41 bis e suggestioni neocoloniali: perché ricorrere sul tema sicurezza
Il governo italiano, e quelli precedenti, hanno scelto di spostare centinaia di mafiosi in Sardegna, e ce li faranno pure pagare.
Suddividiamo questo articolo in due parti: una premessa culturale e politica (A), ed un ragionamento tecnico-giuridico di matrice normativa (B), con cui spiegare perché sia sbagliata la scelta del governo e come eventualmente opporci a questa scellerata iniziativa. La seconda parte è indirizzata ai lettori più esperti.
A) Sapete, c’è stato un tempo in cui nel settentrione italiano è esistita una terribile punizione per gli agenti di Polizia e Carabinieri ritenuti fuori dalle righe. E consisteva in una preoccupante minaccia da parte del loro superiore: “Ti sbatto in Sardegna”.
Il malcapitato rischiava così di finire in una terra tristemente nota, non per spiagge mozzafiato o maestosi monumenti nuragici, ma in un luogo, pare, infestato da eserciti di pecore e banditi, occupati a darsele di santa ragione all’interno di canyon desertici sbucati dalla regia di John Ford.
Un’orribile terra di confino, dove per anni, tra guardie e ladri, esistette anche il super carcere dell’Asinara, una sorta di Alcatraz per farabutti di alto livello.
Oggi il governo Meloni ha deciso di riesumare quella tradizione, non all’Asinara, ma assegnando all’isola ben 3 carceri speciali su 7 di tutto il territorio italiano, inerenti il regime 41 bis, per detenuti provenienti dalla criminalità organizzata.
Tra gli istituti scelti appare in lista anche il carcere nuorese di “Badu ‘e carros”, promosso suo malgrado ad ospitare solamente questa fascia di detenuti. Includendo “Bancali” (Sassari) e “Uta” (Cagliari), si stima un range di presenze attese che oscilla tra 190 e 240 criminali.
Per essere precisi, la dissennata idea di concentrare in una sola regione la maggior parte di questi istituti parte da lontano: dal 2014, coi governi PD, l’allora ministro Orlando sviluppa sezioni del 41 bis in Sardegna. Successivamente i governi a 5 Stelle di Conte, col ministro Bonafede e l’avallo della Lega, identificano anche Nuoro come centro di destinazione finale di tali detenuti. Nel presente, il sottosegretario alla Giustizia Delmastro del governo Meloni, con Nordio, giunge alla scellerata idea di assegnare alla Sardegna il poco invidiabile primato delle carceri di massima sicurezza.
Segnaliamo inoltre che il suddetto Delmastro, piemontese DOC, con tanta generosità verso i sardi, ha scelto di ridimensionare la presenza del regime del 41 bis nella sua Regione spostando parte dei detenuti nella nostra. E a breve vedremo con quale motivazione.
Il dato politico è che tutti i maggiori partiti italiani sono praticamente coinvolti, mentre i loro esponenti locali fanno a scaricabarile l’uno sull’altro per addebitare all’avversario la responsabilità della situazione. Basti pensare al sindaco di Nuoro a 5 Stelle, che se l’è presa col governo Meloni per una scelta avviata invece in passato dalla sua stessa maggioranza. Mentre tra i Fratelli d’Italia sardi c’è chi devia le responsabilità di Delmastro per parlare dell’ex ministro Bonafede.
Non sbagliano quindi esponenti indipendentisti come Bustianu Cumpostu, Ivan Monni (SNI) e Franciscu Sedda (A Innantis) nel denunciare tale imposizione di Stato.
Ad ogni modo, al di là del nostro grottesco contesto politico italico, la presidente Todde ha assunto una posizione saggia che condividiamo, prevedendo un articolato ricorso verso lo Stato, e auspicando una collaborazione di intenti da parte di tutte le forze politiche, soprattutto del centrodestra, con cui cercare di ridimensionare le pretese dello Stato centrale. Auspicando che la premier Giorgia Meloni voglia affrontare positivamente la vertenza del suo ministro senza sviluppare contenziosi legali con la Regione.
Finita la premessa, adesso arriviamo alla parte interessante e ad alcuni dettagli tecnici.
B) Qual è la motivazione per cui l’isola dovrebbe ospitare tanti detenuti in 41 bis rispetto a tutte le altre Regioni?
Principalmente, come potrete immaginare, per la condizione geografica, per cui in un’isola appare più semplice il monitoraggio degli accessi per via aerea e via mare.
Ma attenzione, c’è di più, la motivazione geografica è abbinata alla giustificazione secondo cui tale caratteristica rende possibile evitare il dilagare dell’infiltrazione mafiosa nel territorio.
Da dove arriva questa idea? Non solo dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, ma da leggi interpretate in apparente contrasto col dettato costituzionale e con altri organi dello Stato stesso.
Vediamo perché: la legge 94/2009, denominata “pacchetto sicurezza”, modificò il regime del 41 bis della legge sull’ordinamento penitenziario (e precisamente la legge n. 354/1975).
Cosa dice il nuovo testo della legge?
L’art. 2, comma quater, del 41 bis prescrive che “I detenuti sottoposti al regime speciale di detenzione devono essere [...] collocati preferibilmente in aree insulari”.
Se la lingua italiana e i nostri studi in scienze giuridiche non ci ingannano, il passaggio che recita “collocati preferibilmente” non costituisce un obbligo, ma una mera indicazione.
Per “insulari” poi si possono intendere diverse fattispecie, addirittura spazi artificiali galleggianti separati dalla terraferma, non necessariamente isole naturali e/o territori coincidenti con intere Regioni.
La scelta di orientare i detenuti su un’isola non costituisce pertanto un obbligo di legge, ma una pura scelta di indirizzo politico-amministrativo.
Attenzione però, perché se la legge consente legittimamente al governo di scegliere dove collocare speciali istituti di pena, anche in isole come la nostra, non consente però al governo di farlo in contrasto ai principi costituzionali.
Il sottosegretario Delmastro ritiene che utilizzare la Sardegna metta al riparo il territorio della penisola dall’estensione di infiltrazioni mafiose, ma questa scelta espone implicitamente il territorio sardo agli stessi rischi paventati per le Regioni della penisola.
La conseguenza giuridica di un simile ragionamento è che la Sardegna viene declassata a Regione di serie B, in cui, in qualche misura, le infiltrazioni mafiose divengono tollerabili in ragione della prevenzione dei rischi su terze Regioni.
Questa è un’evidente violazione dei principi di eguaglianza costituzionale e di diritto alla sicurezza espressi dalla nostra Repubblica. O per essere chiari: la violazione si determina se i nostri amministratori e i nostri giuristi si attiveranno per farla notare allo Stato centrale nelle sedi opportune (e la conferenza Stato-Regioni potrebbe non essere sufficiente).
Perché dico questo? Perché altre argomentazioni potrebbero essere deboli e facilmente aggirate dalle controparti. Per esempio, se da un lato la Regione fa bene ad opporsi alla decisione governativa sulla base delle ricadute sanitarie dei detenuti in 41 bis afflitti da patologie degenerative (che graverebbero sulla nostra già disastrata sanità), bisogna allo stesso tempo ricordare che:
1) la riforma 1/2008 ha decretato che al Ministero della Giustizia spetta la custodia dei detenuti, mentre alle Regioni spetta la loro cura tramite le locali ASL di pertinenza. Dunque un ricorso incentrato per la maggiore su questo elemento finirebbe per essere bocciato, nonostante il legislatore non abbia potuto considerare l’attuale caso di specie, e cioè che il governo sta scaricando sulla Regione, dato l’alto numero di detenuti in 41 bis, un onere maggiore rispetto ad altre Regioni a carico dei contribuenti (il cosiddetto “difetto di istruttoria”, su cui pare legalmente orientata la Giunta Todde).
2) Inoltre, quand’anche si volesse abbinare all’elemento sanitario anche il concetto di “territorialità della pena”, per cui i detenuti hanno il diritto di stare vicini ai propri parenti, è bene ricordare che la Corte Costituzionale ha invece sempre dato ragione al Ministero di Giustizia a scapito delle Regioni e del singolo ricorrente, sulla materia, poiché i principi di sicurezza si impongono su tutto il resto. Giustificando la decisione sulla base del fatto che il regime del 41 bis include la prescrizione di recidere il legame tra i malviventi ed il territorio di origine.
Appare comunque evidente che le contraddizioni esposte costituiscono pure una violazione dell’art. 120 (comma II°) della Costituzione, in materia di leale collaborazione tra organi dello Stato.
Per concludere arriviamo ad un ultimo motivo espresso da un’altra istituzione pubblica che mette in discussione la linea governativa. Quale?
Il noto “caso Alghero” esposto qualche tempo fa dal procuratore generale di Cagliari Luigi Patronaggio, poiché collide apertamente con la narrazione Delmastriana.
Ciò è avvenuto in quanto negli ultimi anni l’arrivo di detenuti in regime di 41 bis ha portato con se anche l’arrivo di familiari dei malviventi che si sono infiltrati con minacce e violenza nell’economia locale del territorio algherese, causando danni al nostro tessuto-economico sociale.
Pertanto, la teoria secondo cui sarebbe sufficiente creare solamente istituti di pena specializzati in aree insulari, per evitare commistioni criminali nel territorio, non cancella il medesimo rischio, e ne estende le infiltrazioni nei territori in cui tali individui trovano allocazione. E questa, come abbiamo sostenuto, costituisce una violazione del diritto alla sicurezza dei sardi, che la nostra Costituzione non considera come cittadini di serie B.
Pensiamoci.
Di Adriano Bomboi.
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