Debolezza e appeasement trumpiano sull’Ucraina

La notizia dell’abbattimento di droni russi da parte della Polonia è solo l’ultimo dei numerosi segnali che dovrebbero indurre preoccupazione, tanto in Europa quanto negli USA.
L’aggressività russa non conosce sosta, sebbene le sue provocazioni non siano ad oggi in grado di compiere un ulteriore salto di livello sul piano militare oltre lo scenario ucraino.

Con l’autunno alle porte, abbiamo ormai la conferma del fallimento della strategia adottata sinora dalla Casa Bianca nei confronti della Russia.
Si sono persi otto lunghi mesi in cui si sarebbe potuta organizzare diversamente la difesa dell’Ucraina, e gli europei del resto avevano più volte informato Trump che qualsiasi apertura diplomatica verso Putin avrebbe indotto Mosca a credere di poter vincere la guerra, incrementandone l’aggressività. E così è stato.

La saggista Anne Applebaum ritiene che i leader del vecchio continente dovrebbero aver il coraggio di dire a Washington che la sua strategia è fallita, ma come ha dimostrato anche l’ultimo pellegrinaggio UE nella terra promessa, il volubile Trump appare più sensibile alle adulazioni che alle critiche costruttive.

Pochi ormai ricordano che il primo settembre scadeva (l’ennesimo) ultimatum di due settimane annunciato da Trump dopo le inutili passerelle di agosto in Alaska.
Che ha fatto in concreto il presidente USA da allora? Ben poco, per esempio, le sanzioni secondarie all’India adottate richiederebbero tempo per sviluppare risultati apprezzabili. Ma hanno certamente prodotto risultati politici, spingendo Modi verso la vetrina di Pechino, e nonostante i Paesi Brics non esistano in quanto asse vero e proprio in termini di alleanze commerciali e strategico-militari.

Sebbene sottotraccia gli USA continuino a supportare indirettamente gli ucraini e si abbia notizia di ulteriori piani sul tavolo, Kyiv continua a non disporre di adeguata iniziativa militare per colpire il territorio russo oltre la propria campagna di droni. Una linea più volte invocata anche dai tedeschi, che al momento appaiono incartati nella volontà di spingere la Casa Bianca ad un impegno maggiore.
Peraltro abbiamo avuto notizia che è stato proprio il Pentagono a frenare i lanci di missili a lungo raggio da parte ucraina verso l’interno del territorio russo, che aveva infine autorizzato Biden, con l’evidente obiettivo da parte dell’amministrazione Trump di cercare un dialogo col Cremlino.

Ma perché Berlino si è incartata e il governo Merz nell’inazione USA si attende un lungo conflitto in Ucraina? Perché in Europa abbiamo un altro problema esistenziale: non solo l’insufficienza di personale militare rispetto a quelli messi in campo dai tiranni asiatici, ma pure l’assedio dei populisti, eterodiretti da tali tiranni, che cercano di influenzare le nostre opinioni pubbliche. Si pensi all’Italia, circondata e infiltrata sia a destra che a sinistra, o proprio alla Germania, occupata a contenere l’espansione della destra radicale di AfD. E anche la Francia non se la passa meglio, alla luce del contenzioso sociale sorto attorno ad una spesa pubblica che dovrà necessariamente essere ridotta, con tutte le ricadute politiche del caso. Al momento il macronismo rimane a galla, ma in tutto il vecchio continente si ha l’impressione che i governi tendano a galleggiare in un sottile equilibrio che rischia di franare via con una potenziale esplosione del malcontento popolare.

Insomma, i mezzi e il personale militare di cui disponiamo in Europa, anche se insufficienti e utili alla nostra difesa, potrebbero comunque impensierire la macchina bellica russa decimata da tre anni e mezzo di conflitto in Ucraina. Ma nessuno intende prendersi la responsabilità politica di partecipare attivamente – cioè militarmente – ad una campagna per dare la spallata finale a Putin e indurlo a ritirarsi. In prospettiva inoltre rimangono pure i dubbi sul futuro di una Russia priva di Putin, ma in cui comunque alberga un regime maturato in oltre venti anni di putinismo.

Ai tempi della guerra fredda, ben diversamente dall’appeasement britannico di cento anni fa, gli USA sapevano comunque muoversi con disinvoltura anche nell’emisfero avversario. Si pensi ai bombardamenti di Nixon solo per citare un esempio.

La verità è che per indurre un chiaro mutamento nell’atteggiamento di Putin occorrerebbe iniziare a bombardare le “prime linee russe” in territorio ucraino (mi riferisco a depositi, sistemi di contraerea e rete logistica innanzitutto), e a consentire agli ucraini, oltre i propri mezzi, a colpire all’interno del territorio russo. Incrementando inoltre i già numerosi pacchetti di sanzioni. Ma anche in questi casi la presidenza Trump non intende assumersi impegni simili, che sarebbero peraltro alquanto impopolari presso la sua base elettorale. Il paradosso dei sovranisti, dei libertari e dei pacifisti più genuini del resto si manifesta nel momento in cui pretendono che il proprio paese abbia più voce nel panorama internazionale, ma allo stesso tempo non intendono avvalersi o investire nei mezzi che consentono di farsi ascoltare.

L’idea che gli USA non si muovano attivamente per evitare un “potenziale conflitto atomico” è chiaramente una bufala politica. Perché al rischio che si arrivi ad una guerra atomica non ci crede alcun serio analista, ma in tanti notano i rischi di una “guerra sociale” nell’intraprendere misure risolute per fermare una guerra cercata e voluta dalla Russia.
E queste misure risolute passano inevitabilmente per le armi.

L’alternativa invece è quella a cui stiamo assistendo: la volontà di tenere in vita la resistenza ucraina sinché la macchina bellica russa non sarà del tutto decimata e finanziariamente insostenibile per sostenere l’occupazione. Ma questa opzione comporterà tempi nettamente più lunghi, e probabilmente anche più morti civili.
Il prezzo che nella storia si è sempre pagato come tributo alla debolezza.

Di Adriano Bomboi.

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U.R.N. Sardinnya ONLINE

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