A Budapest l’Europa caccia il trumputinismo
La clamorosa sconfitta di Orban in Ungheria porta implicazioni politiche enormi: ritorna l’Europa dei 27, che potrà parlare con una voce più decisa sull’agenda della politica estera comune, come sull’Ucraina. E inoltre assesta un destro contro i maldestri tentativi dell’amministrazione Trump di sostituirsi a Putin come cavallo di Troia da utilizzare per destabilizzare un potente competitor economico: l’Unione Europea.
Quest’ultimo flop rappresenta pure uno smacco per J. D. Vance, che dopo il recente fiasco ottenuto nei negoziati con l’Iran ad Islamabad, colleziona anche la sconfitta di Orban, per cui si era speso personalmente seguendo Trump nel suo recente disastro politico.
Ma attenzione, il nuovo leader ungherese emerso dalle elezioni, Péter Magyar, nasce e si forma nella stessa architettura politica dell’orbanismo, all’interno del partito populista Fidesz, in un paese sottoposto da anni a tonnellate di euroscetticismo, familismo, corruzione e propaganda russa, che non saranno facili da superare in tempi rapidi.
Il più grande antidoto ad una nuova deriva verso tale direzione rimane la democrazia, perché la maggioranza degli ungheresi, ben conscia delle subdole insidie di Mosca, ha scelto Bruxelles. Si stima che oggi ben due terzi dell’elettorato di Magyar sia liberale e progressista, tutt’altro che orbanista, con solo un 11% conservatore. Un centrodestra alquanto moderato, per cui milioni di ungheresi hanno votato Magyar, non per il suo passato politico, ma poiché rappresentava la miglior occasione per cacciare via Orban dal potere. Mentre in chiave europea, adesso bisognerà osservare se la piccola Slovacchia, con tutti i distinguo del caso e del suo minore peso politico, tenterà di aumentare i bastoni tra le ruote dell’Europa sulla base delle sue tendenze filorusse.
Ma l’esito delle elezioni ungheresi dovrà far riflettere anche il governo di Giorgia Meloni, democristianamente abituato a tenere i piedi in due staffe in nome di un supposto atlantismo: per buona parte con l’Europa, per ovvie ragioni, ma da un’altra parte col trumpismo, e da un’altra parte ancora parzialmente affascinato dalle tendenze filorusse.
Nel frattempo, la disastrosa situazione dello Stretto di Hormuz non accenna minimamente a placare, e l’Europa dovrà affrontare ancora importanti sfide, ma almeno per oggi possiamo tirare un sospiro di sollievo.
Adriano Bomboi.
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