di impersonare con più convinzione. Peraltro lasciando pure spazio oltre il bipolarismo ad una serie di partiti liberali che alle prossime elezioni si spera si presentino uniti e alternativi alle destre e alle sinistre.
Parlo del “Partito Liberaldemocratico” di Marattin, di “Azione” di Calenda, e di “Ora!”, promosso da Forchielli e Boldrin. Solo per citare le sigle più in vista, mentre Renzi ha seguito un’altra strategia.

Pertanto, come si rappresenta tanto a Roma quanto a Cagliari questa variegata galassia centrista?

Con un minimo sindacale di astuzia politica: non certo impelagandosi in battaglie campali tra conservatori e progressisti, men che meno tra laici e cristiani, ma semplicemente assicurando stabilità socio-economica. O quantomeno far sembrare che il timone del governo vada in tale direzione, nonostante l’evidente declino del paese. Perché sinora è l’unico sistema per rassicurare una base sociale composita e politicamente meno coesa di quanto si pensi.

Quindi come si traduce questo intento in uno Stato dal debito pubblico record accompagnato da una spesa pensionistica oltre le proprie possibilità?

La risposta è ovvia, la spesa pubblica non verrà purtroppo riqualificata, nessuno ha intenzione di combattere battaglie thatcheriste con la piazza, ma si cercherà semplicemente di evitare la demenziale idea di aumentare le tasse in un paese che possiede già una delle fiscalità più alte del pianeta, a cui corrispondono servizi scadenti.

La CGIA di Mestre ci ha oggi ricordato che le patrimoniali già esistenti pesano per un valore di 51,2 miliardi di euro. “Nel 2024 il prelievo è stato pari a 23 miliardi, il 45% del gettito totale delle patrimoniali. Seguono l’imposta di bollo su conti correnti, depositi e fatture (8,9 miliardi), il bollo auto (7,5 miliardi) e l’imposta di registro su compravendite immobiliari e contratti d’affitto (6,1 miliardi). Quest’anno la pressione fiscale è prevista al 42,8%, 0,3 punti in più del 2024 e 1,1 punti sopra il 2022”.

Si tratta di una fiscalità che non è mai neppure calata a fronte di fasi di maggior gettito nell’erario pubblico, e che ha semplicemente offerto la scusa alla nostra politica per poter sperperare più denaro dei contribuenti. Mentre le piccole imprese e soprattutto i piccoli professionisti cercano di galleggiare nell’elusione e nell’evasione, non sempre a ragione, come strumento di difesa da uno Stato iniquo e mal amministrato, anche per propri limiti strutturali.

L’unico sistema per uscire dal pantano non è quello di auspicare nuove patrimoniali, per redistribuire il poco, ma di offrire più fiducia al mercato, e di investire in formazione e produttività: unici strumenti per poter ambire ad una crescita, a salari più dignitosi e a più occupazione senza la droga dei sussidi. Ma per arrivarci servirebbero anche altre riforme, penso ad un modello federale, dove la responsabilità nell’uso della spesa pubblica sostituisca il buco nero del regionalismo italiano. Penso ad una riforma della Giustizia per rendere più rapidi i processi. Penso ad una burocrazia meno opprimente, perché se in questo paese ad un qualsiasi giovane non è permesso neppure salire su un auto per affiliarsi ad Uber, allora abbiamo solamente costruito un Leviatano capace di far emigrare i ragazzi verso paesi più svegli e più dinamici del nostro.

In conclusione, per tornare alla nostra premessa, chi può imbarcarsi in una battaglia simile?

Non certo partiti pigliatutto presenti nell’attuale bipolarismo, e che governano “alla democristiana”. Non possiamo più accontentarci del “meno peggio”, limitando danni che il bipolarismo italiano non intende affrontare con più coraggio.

La strada venne già indicata dalle poche esperienze liberali e sardiste del passato, più recentemente penso alle battaglie di Piergiorgio Pira contro l’oppressione fiscale. Ed oggi anche con le piccole forze liberali che guardano ad obbiettivi comuni.

Sul tema, consiglio pure una riflessione di Giuseppe Melis (Università di Cagliari): giuseppemelisca.wixsite.com/website/post/che-sardegna-vogliamo-diventare

Pensiamoci.

Adriano Bomboi. 

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U.R.N. Sardinnya ONLINE

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