Un libro per un’incredibile vicenda culturale: il bias fenicio

In Sardegna sopravvive ancora una curiosa moda “fenicia”, un retaggio, ereditato dagli albori dell’archeologia ottocentesca italiana, secondo cui tutti i grandi manufatti antichi dell’isola avrebbero origini nella scomparsa civiltà fenicia. Mentre oggi la storiografia e l’archeologia hanno superato questo limite.
Ciò nonostante, il “bias fenicio” esiste ancora.
 
Antonello Gregorini e Marco Chilosi, assieme a Silvano Tagliagambe e Fiorenzo Caterini, hanno pubblicato un libro a tema. Ne parliamo con gli autori.

L’idea che i sardi siano stati costantemente soggetti passivi di influenze levantine evidenzia il problema per cui il bias fenicio è un puro fattore culturale e non demografico. A cosa dobbiamo questa dinamica?

La Sardegna nuragica era una società coesa, integrata in una rete commerciale che da secoli collegava l’isola al Nord Europa, al Nordafrica, alla penisola iberica e al Mediterraneo orientale. Il collasso del XII secolo a.C., che travolse i regni del Levante, sull’isola lascia ferite minime: la rete commerciale anzi si rafforza, con Cipro come terminale orientale assai più che le città fenicio-cananee.
C’è un dato che la paleogenomica recente ha reso evidente: lo studio Ringbauer-Krause su Nature (2025), basato su oltre duecento genomi antichi, ha mostrato che le popolazioni puniche — Cartagine inclusa — avevano un profilo prevalentemente siculo-egeo, con apporti nordafricani crescenti e contributi sorprendentemente esigui dal Levante.
I sardi, in questo quadro, non furono “colonizzati”: furono protagonisti della rete. Adottarono l’alfabeto e quel “software” condiviso perché conveniva, non perché qualcuno lo avesse portato. Furono scelte consapevoli, non imposizioni.

Come può essere stato così persistente, questo bias?

Tutte le scienze, anche le più dure, hanno i loro bias: le equazioni di Boltzmann, di Einstein, di Dirac faticarono ad essere accettate finché non arrivò la dimostrazione empirica. Lo stesso meccanismo ha operato nella storiografia sulla Sardegna antica.
Buon senso e modellazione degli insediamenti nuragici suggeriscono una società organizzata, capace di commerciare e di presidiare coste e risorse. Eppure la scarsità di ritrovamenti materiali — letta come “prova di assenza” anziché “assenza di prove” — ha alimentato a lungo l’immagine di sardi pseudo-trogloditi. Identico meccanismo per il bias fenicio.
Eppure a Nora le murature fenicie non ci sono, e oggi si parla di “periodo fenicio/punico” fondendo due fasi palesemente diverse. Le guide continuano a raccontare di una fondazione fenicia, immaginando fondaci stagionali in legno: una tesi fragilissima, ancora oggi imposta alla narrazione locale. Abbiamo intitolato ai fenici territori e percorsi di studio per i quali l’evidenza scientifica, semplicemente, mancava.

Che ruolo ha avuto l’università sarda?

L’università sarda ha prodotto studiosi di primissimo livello — Lilliu, Ugas, Lo Schiavo, Bernardini — che hanno contribuito in modo straordinario alla documentazione della civiltà nuragica. Il “mito fenicio” non è una loro creazione: si è consolidato dentro un paradigma coloniale che ha dominato l’archeologia mediterranea per tutto il Novecento, da Moscati alle scuole francesi e anglosassoni.
Ciò che ha incrinato il quadro non è un cambio ideologico, ma tecnologico. E vale la pena sottolinearlo: i risultati paleogenomici più rilevanti per la Sardegna — quelli che documentano la straordinaria continuità della popolazione isolana — vengono proprio dalle università sarde e dal CNR, dal gruppo di Francesco Cucca. A questi si affiancano l’archeometria delle leghe metalliche, le analisi ceramologiche, e contributi di ricercatori esterni al circuito universitario, come Alfonso Stiglitz, che per via stratigrafica aveva formulato ipotesi che i dati genetici hanno poi corroborato.
La lezione è chiara: il progresso interpretativo in archeologia, oggi, non avviene dentro una sola disciplina. Avviene nell’intersezione.

Il pamphlet esprime una domanda aperta: quali le prossime iniziative per approfondire la discussione?

Varie. Per esempio, dal 12 al 14 giugno a Villanovaforru e Gergei ospitiamo, in collaborazione con il prof. Mark Altaweel dello University College London, il workshop “Resilience and Vulnerability of the Nuragic Civilization” — dedicato al rapporto fra clima e società complesse nel Mediterraneo centrale. Fra i relatori, oltre ad Altaweel, Eric Cline (George Washington University), autore di “1177 a.C. – Il collasso della civiltà”; Anna Depalmas (Sassari); Emily Holt (Cardiff); Jesse Millek (Leiden); Andrea Squitieri (Padova); Andrea Columbu (Pisa); Juan Bernal-Wormull (Basel); Luca Lai (UNC Charlotte); Silvano Tagliagambe e Roberto Masiero. È un’occasione per collocare il caso sardo nel quadro mediterraneo, dove — nonostante la sua centralità materiale — la civiltà nuragica continua a comparire ai margini delle grandi sintesi. Lavoriamo perché smetta di esserlo.

Le amministrazioni locali sono consapevoli di questo limite culturale? E come si potrebbe invertire il trend?

Occorre una precisazione. Parlare di “limite culturale” rischia di essere ingeneroso. Il cosiddetto bias fenicio non nasce da pigrizia o errore: Moscati, Barreca, Bondi e gli archeologi che hanno costruito il paradigma della colonizzazione fenicia hanno fatto buona scienza, con i dati che avevano. Poi sono arrivati dati nuovi — paleogenetica, archeometria, sguardo postcoloniale sui reperti — che oggi rendono quel modello, nelle sue versioni più rigide, insostenibile. Questo si chiama progresso scientifico, non scandalo. E attenzione: la paleogenetica non chiude la partita, la riapre meglio.
Detto questo: la consapevolezza istituzionale c’è, ma è parziale e disomogenea. E soprattutto, la filiera della narrazione storica non passa dalle amministrazioni locali.
I manuali scolastici li fanno i grandi editori italiani, su un canone accademico costruito quasi tutto fuori dalla Sardegna. I musei e i siti rispondono al Ministero della Cultura tramite le Soprintendenze: la Regione può finanziare, promuovere, allestire — ma non può imporre una linea interpretativa che non sia già stata accreditata altrove. Risultato: uno studente sardo studia Tiro e Sidone, non le comunità nuragiche. Sui pannelli di Sulky c’è ancora scritto “fondazione tiria”, non per malafede, ma perché il sistema di validazione storica si muove più lento dei dati.
C’è poi un nodo che si nomina poco: chi autorizza e finanzia le ricerche è spesso lo stesso soggetto che ne valida i risultati. Non è un’irregolarità, è una configurazione strutturale — ma una configurazione del genere tende, naturalmente, a rallentare l’emergere di ipotesi alternative. Riconoscerlo serve a capire perché il cambiamento sia così lento, anche di fronte a evidenze già mature.
E dunque come si inverte la rotta? Agendo su più piani insieme, senza aspettarsi risultati nel breve termine.
Sul piano scientifico, la Regione potrebbe finanziare in modo strutturale e pluriennale i poli di ricerca isolani. Sul piano formativo, esistono già spazi per percorsi curriculari di storia sarda: vanno esercitati con continuità. Sul piano narrativo, la Convenzione di Faro offre una chiave utile: il patrimonio vale per i significati che le comunità gli danno, non solo per i bolli accademici. Senza scivolare nell’opposto — l’uso identitario o nazionalista della storia — il mondo accademico sardo avrebbe tutto da guadagnare a uscire dalla torre d’Avorio e a costruire, insieme alla società civile, un racconto rigoroso ma non più ostaggio di un paradigma che i dati stanno smontando.
La domanda vera, alla fine, è un’altra: esiste una classe dirigente disposta a investire in un processo che dà frutti?
Quella è politica, non storia. E lì, la palla non è più nelle nostre mani.

- Chilosi, Gregorini – “Il bias fenicio” (Condaghes, Cagliari, 2026).

A cura di Adriano Bomboi.

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U.R.N. Sardinnya ONLINE

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