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	<title>Sa Natzione - U.R.N. Sardinnya ONLINE: Think tank d&#039;informazione e critica politica riformista di Sardegna &#187; PRIMO PIANO</title>
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	<description>PORTALE di CRITICA, CULTURA, ECONOMIA e COMUNICAZIONE POLITICA RIFORMISTA di SARDEGNA</description>
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		<title>In Québec vince indipendentismo pro-NATO, in Sardegna poltronificio pro-russo</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Oct 2026 21:38:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.sanatzione.eu/wp-content/archivio_media/uploads/2026/10/PQ.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-20505" title="pq" src="https://www.sanatzione.eu/wp-content/archivio_media/uploads/2026/10/PQ.jpg" alt="" width="605" height="422" /></a></p>
<p>Mentre in Sardegna scoppia lo scandalo del poltronificio Todde, come se fosse una novità, e i 5 Stelle sardi si arrampicano sugli specchi pur di giustificare lo sperpero di milioni di euro dei contribuenti in pseudo-consulenze, e la vicinanza all&#8217;imbarazzante visione di politica estera di Giuseppe Conte, in Canada il Québec si allinea al successo delle grandi formule indipendentiste europee: come quella catalana, che da oggi consente a Puigdemont di rientrare in patria da uomo libero; o come quella delle nazioni celtiche del Regno Unito, Scozia in testa, che tengono a bada i nazionalismi avversi al diritto internazionale.</p>
<p>Il Parti Québécois ha infatti vinto le ultime elezioni nazionali francofone e potrà comporre un governo, seppur di minoranza, forte dei 40 seggi conquistati in parlamento. Il partito si è inoltre impegnato a non pretendere un nuovo referendum sull&#8217;indipendenza da Ottawa sinché Donald Trump sarà al potere, ritenendo che la guerra commerciale USA-Canada meriti uno sforzo comune col governo Carney per poter essere affrontata.</p>
<p>Ma cos&#8217;hanno in comune i quebecchesi con le grandi famiglie indipendentiste europee che abbiamo citato?</p>
<p>Per esempio il Parti Québécois, così come il suo gemello federale (Bloc Québécois), sostengono una piena adesione alla NATO, una linea commerciale di libero scambio, ed un aperto supporto all&#8217;industria delle armi nel proprio territorio, tra cui la divisione di RWM/Rheinmetall Canada. E tutto ciò sia con l&#8217;obiettivo di tutelare la sicurezza dei propri concittadini coi partner internazionali, sia con l&#8217;obiettivo di preservare l&#8217;occupazione e la competitività tecnologica locali.<br />
Una linea profondamente diversa, ancora una volta, dalla maggior parte dell&#8217;indipendentismo sardo, il quale ammira voyeuristicamente i successi delle altre esperienze indipendentiste estere, ma avversandone totalmente i contenuti, in quanto si pone come brutta copia della sinistra radicale italiana, e con diversi elementi mutuati dal populismo della destra italiana.</p>
<p><img class="alignleft" src="https://www.sanatzione.eu/wp-content/archivio_media/uploads/2016/05/SaNatzione.eu-URN-Sardinnya-Logo.jpg" alt="" width="196" height="200" />Per essere più chiari, diverse sigle indipendentiste sarde appaiono culturalmente più in linea con gli orientamenti della Giunta  Todde del Movimento 5 Stelle, che con formule indipendentiste orientate a sviluppare l&#8217;economia locale, con una propria fiscalità, e sani rapporti internazionali basati sulla democrazia e sul diritto.</p>
<p>I quebecchesi, al contrario dei sardi, sono molto chiari su questi aspetti e non lasciano adito a dubbi.<br />
Sotto la direzione di Paul Plamondon, il PQ ha rimarcato una linea di politica estera pragmatica per rassicurare l&#8217;elettorato e gli alleati internazionali sulla stabilità geostrategica del Nord America in caso di secessione dal Canada.</p>
<p>La linea politica è stata espressa nel famoso “livre bleu/libro blu”, un testo di ben 551 pagine che riassume la visione del partito su una società quebecchese libera. Articolato in 22 capitoli, il 13simo è interamente dedicato alla sicurezza nazionale e alla necessità di una piena adesione alla NATO, che in una ipotetica nazione indipendente, passerà anche per la formazione di un proprio esercito partner del Patto Atlantico (testo disponibile al seguente link ufficiale: <a href="https://pq.org/wp-content/uploads/2026/07/PQ_Livre-bleu-pages.pdf" target="_blank"><em>pq.org/wp-content/uploads/2026/07/PQ_Livre-bleu-pages.pdf</em></a>).</p>
<p>In conclusione, osserviamo un livello di competenza e lungimiranza ben distante, pur con tutti i distinguo, dall&#8217;irresponsabilità delle nostre classi politiche locali di maggioranza e opposizione, per di più in un settore caldo come il nostro Mediterraneo occidentale.</p>
<p><span style="color: #0000ff;">Adriano Bomboi.</span></p>
<p><a href="https://www.sanatzione.eu/wp-content/archivio_media/uploads/2026/10/URN-Sardinnya-Esteri-Sulla-vittoria-del-Parti-Québécois.pdf" target="_blank">Scarica questo articolo in PDF</a></p>
<p><strong>U.R.N. Sardinnya ONLINE</strong></p>
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		<title>Favole moderne: la suggestione decrescista e le teorie della post-crescita</title>
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		<pubDate>Thu, 01 Oct 2026 22:03:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Scrollando sul social mi sono imbattuto in un interessante articolo di Maurizio Onnis per “Sardegna Oltre”, il quale si interroga sulla ricetta da offrire in un territorio economicamente depresso, ma nell&#8217;ambito di una realtà globale in cui le sfide ambientali impongono oggi scelte alquanto prudenti in materia economica. Tuttavia, benché condivida la preoccupazione di trovare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.sanatzione.eu/wp-content/archivio_media/uploads/2026/10/NP.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-20496" title="np" src="https://www.sanatzione.eu/wp-content/archivio_media/uploads/2026/10/NP.jpg" alt="" width="605" height="443" /></a></p>
<p>Scrollando sul social mi sono imbattuto in un interessante articolo di Maurizio Onnis per “Sardegna Oltre”, il quale si interroga sulla ricetta da offrire in un territorio economicamente depresso, ma nell&#8217;ambito di una realtà globale in cui le sfide ambientali impongono oggi scelte alquanto prudenti in materia economica.</p>
<p>Tuttavia, benché condivida la preoccupazione di trovare un equilibrio tra ambiente e sviluppo, non mi ritrovo nella soluzione proposta, che rientra nella classica impostazione decrescista, come nella teorizzazione proposta da Timothée Parrique, uno studioso ampiamente contestato dai suoi colleghi accademici.</p>
<p>Possiamo riassumere la sua teoria in una domanda molto in voga dagli anni &#8217;60 ad oggi, ma sostanzialmente superata: “è possibile una crescita infinita in un mondo a risorse finite?”</p>
<p>La letteratura economica ci dice di si, e lo dicono persino due premi Nobel, non propriamente accusabili di essere “pericolosi liberisti”. Basti pensare a William Nordhaus e Paul Krugman.</p>
<p>Agganciandoci al loro pensiero, scopriamo che, nel nuovo secolo, parlare di “risorse finite” ha una logica relativamente svuotata rispetto al suo significato originario.</p>
<p>Perché?</p>
<p>Per esempio, la tecnologia che ci sta portando a sviluppare le energie rinnovabili, come sole e vento, riguarda forse “risorse finite”? E lo sviluppo della tecnologia nella fissione nucleare?</p>
<p>Nel 2018 Nordhaus ha ricevuto il Nobel per aver &#8220;<em>integrato i cambiamenti climatici nell&#8217;analisi macroeconomica di lungo periodo</em>&#8220;. Cosa ha sostenuto e cosa sostiene in parallelo Paul Krugman?</p>
<p>Intanto che la crescita economica non è antitetica alla tutela ambientale. E il pilastro di questa affermazione risiede nel ruolo dell&#8217;innovazione tecnico-scientifica. Ruolo invece ignorato dalle teorie della post-crescita.</p>
<p>E chi realizza l&#8217;innovazione?</p>
<p>Per Krugman e Nordhaus, la transizione ecologica richiede enormi investimenti in ricerca, energie rinnovabili, reti elettriche intelligenti e cattura del carbonio. Tutti questi investimenti richiedono capitale, mobilitazione industriale e crescita economica, non una regressione o una stasi dell&#8217;apparato produttivo. Di conseguenza solo le economie sviluppate sono in grado di affrontare tali processi, seppur non indolori.</p>
<p>Ecco perché fermare la crescita significherebbe fermare gli investimenti nello sviluppo di tecnologie green.</p>
<p>Ci sono prove a supporto della loro tesi?</p>
<p><img class="alignleft" src="https://www.sanatzione.eu/wp-content/archivio_media/uploads/2016/05/SaNatzione.eu-URN-Sardinnya-Logo.jpg" alt="" width="196" height="200" />Si, negli ultimi tre decenni, le economie più avanzate sono proprio quelle che hanno ridotto il tasso di emissioni senza fermare la crescita.</p>
<p>Ecco perché si parla di decoupling, mentre i decrescisti commettono l&#8217;errore di considerare il PIL come un&#8217;entità puramente &#8220;fisica&#8221; (fatta di tonnellate di acciaio, petrolio e plastica). Il PIL misura invece il valore monetario di beni e servizi. È del tutto possibile far crescere il PIL riducendo contemporaneamente l&#8217;impatto ambientale (da ciò il disaccoppiamento assoluto tra emissioni di CO2 e PIL).</p>
<p>Queste semplici osservazioni empiriche smontano teorie marginali come il decrescismo, molto in voga negli ambienti della sinistra radicale, e in misura minore nella destra populista di stampo tradizionalista, che sognano improbabili realtà rurali a misura di piccole comunità.<br />
Teorie purtroppo ancora troppo diffuse nella cultura (anch&#8217;essa marginale) dell&#8217;indipendentismo sardo.</p>
<p>Si tratta peraltro di contenuti già noti da decenni nelle scienze economiche, basti pensare alla celebre sfida tra l&#8217;economista Julian Simon e il biologo Paul Ehrlich, in cui nel 1968 il secondo paventava una catastrofe dovuta al consumo di noti minerali fossili utilizzati dalle industrie, mentre Simon dimostrò – in una contesa tra i due terminata nel 1980 – quanto fosse mutato nel tempo l&#8217;uso di tali minerali nei processi produttivi (alcuni superati da altri maggiormente disponibili, ed altri ancora tecnologicamente perfezionati). Senza scordare il ruolo dei cicli economici che ne alterano l&#8217;impiego.</p>
<p>Ma senza avventurarci in esempi particolarmente complessi al lettore, basti pensare all&#8217;invenzione della chiavetta USB, che ha permesso di risparmiare milioni di alberi destinati altrimenti alla produzione di carta. Tutti argomenti già affrontati in questo spazio.<br />
Va inoltre considerato che il benessere globale raggiunto grazie alla crescita economica ha altresì portato ad una crescita demografica globale, soprattutto nei paesi in via di sviluppo e in forte ascesa, come in Asia.</p>
<p>Pertanto, secondo Nordhaus, dare un prezzo adeguato al carbonio consente al mercato di riallocare i capitali verso tecnologie pulite ed efficienza senza distruggere la ricchezza e il benessere. Le società più ricche e tecnologicamente avanzate (frutto della crescita economica) hanno molte più risorse finanziarie e strutturali per adattarsi ai cambiamenti climatici e finanziare la transizione tecnologica. La povertà e la stasi economica riducono la resistenza dei popoli di fronte ai disastri ambientali. Né peraltro si può imporre ad economie in via di sviluppo di rinunciare al proprio benessere.</p>
<p>Pensando alla Sardegna, l&#8217;applicazione della teoria decrescista sarebbe poi oltremodo paradossale, poiché in un territorio dall&#8217;economia scarsamente dinamica, un rallentamento degli investimenti non farebbe altro che perpetuare lo stato di assistenzialismo in cui versa il nostro tessuto sociale, dando nuovo impulso alle suicide posizioni NIMBY, carburante per populisti. Non sarebbe di beneficio né ai nostri concittadini, né alla salvaguardia ambientale.</p>
<p><span style="color: #0000ff;"><em>Di Adriano Bomboi.</em></span></p>
<p><a href="https://www.sanatzione.eu/wp-content/archivio_media/uploads/2026/10/URN-Sardinnya-Lopinione-Sulla-favola-della-decrescita.pdf" target="_blank">Scarica questo articolo in PDF</a></p>
<p><strong>U.R.N. Sardinnya ONLINE</strong></p>
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		<title>Sardegna e Sicilia, due modelli universitari a confronto</title>
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		<pubDate>Thu, 01 Oct 2026 18:46:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il dibattito: il neo-rettore dell&#8217;Università di Sassari, Chessa, ha alimentato malumori in Olbia, dove si guarda alla creazione di un ramo universitario di qualità, di cui oggi se ne paventa il ridimensionamento. E tutto ciò mentre il polo nuorese finisce nel dimenticatoio, vieppiù in una Sardegna centrale segnata da un&#8217;evidente stagnazione economica e da un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="color: #0000ff;"><em><a href="https://www.sanatzione.eu/wp-content/archivio_media/uploads/2026/10/Kore.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-20487" title="kore" src="https://www.sanatzione.eu/wp-content/archivio_media/uploads/2026/10/Kore.jpg" alt="" width="605" height="484" /></a></em></span></p>
<p><span style="color: #0000ff;"><em>Il dibattito: il neo-rettore dell&#8217;Università di Sassari, Chessa, ha alimentato malumori in Olbia, dove si guarda alla creazione di un ramo universitario di qualità, di cui oggi se ne paventa il ridimensionamento. E tutto ciò mentre il polo nuorese finisce nel dimenticatoio, vieppiù in una Sardegna centrale segnata da un&#8217;evidente stagnazione economica e da un chiaro declino demografico. </em></span></p>
<p><span style="color: #0000ff;"><em>Eppure in Italia esiste un esempio che ha saputo invertire la rotta rispetto ad un territorio apparentemente al tramonto: è il &#8220;miracolo laico” vincente di Enna, con l&#8217;Università Kore, dai numeri in crescita. Ce ne parla Gianraimondo Farina.</em></span></p>
<p>L&#8217;elezione di Omar Chessa come nuovo rettore dell&#8217;Università di Sassari ha catalizzato l&#8217;attenzione del mondo accademico e politico sardo. In tal modo si è spostato il focus dal pluridecennale dibattito sull&#8217;Università Autonoma della Sardegna centrale con sede a Nuoro. Un dibattito che, a dire il vero, era molto vivo fino ad almeno un decennio fa, ma che ora sembra essersi inspiegabilmente &#8220;inabissato&#8221;. Eppure sarebbe ora di riprenderlo e ripercorrerlo.</p>
<p>Partiamo, innanzitutto, dalle recenti motivazioni che hanno fatto passare in subordine il &#8220;sogno&#8221; del Terzo polo accademico autonomo sardo. Sono, sostanzialmente, tre:<br />
In primo luogo, proprio lo scontro sul &#8220;Progetto Olbia&#8221; e le risorse regionali. Subito dopo la sua proclamazione, il neo-rettore sassarese Chessa ha espresso forti riserve sul piano di espansione universitaria a Olbia, dichiarando che il progetto va profondamente ripensato. Da ricordare che la Regione Sardegna ha già stanziato circa 45 milioni di euro per i prossimi 15 anni proprio per il polo di Olbia, e dunque le dichiarazioni del neo-rettore hanno, da subito, aperto una disputa politica e finanziaria immediata che ha oscurato i piani legati a Nuoro e alla Sardegna centrale.<br />
In secondo luogo, un altro punto fondamentale riguarda la governance e i delicati equilibri interni all&#8217;Ateneo turritano. In sostanza la transizione della guida accademica, dopo il mandato di Gavino Mariotti, terminato in un clima complesso, ha costretto le istituzioni regionali e le forze politiche a concentrarsi sulle nuove alleanze e sui futuri assetti dei due poli accademici storici dell&#8217;isola. I consorzi universitari decentrati, come Nuoro, purtroppo, dipendono per livello di corsi e docenze proprio dalle decisioni centrali di questi due atenei.<br />
In terzo luogo si è aggiunta la ridefinizione dell&#8217;offerta formativa territoriale.  E qua lo scontro interno alle elezioni ha rimesso in discussione non solo le sedi distaccate esistenti, ma l&#8217;intero modello di frammentazione dei corsi di laurea sul territorio sardo. Ed è chiaro che una grande &#8220;manovra di tipo strutturale&#8221;, come quella di favorire la nascita di un terzo polo del tutto autonomo al centro dell&#8217;isola, sia passata temporaneamente in secondo piano rispetto all&#8217;urgenza di capire quale linea “geopolitica” e accademica adotterà la nuova dirigenza sassarese. Ma noi, in questa sede, vogliamo proprio &#8220;entrare&#8221; in queste dinamiche e capire perché la &#8220;battaglia per Nuoro&#8221;, per la possibilità di avere un&#8217;Università Autonoma nella Sardegna centrale si sia &#8220;arenata&#8221;. Quando, invece, urgerebbe riprenderla. E per farlo, partiamo da una storia di quarant&#8217;anni fa, che è anche storia economica.</p>
<p>Correva l&#8217;anno 1986 ed a Nuoro veniva fondata l&#8217;AILUN. Le vere origini della battaglia per Nuoro e la sua Università si trovano qua. Fondato su iniziativa dell&#8217;Associazione Industriali della Provincia di Nuoro e del Credito Industriale Sardo, l&#8217;AILUN (Associazione Industriali Libera Università del Nuorese), nacque con un obiettivo preciso: istituire una Libera Università della Sardegna Centrale per sottrarre il territorio all&#8217;isolamento culturale ed economico. Riconosciuto, quindi, come Ente Morale dal Presidente della Repubblica nel 1988, l&#8217;AILUN ha agito come un vero e proprio &#8220;incubatore&#8221; universitario. E fondato le sue caratteristiche su due punti: l&#8217;alta formazione ed appunto il modello di Università Autonoma. Nel primo caso i &#8220;successi&#8221; sono avvenuti subito. Invece di attendere i tempi della burocrazia statale, l&#8217;AILUN ha avviato fin dai primi anni &#8217;90 master internazionali di eccellenza, come quelli in Scienza dell&#8217;Organizzazione. Il secondo &#8220;perno&#8221; dell&#8217;AILUN è stato il suo modello di Università Autonoma. Scriviamo, infatti, di una pioneristica visione storica che non era quella di creare semplici sedi distaccate dei due poli sardi storici (Cagliari e Sassari), bensì una Università Autonoma della Sardegna Centrale. E l&#8217;idea cardine era fondata sullo sviluppo di una didattica &#8220;su misura&#8221; per il tessuto economico locale, toccante managerialità, ambiente, sanità e tecnologie digitali. Ebbene, come risposta a questo primo impulso &#8220;autonomistico&#8221; nuorese, ha risposto la politica.</p>
<p><img class="alignleft" src="https://www.sanatzione.eu/wp-content/archivio_media/uploads/2016/05/SaNatzione.eu-URN-Sardinnya-Logo.jpg" alt="" width="196" height="200" />Ma come? Con il sistema &#8220;consortile&#8221;. Per &#8220;stemperare&#8221; ed &#8220;annacquare&#8221; ogni velleità autonomistica dei barbaricini. La risposta, negli anni Novanta del secolo scorso è stata, dunque quella del Consorzio Universitario. Sebbene l&#8217;autonomia totale in forma di ateneo statale o privato indipendente non si sia interamente compiuta nel modo immaginato alle origini, l&#8217;offerta formativa nuorese odierna è gestita prevalentemente in convenzione tramite il Consorzio Universitario Nuorese (UniNuoro) con i corsi di Sassari e Cagliari. L&#8217; AILUN, invece, dal canto suo, ha dimostrato, e dimostra ancora la fattibilità tecnica, logistica e scientifica di un percorso universitario forte e veramente alternativo nelle aree della Sardegna centrale. Politica ed imprenditoria permettendo.</p>
<p>Già, politica ed imprenditoria, quelle che, invece, ha avuto subito dalla sua Enna, in Sicilia, nella sua &#8220;guerra laica&#8221; vinta agli inizi degli anni Duemila per dare alla Sicilia centrale la sua Università Autonoma. La &#8220;guerra&#8221;, in questo caso, è stata vinta contro gli atenei storici di Palermo, Catania e Messina. Ed il confronto tra Nuoro ed Enna è un classico esempio di geopolitica accademica e sviluppo delle aree interne. Entrambe le città condividono la stessa condizione di partenza, ma hanno avuto esiti istituzionali differenti. Ma vediamo nel dettaglio questo confronto storico:<br />
Dal punto di vista della condizione geografica, il modello Nuoro, rappresentato dall&#8217;Ailun e dal Consorzio, insiste sul Centro montano dell&#8217;isola (Barbagia), storicamente penalizzato da infrastrutture e isolamento. Il caso Enna, rappresentato dalla Kore, è, dal punto di vista geografico, quasi lo stesso di Nuoro: centro geografico dell&#8217;isola, entroterra collinare storicamente isolato dai flussi costieri. E similari sono anche gli obbiettivi politici. Da un lato (Nuoro), rompere il duopolio accademico regionale (Cagliari/Sassari) per fermare lo spopolamento. Dall&#8217;altro (Enna), rompere il monopolio degli atenei storici costieri (Palermo, Catania, Messina). Differenti, però, gli strumenti utilizzati.</p>
<p>A Nuoro l&#8217;AILUN era un&#8217;associazione privata con forte sostegno pubblico-regionale volta a stimolare l&#8217;alta formazione. Ad Enna, invece, a controllare il tutto è la Fondazione Kore, nata per promuovere il decentramento dell&#8217;Università di Catania a Enna. E gli esiti istituzionali non si sono fatti attendere. A Nuoro, purtroppo, si è &#8220;virato&#8221; verso un &#8220;decentramento convenzionato&#8221;. Il modello ha sviluppato ottimi corsi e poli di eccellenza, ma è rimasto legato alle università madri di Sassari e Cagliari. Ad Enna, invece, la guerra &#8220;laica&#8221;, così definita perché non incluse partecipazioni pubbliche, è stata vinta.</p>
<p>Dal 2005 una città capoluogo dell&#8217;entroterra siciliano, di 25 mila abitanti, ha la sua Università di 9 mila studenti, diventando la prima università autonoma non statale della Sicilia. Come ci è riuscita? Con quale strategia?<br />
Nel fatto che Enna ha sfruttato una finestra normativa dei primi anni 2000 favorevole alla nascita di &#8220;Libere Università&#8221; non statali, in questo caso privata, supportata da una forte coesione politica locale e regionale che ha capitalizzato un bacino d&#8217;utenza demografico siciliano molto più ampio di quello della Sardegna centrale. A Nuoro, le istituzioni locali e regionali hanno spesso preferito la strada &#8220;sicura&#8221; ma dipendente del Consorzio Universitario legato a Cagliari e Sassari. Questo ha garantito la sostenibilità dei titoli di studio, ma ha frenato la nascita di un organo accademico totalmente sovrano radicato nel nuorese. L&#8217;AILUN rimane comunque il simbolo di una rivendicazione culturale identitaria. La dimostrazione che la Sardegna centrale non voleva essere solo consumatrice di risorse universitarie esterne, ma produttrice di scienza, management e innovazione direttamente nel cuore dell&#8217;isola. Pensiamoci.</p>
<p><a href="https://www.sanatzione.eu/wp-content/archivio_media/uploads/2026/10/URN-Sardinnya-Cultura-e-Sotziedade-Università-sarda-e-siciliana-a-confronto.pdf" target="_blank">Scarica questo articolo in PDF</a></p>
<p><strong>Redazione SANATZIONE.EU</strong></p>
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