Nel fumo del conflitto
Se la situazione militare russo-ucraina ci appare con un trend abbastanza chiaro, quella politica presenta invece incognite difficili da decifrare.
Sul piano militare abbiamo maturato opinioni grazie agli esperti e ai maggiori media, non italiani ma internazionali, osservando le oggettive difficoltà russe che si traducono nella frustrazione del Cremlino.
Frustrazione che ha portato alla fallimentare tattica di trasferire la violenza sulle case ucraine, lanciandogli addosso droni e missili a caso per finalità terroristiche.
Ma sul piano politico esistono variabili in grado di fare la differenza. E per differenza non si intende tanto la capacità russa “di vincere”, quanto la capacità russa di resistere prima del crollo, in una fase in cui l’economia russa si sta degradando, mentre gli ucraini, grazie agli alleati, stanno rendendo solidi e strutturali gli aiuti economici e militari alla propria resistenza.
Sappiamo che Putin ha iniziato a mettere un piede nella fossa: pochi giorni fa, per affrontare le crescenti difficoltà economiche, ha affrontato l’oligarca Strukov (magnate nel settore dell’oro), sottraendogli – pare – 3,5 miliardi, per continuare a finanziare il lancio di carne umana russa verso i droni ucraini. Mentre Mosca sta di fatto superando l’uso di mezzi corazzati, ormai ampiamente demoliti, insufficienti, inefficaci e costosi da riprodurre.
È il segnale del fatto che Putin non trova più sufficienti spazi con cui aggredire la spesa pubblica e dunque inizia ad assorbire il patrimonio degli oligarchi, una fortuna costruita dopo decenni di opaca connivenza politica.
Il Cremlino inizia così a farsi nemici importanti all’interno del proprio paese. Non certo grigi funzionari di Stato che volano misteriosamente dalle finestre od oppositori politici facilmente liquidabili in galera, ma persone che hanno risorse e reti di potere per reagire alle azioni di Putin.
La sorte di Strukov può essere un ammonimento per tutti gli altri oligarchi, ma anche un segnale affinché alcuni di loro inizino a ragionare su come rimuovere Putin dal potere.
Esternamente al paese, invece, la più grande incognita nella resistenza russa al fronte è determinata dalla Cina.
Sappiamo, per sua stessa ammissione, che a Pechino fa comodo un prolungamento della guerra, perché assorbe attenzioni e risorse militari che altrimenti i paesi occidentali, USA in primis, dedicherebbero più al gigante asiatico.
Rutte, segretario generale della NATO, non esclude neppure che il presidente cinese Xi possa tentare un azzardo su Taiwan mentre gli occidentali sono concentrati sull’Ucraina.
Ciò naturalmente non significa che ai cinesi interessi particolarmente una vittoria di Mosca.
Dal loro punto di vista, Putin è un potenziale vassallo che si sta autoliquidando tutta la forza lavoro e militare del paese. Cioè uomini che vivono ai confini russi: minoranze etniche varie, buriati e contorni vari. Si tratta di ampi spazi di territorio russo che in futuro potrebbero subire l’ingresso dell’esercito popolare cinese, con la scusa di “supportare Mosca contro lo sfaldamento della Federazione Russa”, ma di fatto occupandone una parte.
E dunque cosa potrebbe prolungare il conflitto odierno?
Un indiretto e crescente aiuto cinese alla capacità russa di produrre droni e missili da impiegare per saturare le difese aeree ucraine. Proprio ciò in cui l’Occidente oggi appare più fragile. E non tecnologicamente, ma nella capacità di produrre rapidamente sul piano industriale i migliori sistemi deputati ad intercettare i lanci nemici. Dai Patriot sino ai più costosi Samp/T europei, etc.
Cosa potrebbe frenare questa dinamica?
Lo stesso Putin.
È abbastanza pessimo come stratega, per aver lanciato un conflitto sulla base di premesse errate, ma abbastanza abile come politico. Il tanto che basta per capire che il suo futuro potrebbe finire tra le fauci della Cina.
E questo è probabilmente uno dei motivi per cui continua a cercare il supporto di terzi paesi vicini, tra cui la Corea del Nord, nonostante quest’ultima sia concretamente un vassallo cinese. Ma non dispone di molte altre opzioni sul tavolo a cui far ricorso.
I cinesi a loro volta sono abbastanza abili da non orientare la propria azione politica verso un evidente e chiaro aiuto militare alla Russia. Il perché è ovvio, si esporrebbero a pesanti sanzioni da parte dei mercati più ricchi in cui esportano merci: USA ed UE.
Ultima ma non secondaria variabile è la Germania, per cui facciamo parlare la cronaca politica. Su impulso del governo Merz, il Maggiore Generale della Bundeswehr Christian Freuding ha dichiarato: «Rafforzeremo significativamente le capacità dell’Ucraina nelle prossime settimane e nei prossimi mesi […] Abbiamo bisogno di sistemi d’arma in grado di penetrare in profondità nel territorio russo e attaccare magazzini, posti di comando, aeroporti e velivoli».
D’altra parte, anche russi e cinesi non dispongono di adeguata capacità di difesa del proprio spazio aereo, mentre Kyiv potrebbe dunque presto incrementare la propria iniziativa sul versante offensivo.
La sconfitta russa è all’orizzonte, ma mai vendere la pelle dell’orso prima di averlo catturato. Potrebbe volerci tempo.
In definitiva, la durata della guerra sarà probabilmente decisa da tali equilibri politici, oggi parzialmente e comprensibilmente nascosti dal fumo della guerra. Un fumo che raggiunge inevitabilmente le stanze del potere.
Di Adriano Bomboi.
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