Favole moderne: la suggestione decrescista e le teorie della post-crescita

Scrollando sul social mi sono imbattuto in un interessante articolo di Maurizio Onnis per “Sardegna Oltre”, il quale si interroga sulla ricetta da offrire in un territorio economicamente depresso, ma nell’ambito di una realtà globale in cui le sfide ambientali impongono oggi scelte alquanto prudenti in materia economica.

Tuttavia, benché condivida la preoccupazione di trovare un equilibrio tra ambiente e sviluppo, non mi ritrovo nella soluzione proposta, che rientra nella classica impostazione decrescista, come nella teorizzazione proposta da Timothée Parrique, uno studioso ampiamente contestato dai suoi colleghi accademici.

Possiamo riassumere la sua teoria in una domanda molto in voga dagli anni ’60 ad oggi, ma sostanzialmente superata: “è possibile una crescita infinita in un mondo a risorse finite?”

La letteratura economica ci dice di si, e lo dicono persino due premi Nobel, non propriamente accusabili di essere “pericolosi liberisti”. Basti pensare a William Nordhaus e Paul Krugman.

Agganciandoci al loro pensiero, scopriamo che, nel nuovo secolo, parlare di “risorse finite” ha una logica relativamente svuotata rispetto al suo significato originario.

Perché?

Per esempio, la tecnologia che ci sta portando a sviluppare le energie rinnovabili, come sole e vento, riguarda forse “risorse finite”? E lo sviluppo della tecnologia nella fissione nucleare?

Nel 2018 Nordhaus ha ricevuto il Nobel per aver “integrato i cambiamenti climatici nell’analisi macroeconomica di lungo periodo“. Cosa ha sostenuto e cosa sostiene in parallelo Paul Krugman?

Intanto che la crescita economica non è antitetica alla tutela ambientale. E il pilastro di questa affermazione risiede nel ruolo dell’innovazione tecnico-scientifica. Ruolo invece ignorato dalle teorie della post-crescita.

E chi realizza l’innovazione?

Per Krugman e Nordhaus, la transizione ecologica richiede enormi investimenti in ricerca, energie rinnovabili, reti elettriche intelligenti e cattura del carbonio. Tutti questi investimenti richiedono capitale, mobilitazione industriale e crescita economica, non una regressione o una stasi dell’apparato produttivo. Di conseguenza solo le economie sviluppate sono in grado di affrontare tali processi, seppur non indolori.

Ecco perché fermare la crescita significherebbe fermare gli investimenti nello sviluppo di tecnologie green.

Ci sono prove a supporto della loro tesi?

Si, negli ultimi tre decenni, le economie più avanzate sono proprio quelle che hanno ridotto il tasso di emissioni senza fermare la crescita.

Ecco perché si parla di decoupling, mentre i decrescisti commettono l’errore di considerare il PIL come un’entità puramente “fisica” (fatta di tonnellate di acciaio, petrolio e plastica). Il PIL misura invece il valore monetario di beni e servizi. È del tutto possibile far crescere il PIL riducendo contemporaneamente l’impatto ambientale (da ciò il disaccoppiamento assoluto tra emissioni di CO2 e PIL).

Queste semplici osservazioni empiriche smontano teorie marginali come il decrescismo, molto in voga negli ambienti della sinistra radicale, e in misura minore nella destra populista di stampo tradizionalista, che sognano improbabili realtà rurali a misura di piccole comunità.
Teorie purtroppo ancora troppo diffuse nella cultura (anch’essa marginale) dell’indipendentismo sardo.

Si tratta peraltro di contenuti già noti da decenni nelle scienze economiche, basti pensare alla celebre sfida tra l’economista Julian Simon e il biologo Paul Ehrlich, in cui nel 1968 il secondo paventava una catastrofe dovuta al consumo di noti minerali fossili utilizzati dalle industrie, mentre Simon dimostrò – in una contesa tra i due terminata nel 1980 – quanto fosse mutato nel tempo l’uso di tali minerali nei processi produttivi (alcuni superati da altri maggiormente disponibili, ed altri ancora tecnologicamente perfezionati). Senza scordare il ruolo dei cicli economici che ne alterano l’impiego.

Ma senza avventurarci in esempi particolarmente complessi al lettore, basti pensare all’invenzione della chiavetta USB, che ha permesso di risparmiare milioni di alberi destinati altrimenti alla produzione di carta. Tutti argomenti già affrontati in questo spazio.
Va inoltre considerato che il benessere globale raggiunto grazie alla crescita economica ha altresì portato ad una crescita demografica globale, soprattutto nei paesi in via di sviluppo e in forte ascesa, come in Asia.

Pertanto, secondo Nordhaus, dare un prezzo adeguato al carbonio consente al mercato di riallocare i capitali verso tecnologie pulite ed efficienza senza distruggere la ricchezza e il benessere. Le società più ricche e tecnologicamente avanzate (frutto della crescita economica) hanno molte più risorse finanziarie e strutturali per adattarsi ai cambiamenti climatici e finanziare la transizione tecnologica. La povertà e la stasi economica riducono la resistenza dei popoli di fronte ai disastri ambientali. Né peraltro si può imporre ad economie in via di sviluppo di rinunciare al proprio benessere.

Pensando alla Sardegna, l’applicazione della teoria decrescista sarebbe poi oltremodo paradossale, poiché in un territorio dall’economia scarsamente dinamica, un rallentamento degli investimenti non farebbe altro che perpetuare lo stato di assistenzialismo in cui versa il nostro tessuto sociale, dando nuovo impulso alle suicide posizioni NIMBY, carburante per populisti. Non sarebbe di beneficio né ai nostri concittadini, né alla salvaguardia ambientale.

Di Adriano Bomboi.

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U.R.N. Sardinnya ONLINE

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